La pubblicazione sui social dell'originale di questa fotografia provoca l'apparizione di un siparietto che la vela, avvertendoti della potenziale violenza del contenuto. Così trattate passano inosservate.
La pubblicazione sui social dell'originale di questa fotografia provoca l'apparizione di un siparietto che la vela, avvertendoti della potenziale violenza del contenuto. Così trattate passano inosservate.
Trasferisco qui il mio
spunto polemico di ieri, su Facebook a proposito del SANGUE CONTRO ORO. A parziale smentita delle mie affermazioni,
devo ammettere che qualche accenno antisemita, nella propaganda dell’ epoca non
mancava. L’ebreo era additato come tipico detentore del capitale finanziario.
Ma, torno a dire, lo slogan non era in sé antisemita, basandosi sul conflitto
CAPITALE/LAVORO. Se mai, fu abilmente utilizzato per veicolare una propaganda
antisemita che non riusciva a passare attraverso le pur insistite
argomentazioni pseudoscientifiche bio-antropologiche. Di fatto questo tipo di razzismo
non si radicò mai.
Si radica nel concetto di "nazione proletaria", elaborato dai nazionalisti nel primo decennio del secolo, quasi trent'anni prima dell'emanazione delle leggi razziali: "Dobbiamo partire dal riconoscimento di questo principio: ci sono nazioni proletarie come ci sono classi proletarie; nazioni, cioè, le cui condizioni di vita sono con svantaggio sottoposte a quelle di altre nazioni, tali quali le classi" (E. Corradini, 1910). Concetto semplicistico (la III Internazionale lo applicò più correttamente al rapporto tra i paesi imperialisti e le loro colonie), che però a suo tempo ebbe successo, specie tra quei socialisti ingenui che sentivano ancora ben viva l'eredità risorgimentale. Ci cascò anche Giovanni Pascoli.