In quanto uomo, m'impegno ad affrontare il rischio dell'annientamento perché due o tre verità gettino sul mondo
la loro luce essenziale (Frantz Fanon)
martedì 22 ottobre 2013
segnalazione
Giuseppe Veronica, Hamid non sa leggere. Malessere in classe o malessere di classe? in: "Zapruder" n. 31
in vendita presso Mondo Musica, viale Roma 20 Novara
venerdì 20 settembre 2013
in margine a un convegno
Nell'ambito della festa dei popoli, si sono tenuti, a Novara, due interessantissimi incontri (un seminario e un convegno), sul tema delle seconde generazioni.
Siamo ancora, a quanto pare, nella fase in cui ci si deve accattivare l'opinione della piccola borghesia retriva e si è parlato prevalentemente di immigrati buoni, quelli che non fanno casino e chiedono rispettosamente, col cappello in mano, qualche diritto.
Sono anche loro, nella stragrande maggioranza, ottime persone, ma è proprio fra di loro che si annidano, provvisoriamente dominati, gli elementi che condividono, in tutto e per tutto, l'ideologia dei ceti dominanti.
Per chi, come me, vorrebbe ancora cambiare il mondo, è molto più affidabile, per quanto antipatico e magari pericoloso, l'immigrato fiero, ribelle e strafottente che non chiede niente, ma vuole tutto.
Solo tra le righe, facevano la loro comparsa, questi immigrati:
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| Scontri nella banlieu parigina |
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| Scontri nella periferia londinese |
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| Scontri alla periferia di Stoccolma |
Qui, le seconde, e talvolta terze, generazioni dimostrano che una pluriennale strategia volta all'integrazione (con risorse ben differenti da quelle che possiamo mettere in campo noi) non basta - fortunatamente - per ammaestrarle.
Se qualcuno pensa che questi fenomeni siano lontani, e non ci riguardino, si dia una rinfrescata alla memoria, guardando queste immagini:
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| Scontri a Milano nella zona di via Sarpi |
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| Scontri a Milano tra nordafricani e latinoamericani |
La questione, dunque, ci interroga. E a loro, ai ribelli, e non agli assimilati che esprimono velleità imprenditoriali, che dobbiamo quelle risposte che non abbiamo e che, probabilmente non avremo mai.
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| Ben integrata? |
Nel nostro modo di approcciarci al problema, ricapitoliamo inconsapevolmente l'evoluzione storica della dialettica tra servi e padroni degli ultimi tre secoli.
Noi per loro, con lo spirito filantropico del socialismo ottocentesco, e con un pizzico di carità pelosa di matrice cattolica, si sono mobilitate le coscienze democratiche contro la xenofobia ottusa suscitata dalle prime ondate migratorie.
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| Edmondo De Amicis |
E' un obiettivo passo avanti, ma la sua validità dipende dalla capacità di questi ultimi ad esprimere, come interlocutori, avanguardie autentiche.
C'è il rischio che una mancata evoluzione delle organizzazioni dei migranti, sfociando nel lobbismo, privilegi le varianti etniche delle élites .
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| Cécile Kyenge |
Per evitare questo rischio, bisogna che arrivi una terza fase: loro per loro.
I migranti devono organizzarsi autonomamente per dirigere le proprie lotte.
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| Una via di Algeri |
Solo dopo questo passaggio si potranno tessere rapporti organici con le residue forze antagoniste autoctone.
sabato 24 agosto 2013
martedì 13 agosto 2013
Verso lo zero assoluto
Voici la folle qui passe en dansant, tandis qu'elle se rappelle vaguement quelque chose. Les enfants la poursuivent à coups de pierre,comme si c'était un merle.
(Isidore Ducasse, Chants de Maldoror)
Manifestazione neonazista. La donna esagitata ha scolpite sul viso le stigmate dello smarrimento di sé. Sono volti che ben conosciamo, sempre più diffusi nei quartieri più degradati delle città del mondo, gente al margine, vite precarie su cui, oltre alla carenza di beni materiali, incombe l'ipoteca di una individuale apocalisse.
La miseria è talvolta causa, tal altra effetto, di una perdita che comunque sovrasta ogni depauperamento materiale: lo smarrimento della bussola esistenziale, della capacità di essere adeguatamente nel mondo.
Siamo al grado zero, zero assoluto, della capacità di giudizio.
In una disperata ricerca di una definizione della propria identità, che vada al di là dei nudi dati anagrafici del nome, del luogo e della data di nascita, si replica inconsciamente l'iter burocratico dei documenti, ma lo stato civile e la professione tacciono pietosamente, protetti dalla privacy, o mentono, riportando notizie di una vita di prima, che ormai non c'è più.
Resta la cittadinanza, e a quella ci si aggrappa: è l'unica cosa rimasta, una cosa preziosa che non si può condividere facilmente, che non si deve inflazionare.
Del resto, nella regressione impietosa delle sue facoltà, ha riscoperto quel principio di imputazione per cui, da bambina, picchiava l'altalena cattiva da cui era caduta. Di tutto c'è un colpevole e del suo stato attuale, il responsabile ideale è lo straniero, antico archetipo del male, che massacra e razzia, ruba i bambini e fa il malocchio.
Di poco più su dello zero c'è l'intero universo del populismo fascistoide europeo.
Sono un po' più sani di mente, ma giugono alle stesse conclusioni, la tesaurizzazione della cittadinanza, applicando il medesimo principio d'imputazione: se le cose vanno male, la colpa è degli immigrati.
È un caso di ansia collettiva, dunque dalla psicosi siamo passati alla nevrosi, ma una nevrosi socialmente indotta, approfittando del decifit culturale di massa prodotto in concerto da sistema scolastico, industria culturale e apparato di informazione.
Sebbene, alla fin fine, la caccia all'untore non evitò l'assalto ai forni, resta regola aurea, in tempi grami, indirizzare il malcontento popolare su un capro espiatorio facilmente identificabile e perseguibile, gli ebrei – per secoli – svolsero egregiamente questo compito.
Il candidato ideale, funzionale ad un eventuale fai da te persecutorio, deve essere facilmente identificabile, prontamente reperibile e socialmente debole, per ridurre al minimo i margini di tutela e ritorsione legale. Un banchiere svizzero è impensabile, un venditore ambulante nordafricano è perfetto.
Ci vuole, comunque un'autorità che lo indichi perché, nella sua qualità di capro espiatorio, è, in qualche modo, sacralizzato.
Tale funzione, un tempo riservata agli oracoli, oggi è svolta dai giornali e dai telegiornali. Un buon oracolo – e quello di Delfi era il migliore – non afferma né nega, ma allude. E questo è il metodo tuttora osservato.
Nello spazio tiranno della pagina di cronaca o del palinsesto televisivo, si fanno delle scelte: quali notizie dare, quale ordine d'importanza assegnar loro, quanto spazio dedicarvi, quanti aggiornamenti proporne. Or bene, i nostri giornalisti, una delle professioni nazionali più ereditarie , per numero, rilevanza, ampiezza e ricorrenza, hanno a lungo privilegiato le notizie che vedevano come protagonisti (negativi) gli immigrati, malcelando la soddisfazione per l'effimero coinvolgimento di forestieri in qualche “delitto del secolo” (strage di Erba, omicidio Gambirasio). È quello che i loro padri avevano fatto con l'emigrazione interna del dopoguerra, e i loro nonni con gli ebrei.
Non c'è nessun bisogno che si propongano conclusioni, i dati, sapientemente selezionati, invitano ognuno a trarre un immancabile e identico risultato.
Poi, però, ci sono quelli che non ci cascano, quelli che non si fanno incantare dagli imbonitori. Cioè noi, la sinistra, gente dotata di spirito critico, culturalmente – se non antropologicamente – superiore alla massa semianalfabeta che alimenta i pingui bottini elettorali della destra italiana.
Siamo diversi. Ma quanto? Come si formano le opinioni di sinista?
Recentemente, una campagna sapientemente orchestrata ci ha convinti che ci sia in atto un femminicidio. Anche in questo caso numero, rilevanza, ampiezza e ricorrenza di notizie, accuratamente selezionate, ci hanno fatto credere di essere in presenza di un fenomeno in crescita, allo stesso modo in cui la raffica di spot sugli sbarchi a Lampedusa ingenera la falsa sensazione di un'espansione dei movimenti migratori.
In realtà le statistiche dimostrano che entrambi i fenomeni sono in calo: diminuisce il numero degli immigrati come quello delle donne uccise.
Ha ben poca importanza che nell'abituale decretazione d'urgenza, forma attenuata di dittatura che caratterizza la concezione italiana di governabilità, si inseriscano – come nei contratti di zio Paperone – codicilli che criminalizzano forme di dissenso estranee al problema posto, questo è un benefit aggiuntivo, il risultato principale perseguito è quello di estendere le forme dell'ansia securitaria, allo scopo che tutti, ma proprio tutti, invochino la panacea universale della repressione e della galera.
Non manca la regressione all'infantile principio di imputazione.
È di questi giorni l'agghiacciante notizia del suicidio di un quattordicenne, schiacciato dal peso del rifiuto sociale della propria scelta omosessuale.
Ci si potrebbe interrogare se, nel marasma affettivo e ormonale che accompagna la metamorfosi adolescenziale, tale scelta non sia, a quell'età, precoce e se una cultura che propone la naturalizzazione di ogni opzione sessuale non faccia sottovalutare il grado di investimento di sé che ogni scelta forte, comporta.
Siamo ben contenti, beninteso, che la scelta comunista in adolescenza non comporti l'eroismo richiesto a suo tempo a Giancarlo Pajetta, né che la scelta omosessuale richieda l'abnegazione ancora necessaria negli anni '60 a Mario Mieli, ma riteniamo che il meritorio andar controcorrente non sia gratuito e richieda ancora un certo grado di coraggio e un sodale sostegno.
L'amicizia e la simpatia non si impongono per legge e la marginalizzazione o l'esclusione da una cerchia, per i più svariati e stravaganti motivi, è un rifiuto sentimentale a cui nessun divieto può opporsi.
Ecco, però, come si affronta il fatto.
Di fronte all'annichilente tragicità dell'evento, sarebbe ingeneroso liquidarlo mettendolo in conto alla fragilità individuale del suo protagonista. Giusto, perché la situazione psicologica che si è determinata non può essere addebitata a una particolare debolezza del soggetto, ma alla forza distruttiva di un pregiudizio culturale tuttora operante, che è di evidente natura sociale.
Senonché, il sociale, per uno scivolamento semantico tanto facile, quanto indebito, diventa ambientale e si va a cercare il colpevole tra i compagnucci della vittima. Risuona la parola d'ordine, omofobia, e le responsabilità, da sociali, ritornano individuali, criminalizzando dei ragazzini, nella modalità classica dell'individuazione di un capro espiatorio.
La distanza tra noi e la mattacchiona della fotografia si è colmata e ciò, da un certo punto di vista è un bene. Ma anche il divario tra strutture di pensiero e modalità della formazione delle opinioni, di destra e sinistra si azzera. Siamo tutti dentro un orizzonte piccolo borghese che invera quella coalizione di governo che a qualcuno pareva innaturale.
(Isidore Ducasse, Chants de Maldoror)
Manifestazione neonazista. La donna esagitata ha scolpite sul viso le stigmate dello smarrimento di sé. Sono volti che ben conosciamo, sempre più diffusi nei quartieri più degradati delle città del mondo, gente al margine, vite precarie su cui, oltre alla carenza di beni materiali, incombe l'ipoteca di una individuale apocalisse.
La miseria è talvolta causa, tal altra effetto, di una perdita che comunque sovrasta ogni depauperamento materiale: lo smarrimento della bussola esistenziale, della capacità di essere adeguatamente nel mondo.
Siamo al grado zero, zero assoluto, della capacità di giudizio.
In una disperata ricerca di una definizione della propria identità, che vada al di là dei nudi dati anagrafici del nome, del luogo e della data di nascita, si replica inconsciamente l'iter burocratico dei documenti, ma lo stato civile e la professione tacciono pietosamente, protetti dalla privacy, o mentono, riportando notizie di una vita di prima, che ormai non c'è più.
Resta la cittadinanza, e a quella ci si aggrappa: è l'unica cosa rimasta, una cosa preziosa che non si può condividere facilmente, che non si deve inflazionare.
Del resto, nella regressione impietosa delle sue facoltà, ha riscoperto quel principio di imputazione per cui, da bambina, picchiava l'altalena cattiva da cui era caduta. Di tutto c'è un colpevole e del suo stato attuale, il responsabile ideale è lo straniero, antico archetipo del male, che massacra e razzia, ruba i bambini e fa il malocchio.
Di poco più su dello zero c'è l'intero universo del populismo fascistoide europeo.
Sono un po' più sani di mente, ma giugono alle stesse conclusioni, la tesaurizzazione della cittadinanza, applicando il medesimo principio d'imputazione: se le cose vanno male, la colpa è degli immigrati.
È un caso di ansia collettiva, dunque dalla psicosi siamo passati alla nevrosi, ma una nevrosi socialmente indotta, approfittando del decifit culturale di massa prodotto in concerto da sistema scolastico, industria culturale e apparato di informazione.
Sebbene, alla fin fine, la caccia all'untore non evitò l'assalto ai forni, resta regola aurea, in tempi grami, indirizzare il malcontento popolare su un capro espiatorio facilmente identificabile e perseguibile, gli ebrei – per secoli – svolsero egregiamente questo compito.
Il candidato ideale, funzionale ad un eventuale fai da te persecutorio, deve essere facilmente identificabile, prontamente reperibile e socialmente debole, per ridurre al minimo i margini di tutela e ritorsione legale. Un banchiere svizzero è impensabile, un venditore ambulante nordafricano è perfetto.
Ci vuole, comunque un'autorità che lo indichi perché, nella sua qualità di capro espiatorio, è, in qualche modo, sacralizzato.
Tale funzione, un tempo riservata agli oracoli, oggi è svolta dai giornali e dai telegiornali. Un buon oracolo – e quello di Delfi era il migliore – non afferma né nega, ma allude. E questo è il metodo tuttora osservato.
Nello spazio tiranno della pagina di cronaca o del palinsesto televisivo, si fanno delle scelte: quali notizie dare, quale ordine d'importanza assegnar loro, quanto spazio dedicarvi, quanti aggiornamenti proporne. Or bene, i nostri giornalisti, una delle professioni nazionali più ereditarie , per numero, rilevanza, ampiezza e ricorrenza, hanno a lungo privilegiato le notizie che vedevano come protagonisti (negativi) gli immigrati, malcelando la soddisfazione per l'effimero coinvolgimento di forestieri in qualche “delitto del secolo” (strage di Erba, omicidio Gambirasio). È quello che i loro padri avevano fatto con l'emigrazione interna del dopoguerra, e i loro nonni con gli ebrei.
Non c'è nessun bisogno che si propongano conclusioni, i dati, sapientemente selezionati, invitano ognuno a trarre un immancabile e identico risultato.
Poi, però, ci sono quelli che non ci cascano, quelli che non si fanno incantare dagli imbonitori. Cioè noi, la sinistra, gente dotata di spirito critico, culturalmente – se non antropologicamente – superiore alla massa semianalfabeta che alimenta i pingui bottini elettorali della destra italiana.
Siamo diversi. Ma quanto? Come si formano le opinioni di sinista?
Recentemente, una campagna sapientemente orchestrata ci ha convinti che ci sia in atto un femminicidio. Anche in questo caso numero, rilevanza, ampiezza e ricorrenza di notizie, accuratamente selezionate, ci hanno fatto credere di essere in presenza di un fenomeno in crescita, allo stesso modo in cui la raffica di spot sugli sbarchi a Lampedusa ingenera la falsa sensazione di un'espansione dei movimenti migratori.
In realtà le statistiche dimostrano che entrambi i fenomeni sono in calo: diminuisce il numero degli immigrati come quello delle donne uccise.
Ha ben poca importanza che nell'abituale decretazione d'urgenza, forma attenuata di dittatura che caratterizza la concezione italiana di governabilità, si inseriscano – come nei contratti di zio Paperone – codicilli che criminalizzano forme di dissenso estranee al problema posto, questo è un benefit aggiuntivo, il risultato principale perseguito è quello di estendere le forme dell'ansia securitaria, allo scopo che tutti, ma proprio tutti, invochino la panacea universale della repressione e della galera.
Non manca la regressione all'infantile principio di imputazione.
È di questi giorni l'agghiacciante notizia del suicidio di un quattordicenne, schiacciato dal peso del rifiuto sociale della propria scelta omosessuale.
Ci si potrebbe interrogare se, nel marasma affettivo e ormonale che accompagna la metamorfosi adolescenziale, tale scelta non sia, a quell'età, precoce e se una cultura che propone la naturalizzazione di ogni opzione sessuale non faccia sottovalutare il grado di investimento di sé che ogni scelta forte, comporta.
Siamo ben contenti, beninteso, che la scelta comunista in adolescenza non comporti l'eroismo richiesto a suo tempo a Giancarlo Pajetta, né che la scelta omosessuale richieda l'abnegazione ancora necessaria negli anni '60 a Mario Mieli, ma riteniamo che il meritorio andar controcorrente non sia gratuito e richieda ancora un certo grado di coraggio e un sodale sostegno.
L'amicizia e la simpatia non si impongono per legge e la marginalizzazione o l'esclusione da una cerchia, per i più svariati e stravaganti motivi, è un rifiuto sentimentale a cui nessun divieto può opporsi.
Ecco, però, come si affronta il fatto.
Di fronte all'annichilente tragicità dell'evento, sarebbe ingeneroso liquidarlo mettendolo in conto alla fragilità individuale del suo protagonista. Giusto, perché la situazione psicologica che si è determinata non può essere addebitata a una particolare debolezza del soggetto, ma alla forza distruttiva di un pregiudizio culturale tuttora operante, che è di evidente natura sociale.
Senonché, il sociale, per uno scivolamento semantico tanto facile, quanto indebito, diventa ambientale e si va a cercare il colpevole tra i compagnucci della vittima. Risuona la parola d'ordine, omofobia, e le responsabilità, da sociali, ritornano individuali, criminalizzando dei ragazzini, nella modalità classica dell'individuazione di un capro espiatorio.
La distanza tra noi e la mattacchiona della fotografia si è colmata e ciò, da un certo punto di vista è un bene. Ma anche il divario tra strutture di pensiero e modalità della formazione delle opinioni, di destra e sinistra si azzera. Siamo tutti dentro un orizzonte piccolo borghese che invera quella coalizione di governo che a qualcuno pareva innaturale.
sabato 8 giugno 2013
Perché il marxismo è in rimonta?
Il capitalismo è in crisi
in tutto il mondo - ma cosa diavolo è l'alternativa? Beh, che dire
delle riflessioni di un certo filosofo tedesco del XIX secolo? Sì,
Karl Marx è già meanstream - e chissà fin dove arriverà
Stuart Jeffries
The Guardian, Wednesday 4 July 2012 20.00 BST
La lotta di classe una volta sembrava
così semplice. Marx ed Engels hanno scritto nel secondo libro più
venduto di tutti i tempi, Il Manifesto del Partito Comunista: " la borghesia produce dunque, prima di tutto, sono i suoi
becchini La sua caduta e la vittoria del proletariato sono ugualmente
inevitabili.». (Il best-seller di tutti i tempi, per inciso, è la
Bibbia – quasi come 50 sfumature di grigio).
Oggi,
164 anni dopo che Marx ed Engels scrissero dei becchini, la verità è
quasi l'esatto contrario.
Il
proletariato, lungi dal seppellire il capitalismo, sta mantenendolo
in vita. Oberati di lavoro, operai sottopagati, apparentemente
liberati dalla più grande rivoluzione socialista della storia
(quella cinese), sono spinti sull'orlo del suicidio per mantenere
quelli occidentali che giocano con i loro iPad. I soldi cinesi
foraggiano un'America altrimenti in bancarotta.
L'ironia
dei più vivaci pensatori marxisti è quasi sprecata. "Il
dominio del capitalismo a livello globale oggi dipende dall'esistenza
di un partito comunista cinese che dà alle imprese capitalistiche
delocalizzate manodopera a buon mercato a prezzi più bassi e priva i
lavoratori dei diritti di auto-organizzazione", dice Jacques
Rancière, pensatore marxista francese e professore di Filosofia
all'Università di Parigi VIII. "Fortunatamente, è possibile
sperare in un mondo meno assurdo e più giusto di quello di oggi."
Quella
speranza, forse, spiega un'altra delle verità improbabili dei nostri
tempi così economicamente catastrofici - la rinascita di interesse
per Marx e il pensiero marxista. Le vendite di Das Kapital,
il capolavoro di Marx sull'economia politica, sono salite alle stelle
dal 2008, così come quelli del Manifesto del partito
comunista e dei Grundrisse
( Lineamenti di critica dell'economia politica). Le loro vendite sono
aumentate quanto i salvataggi delle banche, per mantenere il sistema
degradato in corso, dei lavoratori britannici e i grugni dei ricchi
saldamente affossati nelle loro depressioni, mentre altri lottano
contro debito, precarietà o peggio. C'è anche un regista teatrale
cinese, Nian che ha scommesso sulla rinascita di Das
Kapital progettandone un musical
con tanto di canzoni e balletti.
E in
quello che è forse il più divertente capovolgimento delle sorti del
teorico rivoluzionario dalla barba lussureggiante, Karl Marx è stato
recentemente scelto in una lista di 10 contendenti per comparire su
una nuova emissione di MasterCard per i clienti della banca tedesca
Sparkasse a Chemnitz. Nella comunista Germania Est 1953-1990,
Chemnitz era conosciuto come Karl Marx Stadt. Chiaramente, più di
vent'anni dopo la caduta del muro di Berlino, l'ex Germania dell'Est
non ha scartavetrato il suo passato marxista. Un rapporto Reuters del
2008 rivela che in un sondaggio tra i tedeschi dell'est, ben il 52%
ritiene l'economia di libero mercato "non idonea" mentre il
43% ha detto addirittura di rivolere indietro il socialismo. Karl
Marx può essere morto e sepolto nel cimitero di Highgate, ma è vivo
e vegeto tra i tedeschi indebitati. Marx avrebbe apprezzato l'ironia
della sua immagine utilizzata su una carta per ottenere più debiti?
Si potrebbe pensarlo.
La
prossima settimana a Londra, diverse migliaia di persone
parteciperanno a marxismo 2012,
un festival di cinque giorni organizzato dal Partito Socialista dei
Lavoratori. Si tratta di un evento annuale, ma ciò che colpisce
l'organizzatore Joseph Choonara è come, in questi ultimi anni, molti
più partecipanti siano giovani. "La ripresa di interesse per
il marxismo, soprattutto per i giovani è perché fornisce strumenti
per l'analisi del capitalismo, e le sue crisi come quella in cui
siamo in ora", dice Choonara.
C'è
stato un eccesso di libri a strombazzare la rilevanza del marxismo.
Il professore di Letteratura inglese Terry Eagleton, lo scorso anno
ha pubblicato un libro intitolato Perché Marx aveva
ragione. Il filosofo maoista
francese Alain Badiou ha pubblicato un piccolo libro rosso chiamato
L'ipotesi comunista, con una
stella rossa sulla copertina (che fa molto Mao e molto oggi) in cui
ha chiamato a raccolta i fedeli per inaugurare la terza era dell'idea
comunista (le due precedenti essendo andate dalla costituzione della
Repubblica francese nel 1792 al massacro dei comunardi di Parigi nel
1871, e dal 1917 al crollo della Rivoluzione Culturale di Mao nel
1976). Non è questa tutto un'allucinazione?
Le
venerabili idee di Marx non sono utilizzabili da noi così come lo
sarebbe il telaio a mano per puntellare la reputazione di Apple per
l'innovazione? Il sogno della rivoluzione socialista e la società
comunista non sono irrilevanti nel 2012? Dopo tutto, come suggerisco
a Rancière, la borghesia non è riuscita a produrre i propri
becchini. Rancière si rifiuta di essere pessimista: “La borghesia
ha imparato a far pagare le sue crisi alla gente sfruttata e di
usarla per disarmare i suoi avversari, ma non dobbiamo abbandonare
l'idea della necessità storica e concludere che la situazione
attuale è eterna. I becchini sono i movimenti popolari – sia qui,
i lavoratori in condizioni precarie, come altrove i lavoratori
supersfruttati delle fabbriche in Estremo Oriente e, da adesso, anche
in Grecia – che indicano anche che c'è una nuova volontà di non
lasciare che i nostri governi ei nostri banchieri trasferiscano le
loro crisi sulle persone. “
Questo,
per lo meno, è il punto di vista di un professore marxista
ultrasettantenne. Che dire di un temperamento marxista di persone più
giovani? Lo chiedo a Jaswinder Blackwell-Pal, una 22enne inglese
studentessa di recitazione al Goldsmiths College di Londra, che ha
appena finito il suo corso di laurea in lingua inglese e
drammaturgia: perché lei considera il pensiero marxista ancora
attuale? “Il punto è che le persone più giovani non c'erano
ancora quando la Thatcher era al potere o quando il marxismo veniva
stato associato con l'Unione Sovietica – dice – noi tendiamo a
vederlo più come un modo di capire quello che stiamo attraversando
adesso. Pensate a ciò che sta accadendo in Egitto, la caduta di
Mubarak è stata così entusiasmante Si è rotto con così tanti
stereotipi … la democrazia non doveva certo essere la lotta per
istaurare la legge islamica, si rivendica la rivoluzione come
processo, non come evento. Quindi c'è stata una rivoluzione in
Egitto, e una controrivoluzione e una controcontrorivoluzione e ne
abbiamo imparato l'importanza dell'organizzazione.”
Questa,
sicuramente è la chiave per comprendere che la rinascita del
marxismo in Occidente, per i più giovani, è esente da ogni
riferimento ai gulag staliniani. Per i più giovani anche il
trionfalismo di Francis Fukuyama, che nel suo libro del 1992, La
fine della storia presentava il
capitalismo come incontrovertibile e il suo rovesciamento impossibile
da immaginare, ha meno effetto di presa alla gola, sulla loro
immaginazione, di quanto non abbia fatto su quella dei loro genitori.
Blackwell-Pal
parlerà giovedi su Che Guevara e la rivoluzione cubana al festival
del marxismo. “Sarà la prima volta che parlerò in pubbliconsul
marxismo", dice nervosamente. Ma come si pensa a Guevara e
Castro oggi, e in quella età? Sicuramente la rivoluzione socialista
violenta è impensabile per le lotte dei lavoratori oggi? “Niente
affatto! – risponde lei – quello che sta succedendo in Gran
Bretagna è piuttosto interessante. Abbiamo un governo molto, ma
molto debole, impantanato in lotte intestine. Penso che se siamo in
grado di organizzarci, davvero li possiamo cacciare”. Potrebbe
avere la Gran Bretagna la sua piazza Tahrir, il suo equivalente di
Castro o del Movimento 26 luglio? Lasciamo il suo sogno a questa
giovane. Dopo gli scontri dello scorso anno e oggi, con la maggior
parte della Gran Bretagna ostile ai ricchi membri del suo governo,
solo un pazzo potrebbe esclude quest'eventualità.
Per
una prospettiva diversa raggiungo Owen Jones, 27enne, già vecchia
icona della nuova sinistra e autore del bestseller di politica del
2011, Chavs: la demonizzazione della classe operaia.
È
sul treno per
Brighton, diretto alla conferenza Unite. “Non ci sara 'una
rivoluzione sanguinosa in Gran Bretagna, ma c'è speranza per una
società di lavoratori per i lavoratori”, ci dice.
Infatti,
continua, nel 1860 l'ultimo Marx immaginava la società
post-capitalista tale da essere vinta con mezzi diversi rivoluzione
violenta. “Ha richiamato l'attenzione sull'espansione del
suffragio e altri mezzi pacifici per realizzare la società
socialista. Oggi nemmeno la sinistra trotskista fa appello alla
rivoluzione armata. La sinistra radicale affermerebbe dunque che la
rottura con il capitalismo dovrebbe essere raggiunta solo con la
democrazia e l'organizzazione dei lavoratori per instaurare e
difendere una società più giusta contro le forze che la vorrebbero
distruggeree”.
Jones
ricorda che suo padre, un militante attivo negli anni '70, sosteneva
l'idea entrista di garantire l'elezione di un governo laburista per
poi organizzare i lavoratori per condizionarlo. “Penso che sia il
modello," dice, e questa è un'idea molto poco New Labour. Detto
questo, continuamo a parlare, Jones mi incalza, per farmi capire che
non è un simpatizzante o militante trotzkista. Piuttosto, vuole un
governo laburista al potere che porti avanti un programma politico
radicale. Lui ha in mente le parole di Febbraio 1974,
manifesto elettorale del Labour, in cui si esprimeva l'intenzione di
“portare un cambiamento fondamentale e irreversibile nella
distribuzione del potere e della ricchezza a favore dei lavoratori e
delle loro famiglie”. Lasciamo il su sogno a questo giovane.
Quel
che colpisce del successo letterario di Jones è che si fonda sulla
rinascita di interesse per la politica di classe, la pietra miliare
dell'analisi di Marx e di Engels della società industriale. “Se lo
avessi scritto anche solo quattro anni prima sarebbe stato liquidato
come un concetto di classe degli anni '60 – dice Jones – ma la
classe è di nuovo nella nostra realtà perché la crisi economica
colpisce le persone in modi diversi e perché il mantra governativo
per cui siamo tutti nella stessa barca
è offensivo e ridicolo. E 'impossibile discutere ora come nel 1990
quando si diceva che eravamo tutti classe media. Le riforme di questo
governo sono di classe. Gli aumenti dell'IVA colpiscono le persone
che lavorano in modo sproporzionato, per esempio.
“È
'un'aperta guerra di classe – dice – la classe lavoratrice
rischia di star peggio nel 2016 di quanto non fosse all'inizio del
secolo. Ma sei accusato di essere un mestatore, se alzi la voce per
difendere il 30% della popolazione che soffre in questo modo.”
Questo
risuona con qualcosa che mi ha detto Rancière. Il professore ha
sostenuto che “una cosa del pensiero marxista rimane ferma, la
lotta di classe. La scomparsa delle nostre fabbriche, cioè la
deindustrializzazione dei nostri paesi e l'esternalizzazione del
lavoro industriale in paesi dove la manodopera è meno costosa e più
docile, che altro è , se non un atto di lotta di classe della
borghesia dominante? “
C'è
un altro argomento, oltre la sua analisi della lotta di classe, per
cui il marxismo ha qualcosa da insegnare a noi su come affrontare la
depressione economica. È
nella sua analisi
della crisi economica. Nel suo formidabile nuovo lavoro, Meno
di niente: Hegel e l'Ombra del materialismo dialettico,
Slavoj Žižek tenta di applicare il pensiero marxista alla crisi
economica che stiamo sopportando adesso. Žižek considera
fondamentale un antagonismo di classe situato tra valore
d'uso e valore di
scambio.
Che
differenza c'è ? Ogni merce ha un valore d'uso, spiega, misurato
dalla sua utilità nel soddisfare bisogni e desideri. Il valore di
scambio di una merce, al contrario, è tradizionalmente misurato
dalla quantità di lavoro necessaria a produrla. Sotto il capitalismo
attuale, Žižek sostiene, valore di scambio diventa autonomo.
“Si
è trasformato in uno spettro di capitale autopropulsivo, che
utilizza le capacità produttive e le esigenze delle persone reali
solo come sua temporanea e provvisoria incarnazione. Marx deriva la
sua nozione di crisi economica proprio da questo salto: Una crisi si
verifica quando la realtà, con l'illusorio miraggio
dell'autorigenerazione del denaro, si riassetta generando più soldi
- questa follia speculativa non può andare avanti all'infinito, deve
esplodere in ancora più gravi crisi. La radice ultima della crisi
per Marx è il divario tra valore d'uso e valore di scambio: la
logica scambio/ valore segue la propria strada, con i passi segnati,
a prescindere dalle reali esigenze delle persone reali”.
In
questi tempi inquieti, cosa leggere di meglio che il più grande
catastrofista teoricodella storia umana, Karl Marx? Eppure la
rinascita di interesse per il marxismo è stata bollata come
un'apologia del totalitarismo stalinista. In un recente blog sul
"nuovo comunismo" per la rivista World Affairs,
Alan Johnson, professore di teoria e di pratica democratica alla Edge
Hill University nel Lancashire, ha scritto: Una visione del
mondo, fonte recente di enormi sofferenze e miseria, e responsabile
di più morti che il fascismo e il nazismo, sta tentando una rimonta,
una nuova forma di totalitarismo di sinistra gode già di credibilità
intellettuale, ma aspira al potere politico.
Il nuovo comunismo non conta per i
suoi meriti intellettuali, ma perché può ancora influenzare strati
di giovani europei nel contesto di un esausta democrazia sociale,
dell' austerità e di una cultura intellettuale disgustata di sé,
ha scritto Johnson, allettante come è, non possiamo
permetterci di scuotere solo la testa e passar oltre.
Questo è il
timore: che queste brutte vecchie scoregge di sinistra come Žižek,
Badiou, Rancière e Eagleton corrompano le menti dei giovani
innocenti. Ma leggere Marx e la critica di Engels del capitalismo
significa che in tal modo adottate una visione del mondo responsabile
di più morti che i nazisti? Sicuramente non c'è una linea retta dal
Manifesto del partito comunista al gulag, e nessun motivo per cui i
giovani di sinistra debbano adottare acriticamente Badiou al suo
grado più
agghiacciante.
Nella sua
introduzione a una nuova edizione del Manifesto del partito
comunista, il professor Eric Hobsbawm suggerisce che Marx aveva
ragione a sostenere che le “contraddizioni di un sistema di mercato
basato su nessun altro legame tra uomo e uomo che non sia il nudo
interesse o il freddo pagamento in contanti, un sistema di
sfruttamento e di accumulazione senza fine non può mai essere
superato e che a un certo punto in una serie di trasformazioni e
ristrutturazioni lo sviluppo di questo sistema essenzialmente
destabilizzante porterà ad uno stato di cose che non potrà più
essere descritto come il capitalismo”.
Si tratterebbe,
infatti, della società post-capitalista come sognata dai marxisti.
Ma a cosa potrebbe assomigliare? “È
estremamente improbabile che una simile società
post-capitalista corrispnderebbe ai tradizionali modelli di
socialismo e ancora meno al socialismo reale di epoca
sovietica – sostiene Hobsbawm, aggiungendo – che, tuttavia,
necessariamente prevederebbe un passaggio dalla proprietà privata
alla gestione sociale della ricchezza su scala globale. "Quali
forme potrebbe prendere e in quale misura saprebbe incarnare i valori
umanistici del comunismo di Marx e di Engels, dipenderà dall'azione
politica attraverso cui questo cambiamento avverrà”.
Questo è
sicuramente il marxismo nella sua forma più liberatoria, che ci
suggerisce che il nostro futuro dipende da noi e dalla nostra
disponibilità alla lotta. O, come dicono Marx ed Engels alla fine
del Manifesto del partito comunista: Che le classi dominanti
tremino alla prospettiva di una rivoluzione comunista. I proletari
non hanno nulla da perdere se non le loro catene. Hanno un mondo da
guadagnare...
giovedì 23 maggio 2013
perché non firmo il referendum sull'eutanasia
Pochissimo tempo è passato da quando la mia città fu profondamente scossa dal suicidio di Carolina, una ragazzina di soli 14 anni.
Quando si riesce a sventare un atto del genere, è di norma un ricovero in psichiatria, dove, con colloqui e - all'evenienza - farmaci, si cerca di far superare il problema, o i problemi, che sono alla base della scelta disperata.
Chiunque lo vorrebbe, per il proprio figlio, per amici e conoscenti, ma anche per tutti quegli sconosciuti che sempre più di frequente approdano a questo esito estremo.
Eppure, chi sceglie il suicidio, decide qui e ora, reagendo a una situazione esistenziale che sta sperimentando.
Viceversa, con il testamento biologico, si decide ora per dopo, nella prospettiva di una situazione di esistenza non sperimentata e conosciuta solo dall'esterno.
Ma al senso comune, il paragone non calza: una cosa, infatti è suicidarsi in piena salute e in età ancora vigorosa, altra scegliere l'eutanasia in vecchiaia o in presenza di una malattia.
Benissimo, abbiamo così stabilito una cosa: quell'atto che si gabella come scelta soggettiva da rispettare, diventa rispettabile solo in presenza di una situazione oggettiva.
L'oggettivazione della qualità della vita, non è senza implicazioni, con questa ulteriore reificazione, si affida infatti alla scelta individuale, l'abominevole questione delle vite non degne di essere vissute, che fu asserzione programmatica dell'eugenetica nazista. .
Ma è una scelta volontaria, si affanneranno a dire i sostenitori dell'idea.
Volontaria, o no la scelta, è comunque - in prima istanza - l'affermazione di un principio: ci sono certe vite che possono essere interrotte.
Non tutte, certo, ma solo quelle di chi è troppo vecchio o troppo malato.
Lasciate che si affermi un principio simile, e poi vedrete, nelle accelerazioni delle crisi economiche o nell'economia di guerra, quanto resterà volontaria la scelta.
Non sarebbe del resto la prima volta che una sinistra borghese e positivista apre delle porte che poi l'estrema destra provvederà a spalancare.
Quando cominciò, nella Germania di Hitler, la sistematica eliminazione dei minorati psichici, lo si fece sulla scorta del lavoro scientifico di una intera generazione di psichiatri e neurologi progressisti.
Quando si riesce a sventare un atto del genere, è di norma un ricovero in psichiatria, dove, con colloqui e - all'evenienza - farmaci, si cerca di far superare il problema, o i problemi, che sono alla base della scelta disperata.
Chiunque lo vorrebbe, per il proprio figlio, per amici e conoscenti, ma anche per tutti quegli sconosciuti che sempre più di frequente approdano a questo esito estremo.
Eppure, chi sceglie il suicidio, decide qui e ora, reagendo a una situazione esistenziale che sta sperimentando.
Viceversa, con il testamento biologico, si decide ora per dopo, nella prospettiva di una situazione di esistenza non sperimentata e conosciuta solo dall'esterno.
Ma al senso comune, il paragone non calza: una cosa, infatti è suicidarsi in piena salute e in età ancora vigorosa, altra scegliere l'eutanasia in vecchiaia o in presenza di una malattia.
Benissimo, abbiamo così stabilito una cosa: quell'atto che si gabella come scelta soggettiva da rispettare, diventa rispettabile solo in presenza di una situazione oggettiva.
L'oggettivazione della qualità della vita, non è senza implicazioni, con questa ulteriore reificazione, si affida infatti alla scelta individuale, l'abominevole questione delle vite non degne di essere vissute, che fu asserzione programmatica dell'eugenetica nazista. .
Ma è una scelta volontaria, si affanneranno a dire i sostenitori dell'idea.
Volontaria, o no la scelta, è comunque - in prima istanza - l'affermazione di un principio: ci sono certe vite che possono essere interrotte.
Non tutte, certo, ma solo quelle di chi è troppo vecchio o troppo malato.
Lasciate che si affermi un principio simile, e poi vedrete, nelle accelerazioni delle crisi economiche o nell'economia di guerra, quanto resterà volontaria la scelta.
Non sarebbe del resto la prima volta che una sinistra borghese e positivista apre delle porte che poi l'estrema destra provvederà a spalancare.
Quando cominciò, nella Germania di Hitler, la sistematica eliminazione dei minorati psichici, lo si fece sulla scorta del lavoro scientifico di una intera generazione di psichiatri e neurologi progressisti.
mercoledì 1 maggio 2013
tiro al bersaglio
L'idiozia, la pigrizia e la malafede dei nostri giornalisti, convinti che il modello di stampa più adatto al paese sia quello dei rotocalchi per donne di servizio, degli anni '50, fa si che i commenti sulla sparatoria di Montecitorio si concentrino sulla figura umana del carabiniere ferito, sulle sue disavventure, i suoi affetti famigliari, la sua domestica abitudine a dar del ladro al politico visto in televisione.
Si vuole convincere l'opinione pubblica che si sia scelto il bersaglio sbagliato, forse senza rendersi conto che così facendo, si sottintende che ci siano bersagli giusti.
Bene, facciamo un passo indietro di qualche giorno e poniamo il caso che il pistolero, anticipato il raid e imbattuttosi in Franceschini, che si rifocillava, l'avesse crivellato di colpi.
Naturalmente, anche in questo caso la stampa si sarebbe profusa in dati e biografici e politici che avrebbero dimostrato la scelta sbagliata del killer.
Ma - forse con toni più centrati sull'umanità, che sulle benemerenze politiche - la stessa conclusione ci sarebbe stata anche nel caso in cui, per un colpo di fortuna, lo sparatore avesse inviato al creatore Scilipoti.
Il bersaglio giusto è quindi come l'albero per impiccar Bertoldo, gira e rigira, non lo trovi mai.
Questo naturalmente è vero, perché né il carabiniere, né Franceschini, né Scilipoti sono il potere odioso che avvelena la vita di tanti.
Ma è anche vero che sia il corpulento parlamentare del pdl, sia il più ieratico deputato del pd, che, purtroppo, il povero carabiniere, di quel potere sono i simboli.
E non c'è niente da fare, quando si arriva al punto di rottura, sia esso esito di patologie individuali, o di irreversibile rottura del patto sociale, i palesi simboli in carne e ossa fanno le spese degli errori e dei delitti di un potere occulto e impersonale. Volano gli stracci.
Fu così da sempre, e il pensiero corre agli esordi, finanziati e armati dalla CIA, della vittoriosa rivoluzione telebana, quando i mujadin uccidevano medici condotti e maestre, identificando nelle vaccinazioni e nell'alfabetizzazione il blasfemo potere filosovietico.
Anche qui si corre seriamente il rischio che la furia si abbatta su forze dell'ordine, ufficiali giudiziari e impiegati comunali, e i predicozzi morali e le mozioni degli affetti si riveleranno inefficaci esorcismi.
Chi si è assunto le responsabilità di frustrare, con cavillosi argomenti notarili, le speranze di rinnovamento che il popolo sente legittime, si assumerà anche la responsabilità di tutto ciò che accadrà.
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