In quanto uomo, m'impegno ad affrontare il rischio dell'annientamento perché due o tre verità gettino sul mondo
la loro luce essenziale (Frantz Fanon)

domenica 10 novembre 2013

il salotto buono

Nel CdA di Mediobanca non c'è lestofante o avanzo di galera che non sia adeguatamente rappresentato.
Sulla banda di strozzini nazionali si realizza il tutoraggio dei padrini franco-tedeschi dell'Europa, attraverso il controllo rapacemente coloniale del gruppo Bolloré e quello, austero, dei ragionieri delle germanizzate Assicurazioni Generali.
Mescolano, spartiscono, comprano e vendono, talvolta regalano.
Nel consiglio d'amministrazione non ci sono economisti (e forse è un bene) ma solo esperti di gestione aziendale e, soprattutto commercialisti.
Trucchi contabili e ingegneria di bilancio sono infatti indispensabili per tirare a campare in un'economia sempre più fittizia.
Buoni e cattivi, delle quotidiane scaramucce finanziarie e borsistiche, siedono vicini allo stesso tavolo e poi fanno merenda insieme.
PRESIDENTE
Renato Pagliaro
Vicepresidente di RCS
Consigliere Pirelli
Consigliere Telecom
AMMINISTRATORE DELEGATO
Alberto Nagel
Già vicepresidente Assicurazioni Generali
Consigliere Banca Esperia
Consigliere ABI
DIRETTORE GENERALE
Francesco Saverio Vinci
ConsigliereAssicurazioni Generali
Consigliere Banca Esperia
Consigliere Compagnie Monégasque de Banque
Consigliere Italmobiliare
Consigliere Perseo
VICEPRESIDENTE
Dieterl Ramp
Già presidente e AD di Unicredit
VICEPRESIDENTE
Marco Tronchetti Provera
Presidente Pirelli
Già AD Telecom
Consigliere di RCS
International Advisory Board di Allianz.
Consigliere Università Bocconi
Consigliere Alitalia
VICEPRESIDENTE
Tarak Ben Ammar
Già socio di Silvio Berlusconi
Consigliere Telecom
VICEPRESIDENTE
Gilberto Benetton
Presidente di Edizione srl (finanziaria Benetton)
Consigliere Pirelli
Consigliere di Allianz
Consigliere Atlantia
Consigliere Autogrill
CONSIGLIERE
Pier Silvio Berlusconi
Finvest
Consigliere Mediaset
Consigliere Publitalia
Consigliere Mondadori
CONSIGLIERE
Roberto Bertazzoni
Presidente SMEG SpA
Presidente COFIBER
Presidente ERFIN - Eridano Finanziaria SpA
CONSIGLIERE
Angelo Casò
Già presidente Milano Assicurazioni (Ligresti)

CONSIGLIERE
Maurizio Cereda
Consigliere Ansaldo
Consigliere Enervit
Consigliere fondazione IEO
CONSIGLIERE
Christian Collin
Direttore Generale delegato del Gruppo Groupama
CONSIGLIERE
Alessandro Decio
Già manager e consigliere di Unicredit
CONSIGLIERE
Giorgio Guazzaloca
Confcommercio - Già sindaco di Bologna
membro dell'Antitrust
Già consigliere di Rolo Banca.
Già consigliere di Cerved Holding S.p.A.
Già socio della Fondazione cassa di risparmio di Bologna 
Già  vicepresidente di Locat S.p.A. 
Già Presidente di Leasys S.p.A
CONSIGLIERE
Bruno Ermolli
Fidato consigliere di Silvio Berlusconi
Consigliere Mediaset
Consigliere Mondadori
Consigliere Università Bocconi
Presidente di Sinergetica
Già senior adviser di JP Morgan
Vicepresidente fondazione La Scala
Grande mediatore salvataggio Alitalia
CONSIGLIERE
Anne-Marie Idrac
Già presidente-DG RATP 
Già presidente SNCF
Consigliere Saint-Gobain
Consigliere Total
Senior adviser Suez
CONSIGLIERE

Vanessa Labérenne


manager gruppo Bolloré
CONSIGLIERE
Elisabetta Magistretti
Già Manager Unicredit
Già consigliere Pirelli
Già consigliere Luxottica
CONSIGLIERE
Alberto Pecci
Industriale tessile
Già consigliere Assicurazioni Generali
Già consigliere Banca Intesa
Già consigliere Fondiaria Assicurazioni
CONSIGLIERE
Carlo Pesenti
Consigliere Delegato di Italcementi S.p.A
Consigliere di RCS
CONSIGLIERE

Eric Strutz

Board of Managing Directors Commerzbank AG
Consigliere Partners Group Holding AG

sabato 2 novembre 2013

partito laico e orientamento culturale

Nel partito comunista potevano entrare atei e credenti.
Questo comportava che sulla questione dell'atteggiamento nei confronti di dio non si aprisse un dibattito e non si inquisisse sul diritto dei compagni di andare o non andare a messa.
Nel vecchio partito comunista c'era chi era iscritto alla società protettrice degli animali e chi andava a caccia.
Anche questo comportava che non si aprisse un dibattito sull'atteggiamento nei confronti degli animali e non si inquisisse sul diritto della gattara di nutrire i randagi o su quello di portare i bambini al circo.
Non era un compromesso vergognoso, ma l'esatta applicazione del principio che John Locke aveva posto, nel 600, come condizione del superamento delle guerre di religione: il laicismo.
Il vecchio partito comunista era dunque laico e non sposava alcuna filosofia. A metà degli anni '70 prese piede una nuova parola d'ordine: il personale è politico.
Era una formulazione integralista che sarebbe stato meglio lasciare ai Mormoni o ai Salafiti.
E fu l'inizio della fine.

Il fatto che il PCI fosse laico, non significava che vi mancasse il dibattito teorico. Sulla rivista Società, diretta da Ranuccio Bianchi Bandinelli, tutte le più varie questioni culturali e scientifiche venivano discusse, talvolta anche aspramente, ad altissimo livello.
Le questioni rimbalzavano poi su Rinascita e sulla terza pagina dell'Unità. Alcuni argomenti venivano opportunamente divulgati da Il Calendario del Popolo.
Il partito non aveva una linea culturale ufficiale, ma si riservava un'utile funzione di orientamento.


martedì 22 ottobre 2013

segnalazione


Giuseppe Veronica, Hamid non sa leggere. Malessere in classe o malessere di classe? in: "Zapruder" n. 31
in vendita presso Mondo Musica, viale Roma 20 Novara

venerdì 20 settembre 2013

in margine a un convegno

Nell'ambito della festa dei popoli, si sono tenuti, a Novara, due interessantissimi incontri (un seminario e un convegno), sul tema delle seconde generazioni.
Siamo ancora, a quanto pare, nella fase in cui ci si deve accattivare l'opinione della piccola borghesia retriva e si è parlato prevalentemente di immigrati buoni, quelli che non fanno casino e chiedono rispettosamente, col cappello in mano, qualche diritto.
Sono anche loro, nella stragrande maggioranza, ottime persone, ma è proprio fra di loro che si annidano, provvisoriamente dominati, gli elementi che condividono, in tutto e per tutto, l'ideologia dei ceti dominanti.
Per chi, come me, vorrebbe ancora cambiare il mondo, è molto più affidabile, per quanto antipatico e magari pericoloso, l'immigrato fiero, ribelle e strafottente che non chiede niente, ma vuole tutto.
Solo tra le righe, facevano la loro comparsa, questi immigrati:
Scontri nella banlieu parigina
Scontri nella periferia londinese
Scontri alla periferia di Stoccolma
Qui, le seconde, e talvolta terze, generazioni dimostrano che una pluriennale strategia volta all'integrazione (con risorse ben differenti da quelle che possiamo mettere in campo noi) non basta - fortunatamente - per ammaestrarle.
Se qualcuno pensa che questi fenomeni siano lontani, e non ci riguardino, si dia una rinfrescata alla memoria, guardando queste immagini:
Scontri a Milano nella zona di via Sarpi
Scontri a Milano tra nordafricani e latinoamericani
La questione, dunque, ci interroga. E a loro, ai ribelli, e non agli assimilati che esprimono velleità imprenditoriali, che dobbiamo quelle risposte che non abbiamo e che, probabilmente non avremo mai. 
Ben integrata?

Nel nostro modo di approcciarci al problema, ricapitoliamo inconsapevolmente l'evoluzione storica della dialettica tra servi e padroni degli ultimi tre secoli.
Noi per loro, con lo spirito filantropico del socialismo ottocentesco, e con un pizzico di carità pelosa di matrice cattolica, si sono mobilitate  le coscienze democratiche contro la xenofobia ottusa suscitata dalle prime ondate migratorie.
Edmondo De Amicis
Noi con loro, è la fase attuale; gli illuministi autoctoni si relazionano con gli immigrati, per avanzare insieme rivendicazioni.
E' un obiettivo passo avanti, ma la sua validità dipende dalla capacità di questi ultimi ad esprimere, come interlocutori, avanguardie autentiche.
C'è il rischio che una mancata evoluzione delle organizzazioni dei migranti, sfociando nel lobbismo, privilegi le varianti etniche delle élites .
Cécile Kyenge

In questo caso, si tornerebbe indietro, anche rispetto alla precedente fase socialdemocratica, per replicare la strategia neocolonialista di mantenimento dello status quo, affidando alle borghesie delle differenti etnie il compito di tenere a bada i propri ceti subalterni.
Per evitare questo rischio, bisogna che arrivi una terza fase: loro per loro. 
I migranti devono organizzarsi autonomamente per dirigere le proprie lotte.
Una via di Algeri
Solo dopo questo passaggio si potranno tessere rapporti organici con le residue forze antagoniste autoctone.




 

martedì 13 agosto 2013

Verso lo zero assoluto

Voici la folle qui passe en dansant, tandis qu'elle se rappelle vaguement quelque chose.   Les enfants la poursuivent à coups de pierre,comme si c'était un merle.

(Isidore Ducasse, Chants de Maldoror)

Manifestazione neonazista. La donna esagitata ha scolpite sul viso le stigmate dello smarrimento di sé. Sono volti che ben conosciamo, sempre più diffusi nei quartieri più degradati delle città del mondo, gente al margine, vite precarie su cui, oltre alla carenza di beni materiali, incombe l'ipoteca di una individuale apocalisse.
La miseria è talvolta causa, tal altra effetto, di una perdita che comunque sovrasta ogni depauperamento materiale: lo smarrimento della bussola esistenziale, della capacità di essere adeguatamente nel mondo.
Siamo al grado zero, zero assoluto, della capacità di giudizio. 
In una disperata ricerca di una definizione della propria identità, che vada al di là dei nudi dati anagrafici del nome, del luogo e della data di nascita, si replica inconsciamente l'iter burocratico dei documenti, ma lo stato civile e la professione tacciono pietosamente, protetti dalla privacy, o mentono, riportando notizie di una vita di prima, che ormai non c'è più.
Resta la cittadinanza, e a quella ci si aggrappa: è l'unica cosa rimasta, una cosa preziosa che non si può condividere facilmente, che non si deve inflazionare.
Del resto, nella regressione impietosa delle sue facoltà, ha riscoperto quel principio di imputazione per cui, da bambina, picchiava l'altalena cattiva da cui era caduta. Di tutto c'è un colpevole e del suo stato attuale, il responsabile ideale è lo straniero, antico archetipo del male, che massacra e razzia, ruba i bambini e fa il malocchio.

Di poco più su dello zero c'è l'intero universo del populismo fascistoide europeo.
Sono un po' più sani di mente, ma giugono alle stesse conclusioni, la tesaurizzazione della cittadinanza, applicando il medesimo principio d'imputazione: se le cose vanno male, la colpa è degli immigrati. 
È un caso di ansia collettiva, dunque dalla psicosi siamo passati alla nevrosi, ma una nevrosi socialmente indotta, approfittando del decifit culturale di massa prodotto in concerto da sistema scolastico, industria culturale e apparato di informazione.
Sebbene, alla fin fine, la caccia all'untore non evitò l'assalto ai forni, resta regola aurea, in tempi grami, indirizzare il malcontento popolare su un capro espiatorio facilmente identificabile e perseguibile, gli ebrei – per secoli – svolsero egregiamente questo compito.
Il candidato ideale, funzionale ad un eventuale fai da te persecutorio, deve essere facilmente identificabile, prontamente reperibile e socialmente debole, per ridurre al minimo i margini di tutela e ritorsione legale. Un banchiere svizzero è impensabile, un venditore ambulante nordafricano è perfetto.
Ci vuole, comunque un'autorità che lo indichi perché, nella sua qualità di capro espiatorio, è, in qualche modo, sacralizzato. 
Tale funzione, un tempo riservata agli oracoli, oggi è svolta dai giornali e dai telegiornali. Un buon oracolo – e quello di Delfi era il migliore – non afferma né nega, ma allude. E questo è il metodo tuttora osservato.
Nello spazio tiranno della pagina di cronaca o del palinsesto televisivo, si fanno delle scelte: quali notizie dare, quale ordine d'importanza assegnar loro, quanto spazio dedicarvi, quanti aggiornamenti proporne. Or bene, i nostri giornalisti, una delle professioni nazionali più ereditarie , per numero, rilevanza, ampiezza e ricorrenza, hanno a lungo privilegiato le notizie che vedevano come protagonisti (negativi) gli immigrati, malcelando la soddisfazione per l'effimero coinvolgimento di forestieri in qualche “delitto del secolo” (strage di Erba, omicidio Gambirasio). È quello che i loro padri avevano fatto con l'emigrazione interna del dopoguerra, e i loro nonni con gli ebrei.
Non c'è nessun bisogno che si propongano conclusioni, i dati, sapientemente selezionati, invitano ognuno a trarre un immancabile e identico risultato.

Poi, però, ci sono quelli che non ci cascano, quelli che non si fanno incantare dagli imbonitori. Cioè noi, la sinistra, gente dotata di spirito critico, culturalmente – se non antropologicamente – superiore alla massa semianalfabeta che alimenta i pingui bottini elettorali della destra italiana.
Siamo diversi. Ma quanto? Come si formano le opinioni di sinista?
Recentemente, una campagna sapientemente orchestrata ci ha convinti che ci sia in atto un femminicidio. Anche in questo caso numero, rilevanza, ampiezza e ricorrenza di notizie, accuratamente selezionate, ci hanno fatto credere di essere in presenza di un fenomeno in crescita, allo stesso modo in cui la raffica di spot sugli sbarchi a Lampedusa ingenera la falsa sensazione di un'espansione dei movimenti migratori.
In realtà le statistiche dimostrano che entrambi i fenomeni sono in calo: diminuisce il numero degli immigrati come quello delle donne uccise.
Ha ben poca importanza che nell'abituale decretazione d'urgenza, forma attenuata di dittatura che caratterizza la concezione italiana di governabilità, si inseriscano – come nei contratti di zio Paperone – codicilli che criminalizzano forme di dissenso estranee al problema posto, questo è un benefit aggiuntivo, il risultato principale perseguito è quello di estendere le forme dell'ansia securitaria, allo scopo che tutti, ma proprio tutti, invochino la panacea universale della repressione e della galera.
Non manca la regressione all'infantile principio di imputazione.
È di questi giorni l'agghiacciante notizia del suicidio di un quattordicenne, schiacciato dal peso del rifiuto sociale della propria scelta omosessuale.
Ci si potrebbe interrogare se, nel marasma affettivo e ormonale che accompagna la metamorfosi adolescenziale, tale scelta non sia, a quell'età, precoce e se una cultura che propone la naturalizzazione di ogni opzione sessuale non faccia sottovalutare il grado di investimento di sé che ogni scelta forte, comporta.
Siamo ben contenti, beninteso, che la scelta comunista in adolescenza non comporti l'eroismo richiesto a suo tempo a Giancarlo Pajetta, né che la scelta omosessuale richieda l'abnegazione ancora necessaria negli anni '60 a Mario Mieli, ma riteniamo che il meritorio andar controcorrente non sia gratuito e richieda ancora un certo grado di coraggio e un sodale sostegno.
L'amicizia e la simpatia non si impongono per legge e la marginalizzazione o l'esclusione da una cerchia, per i più svariati e stravaganti motivi, è un rifiuto sentimentale a cui nessun divieto può opporsi.
Ecco, però, come si affronta il fatto. 
Di fronte all'annichilente tragicità dell'evento, sarebbe ingeneroso liquidarlo mettendolo in conto alla fragilità individuale del suo protagonista. Giusto, perché la situazione psicologica che si è determinata non può essere addebitata a una particolare debolezza del soggetto, ma alla forza distruttiva di un pregiudizio culturale tuttora operante, che è di evidente natura sociale.
Senonché, il sociale, per uno scivolamento semantico tanto facile, quanto indebito, diventa ambientale e si va a cercare il colpevole tra i compagnucci della vittima. Risuona la parola d'ordine, omofobia, e le responsabilità, da sociali, ritornano individuali, criminalizzando dei ragazzini, nella modalità classica dell'individuazione di un capro espiatorio.
La distanza tra noi e la mattacchiona della fotografia si è colmata e ciò, da un certo punto di vista è un bene. Ma anche il divario tra strutture di pensiero e modalità della formazione delle opinioni, di destra e sinistra si azzera. Siamo tutti dentro un orizzonte piccolo borghese che invera quella coalizione di governo che a qualcuno pareva innaturale.

sabato 8 giugno 2013

Perché il marxismo è in rimonta?


Il capitalismo è in crisi in tutto il mondo - ma cosa diavolo è l'alternativa? Beh, che dire delle riflessioni di un certo filosofo tedesco del XIX secolo? Sì, Karl Marx è già meanstream - e chissà fin dove arriverà

Stuart Jeffries

The Guardian, Wednesday 4 July 2012 20.00 BST

La lotta di classe una volta sembrava così semplice. Marx ed Engels hanno scritto nel secondo libro più venduto di tutti i tempi, Il Manifesto del Partito Comunista: " la borghesia produce dunque, prima di tutto, sono i suoi becchini La sua caduta e la vittoria del proletariato sono ugualmente inevitabili.». (Il best-seller di tutti i tempi, per inciso, è la Bibbia – quasi come 50 sfumature di grigio).
Oggi, 164 anni dopo che Marx ed Engels scrissero dei becchini, la verità è quasi l'esatto contrario.
Il proletariato, lungi dal seppellire il capitalismo, sta mantenendolo in vita. Oberati di lavoro, operai sottopagati, apparentemente liberati dalla più grande rivoluzione socialista della storia (quella cinese), sono spinti sull'orlo del suicidio per mantenere quelli occidentali che giocano con i loro iPad. I soldi cinesi foraggiano un'America altrimenti in bancarotta.
L'ironia dei più vivaci pensatori marxisti è quasi sprecata. "Il dominio del capitalismo a livello globale oggi dipende dall'esistenza di un partito comunista cinese che dà alle imprese capitalistiche delocalizzate manodopera a buon mercato a prezzi più bassi e priva i lavoratori dei diritti di auto-organizzazione", dice Jacques Rancière, pensatore marxista francese e professore di Filosofia all'Università di Parigi VIII. "Fortunatamente, è possibile sperare in un mondo meno assurdo e più giusto di quello di oggi."
Quella speranza, forse, spiega un'altra delle verità improbabili dei nostri tempi così economicamente catastrofici - la rinascita di interesse per Marx e il pensiero marxista. Le vendite di Das Kapital, il capolavoro di Marx sull'economia politica, sono salite alle stelle dal 2008, così come quelli del Manifesto del partito comunista e dei Grundrisse ( Lineamenti di critica dell'economia politica). Le loro vendite sono aumentate quanto i salvataggi delle banche, per mantenere il sistema degradato in corso, dei lavoratori britannici e i grugni dei ricchi saldamente affossati nelle loro depressioni, mentre altri lottano contro debito, precarietà o peggio. C'è anche un regista teatrale cinese, Nian che ha scommesso sulla rinascita di Das Kapital progettandone un musical con tanto di canzoni e balletti.
E in quello che è forse il più divertente capovolgimento delle sorti del teorico rivoluzionario dalla barba lussureggiante, Karl Marx è stato recentemente scelto in una lista di 10 contendenti per comparire su una nuova emissione di MasterCard per i clienti della banca tedesca Sparkasse a Chemnitz. Nella comunista Germania Est 1953-1990, Chemnitz era conosciuto come Karl Marx Stadt. Chiaramente, più di vent'anni dopo la caduta del muro di Berlino, l'ex Germania dell'Est non ha scartavetrato il suo passato marxista. Un rapporto Reuters del 2008 rivela che in un sondaggio tra i tedeschi dell'est, ben il 52% ritiene l'economia di libero mercato "non idonea" mentre il 43% ha detto addirittura di rivolere indietro il socialismo. Karl Marx può essere morto e sepolto nel cimitero di Highgate, ma è vivo e vegeto tra i tedeschi indebitati. Marx avrebbe apprezzato l'ironia della sua immagine utilizzata su una carta per ottenere più debiti? Si potrebbe pensarlo.
La prossima settimana a Londra, diverse migliaia di persone parteciperanno a marxismo 2012, un festival di cinque giorni organizzato dal Partito Socialista dei Lavoratori. Si tratta di un evento annuale, ma ciò che colpisce l'organizzatore Joseph Choonara è come, in questi ultimi anni, molti più partecipanti siano giovani. "La ripresa di interesse per il marxismo, soprattutto per i giovani è perché fornisce strumenti per l'analisi del capitalismo, e le sue crisi come quella in cui siamo in ora", dice Choonara.
C'è stato un eccesso di libri a strombazzare la rilevanza del marxismo. Il professore di Letteratura inglese Terry Eagleton, lo scorso anno ha pubblicato un libro intitolato Perché Marx aveva ragione. Il filosofo maoista francese Alain Badiou ha pubblicato un piccolo libro rosso chiamato L'ipotesi comunista, con una stella rossa sulla copertina (che fa molto Mao e molto oggi) in cui ha chiamato a raccolta i fedeli per inaugurare la terza era dell'idea comunista (le due precedenti essendo andate dalla costituzione della Repubblica francese nel 1792 al massacro dei comunardi di Parigi nel 1871, e dal 1917 al crollo della Rivoluzione Culturale di Mao nel 1976). Non è questa tutto un'allucinazione?
Le venerabili idee di Marx non sono utilizzabili da noi così come lo sarebbe il telaio a mano per puntellare la reputazione di Apple per l'innovazione? Il sogno della rivoluzione socialista e la società comunista non sono irrilevanti nel 2012? Dopo tutto, come suggerisco a Rancière, la borghesia non è riuscita a produrre i propri becchini. Rancière si rifiuta di essere pessimista: “La borghesia ha imparato a far pagare le sue crisi alla gente sfruttata e di usarla per disarmare i suoi avversari, ma non dobbiamo abbandonare l'idea della necessità storica e concludere che la situazione attuale è eterna. I becchini sono i movimenti popolari – sia qui, i lavoratori in condizioni precarie, come altrove i lavoratori supersfruttati delle fabbriche in Estremo Oriente e, da adesso, anche in Grecia – che indicano anche che c'è una nuova volontà di non lasciare che i nostri governi ei nostri banchieri trasferiscano le loro crisi sulle persone. “
Questo, per lo meno, è il punto di vista di un professore marxista ultrasettantenne. Che dire di un temperamento marxista di persone più giovani? Lo chiedo a Jaswinder Blackwell-Pal, una 22enne inglese studentessa di recitazione al Goldsmiths College di Londra, che ha appena finito il suo corso di laurea in lingua inglese e drammaturgia: perché lei considera il pensiero marxista ancora attuale? “Il punto è che le persone più giovani non c'erano ancora quando la Thatcher era al potere o quando il marxismo veniva stato associato con l'Unione Sovietica – dice – noi tendiamo a vederlo più come un modo di capire quello che stiamo attraversando adesso. Pensate a ciò che sta accadendo in Egitto, la caduta di Mubarak è stata così entusiasmante Si è rotto con così tanti stereotipi … la democrazia non doveva certo essere la lotta per istaurare la legge islamica, si rivendica la rivoluzione come processo, non come evento. Quindi c'è stata una rivoluzione in Egitto, e una controrivoluzione e una controcontrorivoluzione e ne abbiamo imparato l'importanza dell'organizzazione.”
Questa, sicuramente è la chiave per comprendere che la rinascita del marxismo in Occidente, per i più giovani, è esente da ogni riferimento ai gulag staliniani. Per i più giovani anche il trionfalismo di Francis Fukuyama, che nel suo libro del 1992, La fine della storia presentava il capitalismo come incontrovertibile e il suo rovesciamento impossibile da immaginare, ha meno effetto di presa alla gola, sulla loro immaginazione, di quanto non abbia fatto su quella dei loro genitori.
Blackwell-Pal parlerà giovedi su Che Guevara e la rivoluzione cubana al festival del marxismo. “Sarà la prima volta che parlerò in pubbliconsul marxismo", dice nervosamente. Ma come si pensa a Guevara e Castro oggi, e in quella età? Sicuramente la rivoluzione socialista violenta è impensabile per le lotte dei lavoratori oggi? “Niente affatto! – risponde lei – quello che sta succedendo in Gran Bretagna è piuttosto interessante. Abbiamo un governo molto, ma molto debole, impantanato in lotte intestine. Penso che se siamo in grado di organizzarci, davvero li possiamo cacciare”. Potrebbe avere la Gran Bretagna la sua piazza Tahrir, il suo equivalente di Castro o del Movimento 26 luglio? Lasciamo il suo sogno a questa giovane. Dopo gli scontri dello scorso anno e oggi, con la maggior parte della Gran Bretagna ostile ai ricchi membri del suo governo, solo un pazzo potrebbe esclude quest'eventualità.
Per una prospettiva diversa raggiungo Owen Jones, 27enne, già vecchia icona della nuova sinistra e autore del bestseller di politica del 2011, Chavs: la demonizzazione della classe operaia. È sul treno per Brighton, diretto alla conferenza Unite. “Non ci sara 'una rivoluzione sanguinosa in Gran Bretagna, ma c'è speranza per una società di lavoratori per i lavoratori”, ci dice.
Infatti, continua, nel 1860 l'ultimo Marx immaginava la società post-capitalista tale da essere vinta con mezzi diversi rivoluzione violenta. “Ha richiamato l'attenzione sull'espansione del suffragio e altri mezzi pacifici per realizzare la società socialista. Oggi nemmeno la sinistra trotskista fa appello alla rivoluzione armata. La sinistra radicale affermerebbe dunque che la rottura con il capitalismo dovrebbe essere raggiunta solo con la democrazia e l'organizzazione dei lavoratori per instaurare e difendere una società più giusta contro le forze che la vorrebbero distruggeree”.
Jones ricorda che suo padre, un militante attivo negli anni '70, sosteneva l'idea entrista di garantire l'elezione di un governo laburista per poi organizzare i lavoratori per condizionarlo. “Penso che sia il modello," dice, e questa è un'idea molto poco New Labour. Detto questo, continuamo a parlare, Jones mi incalza, per farmi capire che non è un simpatizzante o militante trotzkista. Piuttosto, vuole un governo laburista al potere che porti avanti un programma politico radicale. Lui ha in mente le parole di Febbraio 1974, manifesto elettorale del Labour, in cui si esprimeva l'intenzione di “portare un cambiamento fondamentale e irreversibile nella distribuzione del potere e della ricchezza a favore dei lavoratori e delle loro famiglie”. Lasciamo il su sogno a questo giovane.
Quel che colpisce del successo letterario di Jones è che si fonda sulla rinascita di interesse per la politica di classe, la pietra miliare dell'analisi di Marx e di Engels della società industriale. “Se lo avessi scritto anche solo quattro anni prima sarebbe stato liquidato come un concetto di classe degli anni '60 – dice Jones – ma la classe è di nuovo nella nostra realtà perché la crisi economica colpisce le persone in modi diversi e perché il mantra governativo per cui siamo tutti nella stessa barca è offensivo e ridicolo. E 'impossibile discutere ora come nel 1990 quando si diceva che eravamo tutti classe media. Le riforme di questo governo sono di classe. Gli aumenti dell'IVA colpiscono le persone che lavorano in modo sproporzionato, per esempio.
“È 'un'aperta guerra di classe – dice – la classe lavoratrice rischia di star peggio nel 2016 di quanto non fosse all'inizio del secolo. Ma sei accusato di essere un mestatore, se alzi la voce per difendere il 30% della popolazione che soffre in questo modo.”
Questo risuona con qualcosa che mi ha detto Rancière. Il professore ha sostenuto che “una cosa del pensiero marxista rimane ferma, la lotta di classe. La scomparsa delle nostre fabbriche, cioè la deindustrializzazione dei nostri paesi e l'esternalizzazione del lavoro industriale in paesi dove la manodopera è meno costosa e più docile, che altro è , se non un atto di lotta di classe della borghesia dominante? “
C'è un altro argomento, oltre la sua analisi della lotta di classe, per cui il marxismo ha qualcosa da insegnare a noi su come affrontare la depressione economica. È nella sua analisi della crisi economica. Nel suo formidabile nuovo lavoro, Meno di niente: Hegel e l'Ombra del materialismo dialettico, Slavoj Žižek tenta di applicare il pensiero marxista alla crisi economica che stiamo sopportando adesso. Žižek considera fondamentale un antagonismo di classe situato tra valore d'uso e valore di scambio.
Che differenza c'è ? Ogni merce ha un valore d'uso, spiega, misurato dalla sua utilità nel soddisfare bisogni e desideri. Il valore di scambio di una merce, al contrario, è tradizionalmente misurato dalla quantità di lavoro necessaria a produrla. Sotto il capitalismo attuale, Žižek sostiene, valore di scambio diventa autonomo.
“Si è trasformato in uno spettro di capitale autopropulsivo, che utilizza le capacità produttive e le esigenze delle persone reali solo come sua temporanea e provvisoria incarnazione. Marx deriva la sua nozione di crisi economica proprio da questo salto: Una crisi si verifica quando la realtà, con l'illusorio miraggio dell'autorigenerazione del denaro, si riassetta generando più soldi - questa follia speculativa non può andare avanti all'infinito, deve esplodere in ancora più gravi crisi. La radice ultima della crisi per Marx è il divario tra valore d'uso e valore di scambio: la logica scambio/ valore segue la propria strada, con i passi segnati, a prescindere dalle reali esigenze delle persone reali”.
In questi tempi inquieti, cosa leggere di meglio che il più grande catastrofista teoricodella storia umana, Karl Marx? Eppure la rinascita di interesse per il marxismo è stata bollata come un'apologia del totalitarismo stalinista. In un recente blog sul "nuovo comunismo" per la rivista World Affairs, Alan Johnson, professore di teoria e di pratica democratica alla Edge Hill University nel Lancashire, ha scritto: Una visione del mondo, fonte recente di enormi sofferenze e miseria, e responsabile di più morti che il fascismo e il nazismo, sta tentando una rimonta, una nuova forma di totalitarismo di sinistra gode già di credibilità intellettuale, ma aspira al potere politico.
Il nuovo comunismo non conta per i suoi meriti intellettuali, ma perché può ancora influenzare strati di giovani europei nel contesto di un esausta democrazia sociale, dell' austerità e di una cultura intellettuale disgustata di sé, ha scritto Johnson, allettante come è, non possiamo permetterci di scuotere solo la testa e passar oltre.
Questo è il timore: che queste brutte vecchie scoregge di sinistra come Žižek, Badiou, Rancière e Eagleton corrompano le menti dei giovani innocenti. Ma leggere Marx e la critica di Engels del capitalismo significa che in tal modo adottate una visione del mondo responsabile di più morti che i nazisti? Sicuramente non c'è una linea retta dal Manifesto del partito comunista al gulag, e nessun motivo per cui i giovani di sinistra debbano adottare acriticamente Badiou al suo grado più
agghiacciante.
Nella sua introduzione a una nuova edizione del Manifesto del partito comunista, il professor Eric Hobsbawm suggerisce che Marx aveva ragione a sostenere che le “contraddizioni di un sistema di mercato basato su nessun altro legame tra uomo e uomo che non sia il nudo interesse o il freddo pagamento in contanti, un sistema di sfruttamento e di accumulazione senza fine non può mai essere superato e che a un certo punto in una serie di trasformazioni e ristrutturazioni lo sviluppo di questo sistema essenzialmente destabilizzante porterà ad uno stato di cose che non potrà più essere descritto come il capitalismo”.
Si tratterebbe, infatti, della società post-capitalista come sognata dai marxisti. Ma a cosa potrebbe assomigliare? “È estremamente improbabile che una simile società post-capitalista corrispnderebbe ai tradizionali modelli di socialismo e ancora meno al socialismo reale di epoca sovietica – sostiene Hobsbawm, aggiungendo – che, tuttavia, necessariamente prevederebbe un passaggio dalla proprietà privata alla gestione sociale della ricchezza su scala globale. "Quali forme potrebbe prendere e in quale misura saprebbe incarnare i valori umanistici del comunismo di Marx e di Engels, dipenderà dall'azione politica attraverso cui questo cambiamento avverrà”.
Questo è sicuramente il marxismo nella sua forma più liberatoria, che ci suggerisce che il nostro futuro dipende da noi e dalla nostra disponibilità alla lotta. O, come dicono Marx ed Engels alla fine del Manifesto del partito comunista: Che le classi dominanti tremino alla prospettiva di una rivoluzione comunista. I proletari non hanno nulla da perdere se non le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare...