Alberto Beneduce (Caserta, 29 maggio 1877 – Roma, 26 aprile 1944). Studente all'Università di Napoli, prese la tessera del Partito socialista italiano. Si sposò a vent'anni ed ebbe cinque figli, nessuno dei quali venne battezzato. I nomi delle prime figlie (Idea Nuova Socialista, Vittoria Proletaria e Italia Libera) testimoniano un'incrollabile fede nell'ideale.
Nel 1904 si laurea in matematica, intenzionato a occuparsi di statistica.
Trasferitosi a Roma, collabora con Ernesto Nathan, primo sindaco anticlericale della capitale e si lega all'ala riformista del PSI. Nel 1912, quando Bissolati e Bonomi vengono espulsi, non rinnova la tessera.
Come gli altri socialisti riformisti, allo scoppio della prima guerra mondiale, Beneduce sostenne le ragioni degli interventisti. Come volontario fu mobilitato col grado di sottotenente del genio territoriale del Regio Esercito, ma nel 1916 lasciò il fronte per essere nominato amministratore delegato dell'INA, del quale era già consigliere
Finita la guerra, nel 1919 si dimise dalla carica e da docente per candidarsi alle elezioni politiche nelle liste del Partito Socialista Riformista Italiano nel collegio di Caserta, divenendo deputato e, successivamente, presidente della commissione Finanze della Camera.
Nel 1921, dopo essere stato rieletto deputato, assunse la carica di Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale nel governo presieduto da Ivanoe Bonomi. Mussolini sul Popolo d'Italia il 5 luglio 1921) ne lodò le capacità. Fu ministro fino al febbraio 1922 e non si ricandidò in Parlamento nel 1924, ma fu vicino ai gruppi democratici aventiniani, che sollecitò a rientrare in parlamento l'anno successivo. Deluso dall'opposizione e ostile al fascismo, si ritirò dalla politica attiva.
Ma la sua competenza sul funzionamento dello Stato, l'amicizia con il direttore della Banca d'Italia Bonaldo Stringher e del ministro Giuseppe Volpi e la stima dello stesso Mussolini ne fecero di lì a poco uno dei più ascoltati consiglieri economici del governo, alle prese con la crisi economica degli ultimi anni '20.
La sua concezione, saldamente legata ai suoi ideali socialriformisti, prevedeva una funzione precisa dell'intervento statale nell'economia.
Il fallimento delle maggiori banche italiane, che detenevano anche numerose partecipazioni azionarie nelle imprese industriali, fu evitato grazie all'intervento dello Stato. Fu varata una legge bancaria che prevedeva la netta separazione fra banche ed imprese industriali, mentre le banche di interesse nazionale venivano salvate con la partecipazione diretta dello Stato al capitale di controllo delle imprese. Le aziende pubbliche rimanevano comunque società per azioni, continuando quindi ad associare, in posizione di minoranza, il capitale privato.
Lo Stato si riservava, inoltre, un ruolo di indirizzo dello sviluppo industriale, in luogo della nazionalizzazione vennero decisi dal governo Mussolini una serie di interventi finalizzati al salvataggio e al sostegno finanziario di singole imprese. A tale scopo fu prima fondato nel 1931 l'Istituto Mobiliare Italiano e successivamente, nel gennaio 1933 - auspici il ministro delle Finanze Guido Jung, Beneduce e il futuro Governatore della Banca d'Italia Donato Menichella - l'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI). Beneduce ne fu il primo presidente, dalla sua costituzione fino al 1939.
Beneduce si ritirò progressivamente dalla vita politico-economica a causa delle precarie condizioni fisiche, dovute a un ictus che lo colpì nel giugno 1936.
L'opera di Beneduce dimostra che un certo dirigismo dello stato in economia è perfettamente compatibile con il dominio del capitale, sia in regime democratico - era, coevamente, applicato nel new deal roosweltiano - sia in regime autoritario.
Ai critici che rimproverano a Beneduce il disinvolto passaggio dal socialismo alla collaborazione col regime, si usa opporre l'argomento dell'opposizione, nei suoi confronti, di molti esponenti fascisti. Vi è da dire che la politica propugnata da Beneduce poteva scontentare sia i settori del fascismo borghese, che non vedevano di buon occhio i limiti posti alla libera iniziativa, ma soprattutto il fascismo di sinistra, orientato a una gestione sociale delle imprese.
In quanto uomo, m'impegno ad affrontare il rischio dell'annientamento perché due o tre verità gettino sul mondo
la loro luce essenziale (Frantz Fanon)
domenica 10 novembre 2013
il salotto buono
Nel CdA di Mediobanca non c'è lestofante o avanzo di galera che non sia adeguatamente rappresentato.
Sulla banda di strozzini nazionali si realizza il tutoraggio dei padrini franco-tedeschi dell'Europa, attraverso il controllo rapacemente coloniale del gruppo Bolloré e quello, austero, dei ragionieri delle germanizzate Assicurazioni Generali.
Mescolano, spartiscono, comprano e vendono, talvolta regalano.
Nel consiglio d'amministrazione non ci sono economisti (e forse è un bene) ma solo esperti di gestione aziendale e, soprattutto commercialisti.
Trucchi contabili e ingegneria di bilancio sono infatti indispensabili per tirare a campare in un'economia sempre più fittizia.
Buoni e cattivi, delle quotidiane scaramucce finanziarie e borsistiche, siedono vicini allo stesso tavolo e poi fanno merenda insieme.
Sulla banda di strozzini nazionali si realizza il tutoraggio dei padrini franco-tedeschi dell'Europa, attraverso il controllo rapacemente coloniale del gruppo Bolloré e quello, austero, dei ragionieri delle germanizzate Assicurazioni Generali.
Mescolano, spartiscono, comprano e vendono, talvolta regalano.
Nel consiglio d'amministrazione non ci sono economisti (e forse è un bene) ma solo esperti di gestione aziendale e, soprattutto commercialisti.
Trucchi contabili e ingegneria di bilancio sono infatti indispensabili per tirare a campare in un'economia sempre più fittizia.
Buoni e cattivi, delle quotidiane scaramucce finanziarie e borsistiche, siedono vicini allo stesso tavolo e poi fanno merenda insieme.
PRESIDENTE
Renato
Pagliaro
|
Vicepresidente
di RCS
Consigliere
Pirelli
Consigliere
Telecom
|
AMMINISTRATORE
DELEGATO
Alberto
Nagel
|
Già
vicepresidente Assicurazioni Generali
Consigliere
Banca Esperia
Consigliere
ABI
|
DIRETTORE
GENERALE
Francesco
Saverio Vinci
|
ConsigliereAssicurazioni
Generali
Consigliere
Banca Esperia
Consigliere
Compagnie
Monégasque de Banque
Consigliere
Italmobiliare
Consigliere
Perseo
|
VICEPRESIDENTE
Dieterl
Ramp
|
Già
presidente e AD di Unicredit
|
VICEPRESIDENTE
Marco
Tronchetti Provera
|
Presidente
Pirelli
Già
AD Telecom
Consigliere
di RCS
International
Advisory Board di
Allianz.
Consigliere
Università Bocconi
Consigliere
Alitalia
|
VICEPRESIDENTE
Tarak
Ben Ammar
|
Già
socio di Silvio Berlusconi
Consigliere
Telecom
|
VICEPRESIDENTE
Gilberto
Benetton
|
Presidente
di Edizione srl (finanziaria Benetton)
Consigliere
Pirelli
Consigliere
di
Allianz
Consigliere
Atlantia
Consigliere
Autogrill
|
CONSIGLIERE
Pier
Silvio Berlusconi
|
Finvest
Consigliere
Mediaset
Consigliere
Publitalia
Consigliere
Mondadori
|
CONSIGLIERE
Roberto
Bertazzoni
|
Presidente
SMEG SpA
Presidente
COFIBER
Presidente
ERFIN - Eridano Finanziaria SpA
|
CONSIGLIERE
Angelo
Casò
|
Già
presidente Milano Assicurazioni
(Ligresti)
|
CONSIGLIERE
Maurizio
Cereda
|
Consigliere
Ansaldo
Consigliere
Enervit
Consigliere
fondazione IEO
|
CONSIGLIERE
Christian
Collin
|
Direttore
Generale delegato del Gruppo Groupama
|
CONSIGLIERE
Alessandro
Decio
|
Già
manager e consigliere di Unicredit
|
CONSIGLIERE
Giorgio
Guazzaloca
|
Confcommercio
- Già sindaco di Bologna
membro
dell'Antitrust
Già
consigliere di Rolo Banca.
Già
consigliere di Cerved Holding S.p.A.
Già
socio della Fondazione
cassa di risparmio di
Bologna
Già
vicepresidente
di Locat S.p.A.
Già
Presidente di Leasys S.p.A
|
CONSIGLIERE
Bruno
Ermolli
|
Fidato
consigliere di Silvio Berlusconi
Consigliere
Mediaset
Consigliere
Mondadori
Consigliere
Università Bocconi
Presidente
di Sinergetica
Già
senior adviser di JP Morgan
Vicepresidente
fondazione La Scala
Grande
mediatore salvataggio Alitalia
|
CONSIGLIERE
Anne-Marie
Idrac
|
Già
presidente-DG RATP
Già
presidente SNCF
Consigliere
Saint-Gobain
Consigliere
Total
Senior
adviser Suez
|
CONSIGLIERE
Vanessa Labérenne |
manager
gruppo Bolloré
|
CONSIGLIERE
Elisabetta
Magistretti
|
Già
Manager Unicredit
Già
consigliere Pirelli
Già
consigliere Luxottica
|
CONSIGLIERE
Alberto
Pecci
|
Industriale
tessile
Già
consigliere Assicurazioni Generali
Già
consigliere Banca Intesa
Già
consigliere Fondiaria Assicurazioni
|
CONSIGLIERE
Carlo
Pesenti
|
Consigliere
Delegato di Italcementi S.p.A
Consigliere
di RCS
|
CONSIGLIERE
Eric Strutz |
Board
of Managing Directors Commerzbank AG
Consigliere
Partners Group Holding AG
|
sabato 2 novembre 2013
partito laico e orientamento culturale
Nel partito comunista potevano entrare atei e credenti.
Questo comportava che sulla questione dell'atteggiamento nei confronti di dio non si aprisse un dibattito e non si inquisisse sul diritto dei compagni di andare o non andare a messa.
Nel vecchio partito comunista c'era chi era iscritto alla società protettrice degli animali e chi andava a caccia.
Anche questo comportava che non si aprisse un dibattito sull'atteggiamento nei confronti degli animali e non si inquisisse sul diritto della gattara di nutrire i randagi o su quello di portare i bambini al circo.
Non era un compromesso vergognoso, ma l'esatta applicazione del principio che John Locke aveva posto, nel 600, come condizione del superamento delle guerre di religione: il laicismo.
Il vecchio partito comunista era dunque laico e non sposava alcuna filosofia. A metà degli anni '70 prese piede una nuova parola d'ordine: il personale è politico.
Era una formulazione integralista che sarebbe stato meglio lasciare ai Mormoni o ai Salafiti.
E fu l'inizio della fine.
Il fatto che il PCI fosse laico, non significava che vi mancasse il dibattito teorico. Sulla rivista Società, diretta da Ranuccio Bianchi Bandinelli, tutte le più varie questioni culturali e scientifiche venivano discusse, talvolta anche aspramente, ad altissimo livello.
Le questioni rimbalzavano poi su Rinascita e sulla terza pagina dell'Unità. Alcuni argomenti venivano opportunamente divulgati da Il Calendario del Popolo.
Il partito non aveva una linea culturale ufficiale, ma si riservava un'utile funzione di orientamento.
Questo comportava che sulla questione dell'atteggiamento nei confronti di dio non si aprisse un dibattito e non si inquisisse sul diritto dei compagni di andare o non andare a messa.
Nel vecchio partito comunista c'era chi era iscritto alla società protettrice degli animali e chi andava a caccia.
Anche questo comportava che non si aprisse un dibattito sull'atteggiamento nei confronti degli animali e non si inquisisse sul diritto della gattara di nutrire i randagi o su quello di portare i bambini al circo.
Non era un compromesso vergognoso, ma l'esatta applicazione del principio che John Locke aveva posto, nel 600, come condizione del superamento delle guerre di religione: il laicismo.
Il vecchio partito comunista era dunque laico e non sposava alcuna filosofia. A metà degli anni '70 prese piede una nuova parola d'ordine: il personale è politico.
Era una formulazione integralista che sarebbe stato meglio lasciare ai Mormoni o ai Salafiti.
E fu l'inizio della fine.
Il fatto che il PCI fosse laico, non significava che vi mancasse il dibattito teorico. Sulla rivista Società, diretta da Ranuccio Bianchi Bandinelli, tutte le più varie questioni culturali e scientifiche venivano discusse, talvolta anche aspramente, ad altissimo livello.
Le questioni rimbalzavano poi su Rinascita e sulla terza pagina dell'Unità. Alcuni argomenti venivano opportunamente divulgati da Il Calendario del Popolo.
Il partito non aveva una linea culturale ufficiale, ma si riservava un'utile funzione di orientamento.
martedì 22 ottobre 2013
segnalazione
Giuseppe Veronica, Hamid non sa leggere. Malessere in classe o malessere di classe? in: "Zapruder" n. 31
in vendita presso Mondo Musica, viale Roma 20 Novara
venerdì 20 settembre 2013
in margine a un convegno
Nell'ambito della festa dei popoli, si sono tenuti, a Novara, due interessantissimi incontri (un seminario e un convegno), sul tema delle seconde generazioni.
Siamo ancora, a quanto pare, nella fase in cui ci si deve accattivare l'opinione della piccola borghesia retriva e si è parlato prevalentemente di immigrati buoni, quelli che non fanno casino e chiedono rispettosamente, col cappello in mano, qualche diritto.
Sono anche loro, nella stragrande maggioranza, ottime persone, ma è proprio fra di loro che si annidano, provvisoriamente dominati, gli elementi che condividono, in tutto e per tutto, l'ideologia dei ceti dominanti.
Per chi, come me, vorrebbe ancora cambiare il mondo, è molto più affidabile, per quanto antipatico e magari pericoloso, l'immigrato fiero, ribelle e strafottente che non chiede niente, ma vuole tutto.
Solo tra le righe, facevano la loro comparsa, questi immigrati:
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| Scontri nella banlieu parigina |
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| Scontri nella periferia londinese |
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| Scontri alla periferia di Stoccolma |
Qui, le seconde, e talvolta terze, generazioni dimostrano che una pluriennale strategia volta all'integrazione (con risorse ben differenti da quelle che possiamo mettere in campo noi) non basta - fortunatamente - per ammaestrarle.
Se qualcuno pensa che questi fenomeni siano lontani, e non ci riguardino, si dia una rinfrescata alla memoria, guardando queste immagini:
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| Scontri a Milano nella zona di via Sarpi |
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| Scontri a Milano tra nordafricani e latinoamericani |
La questione, dunque, ci interroga. E a loro, ai ribelli, e non agli assimilati che esprimono velleità imprenditoriali, che dobbiamo quelle risposte che non abbiamo e che, probabilmente non avremo mai.
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| Ben integrata? |
Nel nostro modo di approcciarci al problema, ricapitoliamo inconsapevolmente l'evoluzione storica della dialettica tra servi e padroni degli ultimi tre secoli.
Noi per loro, con lo spirito filantropico del socialismo ottocentesco, e con un pizzico di carità pelosa di matrice cattolica, si sono mobilitate le coscienze democratiche contro la xenofobia ottusa suscitata dalle prime ondate migratorie.
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| Edmondo De Amicis |
E' un obiettivo passo avanti, ma la sua validità dipende dalla capacità di questi ultimi ad esprimere, come interlocutori, avanguardie autentiche.
C'è il rischio che una mancata evoluzione delle organizzazioni dei migranti, sfociando nel lobbismo, privilegi le varianti etniche delle élites .
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| Cécile Kyenge |
Per evitare questo rischio, bisogna che arrivi una terza fase: loro per loro.
I migranti devono organizzarsi autonomamente per dirigere le proprie lotte.
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| Una via di Algeri |
Solo dopo questo passaggio si potranno tessere rapporti organici con le residue forze antagoniste autoctone.
sabato 24 agosto 2013
martedì 13 agosto 2013
Verso lo zero assoluto
Voici la folle qui passe en dansant, tandis qu'elle se rappelle vaguement quelque chose. Les enfants la poursuivent à coups de pierre,comme si c'était un merle.
(Isidore Ducasse, Chants de Maldoror)
Manifestazione neonazista. La donna esagitata ha scolpite sul viso le stigmate dello smarrimento di sé. Sono volti che ben conosciamo, sempre più diffusi nei quartieri più degradati delle città del mondo, gente al margine, vite precarie su cui, oltre alla carenza di beni materiali, incombe l'ipoteca di una individuale apocalisse.
La miseria è talvolta causa, tal altra effetto, di una perdita che comunque sovrasta ogni depauperamento materiale: lo smarrimento della bussola esistenziale, della capacità di essere adeguatamente nel mondo.
Siamo al grado zero, zero assoluto, della capacità di giudizio.
In una disperata ricerca di una definizione della propria identità, che vada al di là dei nudi dati anagrafici del nome, del luogo e della data di nascita, si replica inconsciamente l'iter burocratico dei documenti, ma lo stato civile e la professione tacciono pietosamente, protetti dalla privacy, o mentono, riportando notizie di una vita di prima, che ormai non c'è più.
Resta la cittadinanza, e a quella ci si aggrappa: è l'unica cosa rimasta, una cosa preziosa che non si può condividere facilmente, che non si deve inflazionare.
Del resto, nella regressione impietosa delle sue facoltà, ha riscoperto quel principio di imputazione per cui, da bambina, picchiava l'altalena cattiva da cui era caduta. Di tutto c'è un colpevole e del suo stato attuale, il responsabile ideale è lo straniero, antico archetipo del male, che massacra e razzia, ruba i bambini e fa il malocchio.
Di poco più su dello zero c'è l'intero universo del populismo fascistoide europeo.
Sono un po' più sani di mente, ma giugono alle stesse conclusioni, la tesaurizzazione della cittadinanza, applicando il medesimo principio d'imputazione: se le cose vanno male, la colpa è degli immigrati.
È un caso di ansia collettiva, dunque dalla psicosi siamo passati alla nevrosi, ma una nevrosi socialmente indotta, approfittando del decifit culturale di massa prodotto in concerto da sistema scolastico, industria culturale e apparato di informazione.
Sebbene, alla fin fine, la caccia all'untore non evitò l'assalto ai forni, resta regola aurea, in tempi grami, indirizzare il malcontento popolare su un capro espiatorio facilmente identificabile e perseguibile, gli ebrei – per secoli – svolsero egregiamente questo compito.
Il candidato ideale, funzionale ad un eventuale fai da te persecutorio, deve essere facilmente identificabile, prontamente reperibile e socialmente debole, per ridurre al minimo i margini di tutela e ritorsione legale. Un banchiere svizzero è impensabile, un venditore ambulante nordafricano è perfetto.
Ci vuole, comunque un'autorità che lo indichi perché, nella sua qualità di capro espiatorio, è, in qualche modo, sacralizzato.
Tale funzione, un tempo riservata agli oracoli, oggi è svolta dai giornali e dai telegiornali. Un buon oracolo – e quello di Delfi era il migliore – non afferma né nega, ma allude. E questo è il metodo tuttora osservato.
Nello spazio tiranno della pagina di cronaca o del palinsesto televisivo, si fanno delle scelte: quali notizie dare, quale ordine d'importanza assegnar loro, quanto spazio dedicarvi, quanti aggiornamenti proporne. Or bene, i nostri giornalisti, una delle professioni nazionali più ereditarie , per numero, rilevanza, ampiezza e ricorrenza, hanno a lungo privilegiato le notizie che vedevano come protagonisti (negativi) gli immigrati, malcelando la soddisfazione per l'effimero coinvolgimento di forestieri in qualche “delitto del secolo” (strage di Erba, omicidio Gambirasio). È quello che i loro padri avevano fatto con l'emigrazione interna del dopoguerra, e i loro nonni con gli ebrei.
Non c'è nessun bisogno che si propongano conclusioni, i dati, sapientemente selezionati, invitano ognuno a trarre un immancabile e identico risultato.
Poi, però, ci sono quelli che non ci cascano, quelli che non si fanno incantare dagli imbonitori. Cioè noi, la sinistra, gente dotata di spirito critico, culturalmente – se non antropologicamente – superiore alla massa semianalfabeta che alimenta i pingui bottini elettorali della destra italiana.
Siamo diversi. Ma quanto? Come si formano le opinioni di sinista?
Recentemente, una campagna sapientemente orchestrata ci ha convinti che ci sia in atto un femminicidio. Anche in questo caso numero, rilevanza, ampiezza e ricorrenza di notizie, accuratamente selezionate, ci hanno fatto credere di essere in presenza di un fenomeno in crescita, allo stesso modo in cui la raffica di spot sugli sbarchi a Lampedusa ingenera la falsa sensazione di un'espansione dei movimenti migratori.
In realtà le statistiche dimostrano che entrambi i fenomeni sono in calo: diminuisce il numero degli immigrati come quello delle donne uccise.
Ha ben poca importanza che nell'abituale decretazione d'urgenza, forma attenuata di dittatura che caratterizza la concezione italiana di governabilità, si inseriscano – come nei contratti di zio Paperone – codicilli che criminalizzano forme di dissenso estranee al problema posto, questo è un benefit aggiuntivo, il risultato principale perseguito è quello di estendere le forme dell'ansia securitaria, allo scopo che tutti, ma proprio tutti, invochino la panacea universale della repressione e della galera.
Non manca la regressione all'infantile principio di imputazione.
È di questi giorni l'agghiacciante notizia del suicidio di un quattordicenne, schiacciato dal peso del rifiuto sociale della propria scelta omosessuale.
Ci si potrebbe interrogare se, nel marasma affettivo e ormonale che accompagna la metamorfosi adolescenziale, tale scelta non sia, a quell'età, precoce e se una cultura che propone la naturalizzazione di ogni opzione sessuale non faccia sottovalutare il grado di investimento di sé che ogni scelta forte, comporta.
Siamo ben contenti, beninteso, che la scelta comunista in adolescenza non comporti l'eroismo richiesto a suo tempo a Giancarlo Pajetta, né che la scelta omosessuale richieda l'abnegazione ancora necessaria negli anni '60 a Mario Mieli, ma riteniamo che il meritorio andar controcorrente non sia gratuito e richieda ancora un certo grado di coraggio e un sodale sostegno.
L'amicizia e la simpatia non si impongono per legge e la marginalizzazione o l'esclusione da una cerchia, per i più svariati e stravaganti motivi, è un rifiuto sentimentale a cui nessun divieto può opporsi.
Ecco, però, come si affronta il fatto.
Di fronte all'annichilente tragicità dell'evento, sarebbe ingeneroso liquidarlo mettendolo in conto alla fragilità individuale del suo protagonista. Giusto, perché la situazione psicologica che si è determinata non può essere addebitata a una particolare debolezza del soggetto, ma alla forza distruttiva di un pregiudizio culturale tuttora operante, che è di evidente natura sociale.
Senonché, il sociale, per uno scivolamento semantico tanto facile, quanto indebito, diventa ambientale e si va a cercare il colpevole tra i compagnucci della vittima. Risuona la parola d'ordine, omofobia, e le responsabilità, da sociali, ritornano individuali, criminalizzando dei ragazzini, nella modalità classica dell'individuazione di un capro espiatorio.
La distanza tra noi e la mattacchiona della fotografia si è colmata e ciò, da un certo punto di vista è un bene. Ma anche il divario tra strutture di pensiero e modalità della formazione delle opinioni, di destra e sinistra si azzera. Siamo tutti dentro un orizzonte piccolo borghese che invera quella coalizione di governo che a qualcuno pareva innaturale.
(Isidore Ducasse, Chants de Maldoror)
Manifestazione neonazista. La donna esagitata ha scolpite sul viso le stigmate dello smarrimento di sé. Sono volti che ben conosciamo, sempre più diffusi nei quartieri più degradati delle città del mondo, gente al margine, vite precarie su cui, oltre alla carenza di beni materiali, incombe l'ipoteca di una individuale apocalisse.
La miseria è talvolta causa, tal altra effetto, di una perdita che comunque sovrasta ogni depauperamento materiale: lo smarrimento della bussola esistenziale, della capacità di essere adeguatamente nel mondo.
Siamo al grado zero, zero assoluto, della capacità di giudizio.
In una disperata ricerca di una definizione della propria identità, che vada al di là dei nudi dati anagrafici del nome, del luogo e della data di nascita, si replica inconsciamente l'iter burocratico dei documenti, ma lo stato civile e la professione tacciono pietosamente, protetti dalla privacy, o mentono, riportando notizie di una vita di prima, che ormai non c'è più.
Resta la cittadinanza, e a quella ci si aggrappa: è l'unica cosa rimasta, una cosa preziosa che non si può condividere facilmente, che non si deve inflazionare.
Del resto, nella regressione impietosa delle sue facoltà, ha riscoperto quel principio di imputazione per cui, da bambina, picchiava l'altalena cattiva da cui era caduta. Di tutto c'è un colpevole e del suo stato attuale, il responsabile ideale è lo straniero, antico archetipo del male, che massacra e razzia, ruba i bambini e fa il malocchio.
Di poco più su dello zero c'è l'intero universo del populismo fascistoide europeo.
Sono un po' più sani di mente, ma giugono alle stesse conclusioni, la tesaurizzazione della cittadinanza, applicando il medesimo principio d'imputazione: se le cose vanno male, la colpa è degli immigrati.
È un caso di ansia collettiva, dunque dalla psicosi siamo passati alla nevrosi, ma una nevrosi socialmente indotta, approfittando del decifit culturale di massa prodotto in concerto da sistema scolastico, industria culturale e apparato di informazione.
Sebbene, alla fin fine, la caccia all'untore non evitò l'assalto ai forni, resta regola aurea, in tempi grami, indirizzare il malcontento popolare su un capro espiatorio facilmente identificabile e perseguibile, gli ebrei – per secoli – svolsero egregiamente questo compito.
Il candidato ideale, funzionale ad un eventuale fai da te persecutorio, deve essere facilmente identificabile, prontamente reperibile e socialmente debole, per ridurre al minimo i margini di tutela e ritorsione legale. Un banchiere svizzero è impensabile, un venditore ambulante nordafricano è perfetto.
Ci vuole, comunque un'autorità che lo indichi perché, nella sua qualità di capro espiatorio, è, in qualche modo, sacralizzato.
Tale funzione, un tempo riservata agli oracoli, oggi è svolta dai giornali e dai telegiornali. Un buon oracolo – e quello di Delfi era il migliore – non afferma né nega, ma allude. E questo è il metodo tuttora osservato.
Nello spazio tiranno della pagina di cronaca o del palinsesto televisivo, si fanno delle scelte: quali notizie dare, quale ordine d'importanza assegnar loro, quanto spazio dedicarvi, quanti aggiornamenti proporne. Or bene, i nostri giornalisti, una delle professioni nazionali più ereditarie , per numero, rilevanza, ampiezza e ricorrenza, hanno a lungo privilegiato le notizie che vedevano come protagonisti (negativi) gli immigrati, malcelando la soddisfazione per l'effimero coinvolgimento di forestieri in qualche “delitto del secolo” (strage di Erba, omicidio Gambirasio). È quello che i loro padri avevano fatto con l'emigrazione interna del dopoguerra, e i loro nonni con gli ebrei.
Non c'è nessun bisogno che si propongano conclusioni, i dati, sapientemente selezionati, invitano ognuno a trarre un immancabile e identico risultato.
Poi, però, ci sono quelli che non ci cascano, quelli che non si fanno incantare dagli imbonitori. Cioè noi, la sinistra, gente dotata di spirito critico, culturalmente – se non antropologicamente – superiore alla massa semianalfabeta che alimenta i pingui bottini elettorali della destra italiana.
Siamo diversi. Ma quanto? Come si formano le opinioni di sinista?
Recentemente, una campagna sapientemente orchestrata ci ha convinti che ci sia in atto un femminicidio. Anche in questo caso numero, rilevanza, ampiezza e ricorrenza di notizie, accuratamente selezionate, ci hanno fatto credere di essere in presenza di un fenomeno in crescita, allo stesso modo in cui la raffica di spot sugli sbarchi a Lampedusa ingenera la falsa sensazione di un'espansione dei movimenti migratori.
In realtà le statistiche dimostrano che entrambi i fenomeni sono in calo: diminuisce il numero degli immigrati come quello delle donne uccise.
Ha ben poca importanza che nell'abituale decretazione d'urgenza, forma attenuata di dittatura che caratterizza la concezione italiana di governabilità, si inseriscano – come nei contratti di zio Paperone – codicilli che criminalizzano forme di dissenso estranee al problema posto, questo è un benefit aggiuntivo, il risultato principale perseguito è quello di estendere le forme dell'ansia securitaria, allo scopo che tutti, ma proprio tutti, invochino la panacea universale della repressione e della galera.
Non manca la regressione all'infantile principio di imputazione.
È di questi giorni l'agghiacciante notizia del suicidio di un quattordicenne, schiacciato dal peso del rifiuto sociale della propria scelta omosessuale.
Ci si potrebbe interrogare se, nel marasma affettivo e ormonale che accompagna la metamorfosi adolescenziale, tale scelta non sia, a quell'età, precoce e se una cultura che propone la naturalizzazione di ogni opzione sessuale non faccia sottovalutare il grado di investimento di sé che ogni scelta forte, comporta.
Siamo ben contenti, beninteso, che la scelta comunista in adolescenza non comporti l'eroismo richiesto a suo tempo a Giancarlo Pajetta, né che la scelta omosessuale richieda l'abnegazione ancora necessaria negli anni '60 a Mario Mieli, ma riteniamo che il meritorio andar controcorrente non sia gratuito e richieda ancora un certo grado di coraggio e un sodale sostegno.
L'amicizia e la simpatia non si impongono per legge e la marginalizzazione o l'esclusione da una cerchia, per i più svariati e stravaganti motivi, è un rifiuto sentimentale a cui nessun divieto può opporsi.
Ecco, però, come si affronta il fatto.
Di fronte all'annichilente tragicità dell'evento, sarebbe ingeneroso liquidarlo mettendolo in conto alla fragilità individuale del suo protagonista. Giusto, perché la situazione psicologica che si è determinata non può essere addebitata a una particolare debolezza del soggetto, ma alla forza distruttiva di un pregiudizio culturale tuttora operante, che è di evidente natura sociale.
Senonché, il sociale, per uno scivolamento semantico tanto facile, quanto indebito, diventa ambientale e si va a cercare il colpevole tra i compagnucci della vittima. Risuona la parola d'ordine, omofobia, e le responsabilità, da sociali, ritornano individuali, criminalizzando dei ragazzini, nella modalità classica dell'individuazione di un capro espiatorio.
La distanza tra noi e la mattacchiona della fotografia si è colmata e ciò, da un certo punto di vista è un bene. Ma anche il divario tra strutture di pensiero e modalità della formazione delle opinioni, di destra e sinistra si azzera. Siamo tutti dentro un orizzonte piccolo borghese che invera quella coalizione di governo che a qualcuno pareva innaturale.
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