Quando eravamo piccoli, mia mamma ci accompagnava periodicamente dal barbiere. Senza sfumatura, raccomandava.
Le sfumature le incontrammo di lì a poco, nella scuola media, dove ci trovammo a che fare, senza nessuna spiegazione preventiva, con il chiaroscuro.
Lì ci accorgemmo che tra il bianco e il nero delle scuole elementari esisteva non solo il grigio, ma tutte le sue sfumature.
Anche il discorso aveva le sue sfumature e avevamo imparato a distinguere, nelle parole dei nostri professori il tono assertivo, quello ironico e quello sarcastico (che tendeva all'inflazione). La sfumatura del dubbio non l'apprendemmo e ci mancò anche quella di un'autentica affettività.
Ma a cosa corrispondesse, concettualmente una sfumatura dovevo impararlo solo al liceo. Qui, la scoperta della dialettica mi insegnò che tra tesi e antitesi c'è sempre la possibilità della sintesi e che questo ci svincolava dalla sterilità del tertium non datur della logica classica.
Facevo IV elementare, quando l'Olivetti, con il progetto Elea aveva praticamente inventato l'odierno computer. La miopia del capitale finanziario nostrano (Mediobanca) e l'abituale acquiescenza governativa ai voleri del padronato, l'avevano però fatto celermente archiviare, quindi l'irrinunciabile marchingegno , lo incontrai che ero già uomo fatto.
Del computer non possiamo fare a meno, le sue prestazioni per la velocità con cui fornisce informazioni e la quantità di informazioni che può fornire, sono imbattibili.
Ma funziona per circuiti integrati regolati da una logica binaria, ci sono solo lo zero e l'uno, il si o il no, l'aperto o il chiuso.
Quindi, mettiamoci il cuore in pace, per il computer o sarà bianco, o sarà nero. Al grigio non ci arriverà mai, non sa fare la sintesi.
Probabilmente anche il nostro cervello funziona così, ma non la nostra mente. Ciò comunque basta a far immaginare alla fantascienza che in un domani si possa fabbricare un computer che ragioni come un uomo.
Nell'attesa, è più facile fabbricare uomini che pensino come computer.
Da quando non ci sono più le mezze stagioni, cominciamo un po' tutti a ragionare con la logica binaria del computer, complice anche il tentativo (ormai fallito) di instaurare un regime bipolare (come certe malattie) che esclude ogni terzo incomodo. O forse a causa dell'eccesso di referendum che ci invitano a pensare in termini disgiuntivi: o si o no.
Persino sulla guerra dobbiamo dire si o no, senza se e senza ma, come se la guerra fascista o quella partigiana fossero la stessa cosa.
Quotidianamente applicata, questa logica accelera la dialettica dell'illuminismo che fa si che i liberatori di ieri diventino i padroni di oggi.
La macchina non può sbagliare, chi è favorevole alla famiglia gay è per la libertà, chi vuole la famiglia tradizionale è contro la libertà.
Per la vecchia logica dialettica, invece, era per la libertà chi pensava che sulla famiglia ognuno fosse libero di pensarla come voleva.
Bei tempi.
In quanto uomo, m'impegno ad affrontare il rischio dell'annientamento perché due o tre verità gettino sul mondo
la loro luce essenziale (Frantz Fanon)
lunedì 16 marzo 2015
domenica 22 febbraio 2015
CAMBIARE ROTTA 1
MOVIMENTISMO E IPOTECA SOCIALISTA
Il movimento per il movimento, la mobilitazione permanente ma senza esito delle masse, l'antagonismo soffuso del romantico fascino dei perdenti hanno un padre nobile, Eduard Bernstein, che in seno alla Seconda Internazionale agitava la parola d'ordine il movimento è tutto, il fine è nulla.
Ma anche il suo antagonista, Karl Kautsky, pur non rinnegando il programma finale della presa del potere da parte dei lavoratori, nell'attesa concentrava le forze su obiettivi di allargamento della democrazia, suffragio universale, voto femminile, e di miglioramento della legislazione del lavoro.
Strategia per l'uno, tattica per l'altro, il movimentismo era per entrambi l'alfa e l'omega dell'azione del partito.
La mobilitazione continua fece grande il partito, la SPD, sul piano elettorale, ma un partito che cresce nell'orizzonte immediato e effimero di obiettivi parziali, senza porre la prospettiva del superamento dell'ordine esistente, è uno strumento che serve a ben poco.
E lo si vide alla prova dei fatti, quando il grande partito socialdemocratico tedesco, chiuso nella sua prospettiva nazionale, voterà i crediti di guerra.
Anche in Italia nel Partito Socialista convivono diverse anime, ma la direzione è saldamente in mano ai massimalisti.
Anche in Italia il movimento è continuo e il partito cresce, ma altrettanto inutilmente.
Il movimento per il movimento, la mobilitazione permanente ma senza esito delle masse, l'antagonismo soffuso del romantico fascino dei perdenti hanno un padre nobile, Eduard Bernstein, che in seno alla Seconda Internazionale agitava la parola d'ordine il movimento è tutto, il fine è nulla.
Ma anche il suo antagonista, Karl Kautsky, pur non rinnegando il programma finale della presa del potere da parte dei lavoratori, nell'attesa concentrava le forze su obiettivi di allargamento della democrazia, suffragio universale, voto femminile, e di miglioramento della legislazione del lavoro.
Strategia per l'uno, tattica per l'altro, il movimentismo era per entrambi l'alfa e l'omega dell'azione del partito.
La mobilitazione continua fece grande il partito, la SPD, sul piano elettorale, ma un partito che cresce nell'orizzonte immediato e effimero di obiettivi parziali, senza porre la prospettiva del superamento dell'ordine esistente, è uno strumento che serve a ben poco.
E lo si vide alla prova dei fatti, quando il grande partito socialdemocratico tedesco, chiuso nella sua prospettiva nazionale, voterà i crediti di guerra.
Anche in Italia nel Partito Socialista convivono diverse anime, ma la direzione è saldamente in mano ai massimalisti.
Anche in Italia il movimento è continuo e il partito cresce, ma altrettanto inutilmente.
Nel 1920 le fabbriche sono occupate. Un accordo tra Confederazione Generale del Lavoro e Partito Socialista prevede che sia quest'ultimo ad assumere la direzione della lotta quando questa ha assunto un carattere politico e non di semplice rivendicazione sindacale. Ma Egidio Gennari, segretario del PS, decide di non avvalersene e il grande movimento si dissolve nell'accordo economico mediato dalla CGL di D'Aragona.
Eppure Gennari non è un revisionista. L'anno successivo, a Livorno, andrà con i comunisti e morirà esule a Mosca, ma sa di non poter contare su un partito socialista tanto pronto a sostenere il movimento, quanto a risolverlo in se stesso. Ogni tentativo di fare un passo avanti avrebbe come unico risultato la distruzione delle nascenti frazioni comuniste del triangolo industriale e del napoletano.
Anche i socialisti italiani sconteranno, di lì a poco, il fio del loro impotente movimentismo, quando non riusciranno ad arginare, malgrado l'enorme forza parlamentare, l'avvento del fascismo.
L'EREDITA' DELLA II INTERNAZIONALE E IL FASCINO BORGHESE DELLA IV
In Europa il socialismo sopravviverà alla guerra nelle forme della socialdemocrazia. Ma l'Italia farà eccezione e per molto tempo il socialismo italiano conserverà i tratti genuini dell'antico massimalismo, resistendo alle lusinghe riformiste.
Nel dopoguerra il partito socialista può contare su autorevoli e degnissimi dirigenti, Pietro Nenni, Riccardo Lombardi, Rodolfo Morandi, Alberto Jacometti, Sandro Pertini e moltissimi altri.
Tutti costoro approdarono, alfine, ad una concezione riformista, intesa nel suo aspetto migliore, che nulla aveva a che fare con le vergognose subalternità al padrone dei loro pretesi eredi di oggi, ma ci fu chi non approdò mai a questo lido: Lelio Basso.
Lelio Basso può essere considerato il padre di tutte le iniziative più coerenti di una sinistra socialista che ha ancora riferimenti di classe.
In particolar modo sarà l'ispiratore di quegli intellettuali e di quei movimenti che faranno riferimento alla soggettività di classe, come Gianni Bosio, Raniero Panzieri e Mario Tronti e dunque anche dell'operaismo postsessantottesco.
La parabola politica dei tentativi di organizzare la lotta a partire dall'identità sociologica di classe sarà inesorabilmente attratta da due punti di fuga opposti e simmetrici, il riflusso tradunionista e il salto nel buio del volontarismo guerrigliero. Due vicoli ciechi.
Basso, a differenza dei suoi compagni del PSI, non si farà attrarre dalla stanza dei bottoni e dalla prospettiva del centrosinistra, ma in compenso sarà il primo a rompere con l'unità d'azione con il PCI, per il rifiuto di ciò che, allora, veniva sbrigativamente chiamato stalinismo, ma che altro non era - morto da cinque anni Stalin - che il rifiuto della subalternità alle esigenze della politica estera sovietica.
L'involuzione dell'URSS è uno dei grandi fattori della dinamica delle idee del tempo, ma prima di affrontare questa questione sarà utile dare un giudizio sintetico sul movimento socialista del dopoguerra.
Nessuno mette in dubbio l'onestà intellettuale dei dirigenti del PSI di allora, ma la bontà di una scelta si valuta dai suoi risultati. Craxi sarà il punto di arrivo di un percorso accidentato in cui la scelta riformista porta inesorabilmente alla riunificazione con una socialdemocrazia made in USA che concepisce già l'idea di una politica il cui scopo ultimo non è l'attuazione di un qualsivoglia programma, ma la propria autocratica sopravvivenza. I mezzi, come in ogni perversione, diventano fini.
A Basso, che darà vita al PSIUP, non sono imputabili personali scelte socialriformiste, ma nel sottobosco che orbita nella sua ombra ideologica non sono pochi i movimenti che involvono rapidamente nella meno nobile delle socialdemocrazie.
La sinistra socialista ha ereditato certi connotati illuministi e risorgimentali delle sue origini ottocentesche, è intransigente, laica, libertaria, incline al culto del ribelle. L'entrismo trotzkista l'ha scelta come campo d'azione.
Numerosi sono i gruppi di manifesta o implicita ispirazione trotzkista che agiscono dentro e ai margini della sinistra socialista. Gli esordi sono roboanti e rivoluzionari, ma il finale è immancabilmente in braccio a Saragat.
Ricordiamo, ad esempio Carlo Andreoni, partigiano socialista che nel gennaio 1945 partecipa a Napoli al congresso della Frazione di Sinistra dei Comunisti e dei Socialisti Italiani . Nell'estate del 1946 organizza il MRP, Movimento di Resistenza Partigiana che organizza un poco più che simbolico ritorno in montagna di partigiani armati. Conclude la sua carriera come direttore de L'Umanità, organo dello PSDI.
Ancora più illuminante il caso di Giulio Seniga, l'infedele segretario che, sottraendo documenti riservati, determinò il ridimensionamento del ruolo politico di Pietro Secchia.
Seniga, dopo l'audace colpo, è tra i promotori del periodico Azione Comunista che dovrebbe essere palestra della dissidenza trotzkista e bordighista. Vuol fare la rivoluzione, ma poi entra nel PSI, ormai in rotta di governo, e fonda e presiede L'Unione Democratica degli Amici d'Israele.
Di Luigi Cavallo, titino, socio di Edgardo Sogno e poi implicato in tutti i più loschi affari dei servizi segreti nazionali e stranieri, non parliamo neppure.
LA CONGIURA DEI BOIARDI E L'INVOLUZIONE DELL'URSS
L'URSS ha dovuto superare durissime prove. Vittoriosamente difesa la rivoluzione dalla coalizione armata dei paesi europei, il nascente stato operaio aveva dovuto addirittura costruire, con l'elettrificazione e l'industrializzazione, il proprio proletariato. L'organizzazione semifeudale dell'agricoltura, infatti, aveva sì creato miseria, ma con il sistema dei servitù della gleba e dei contadini poveri non aveva estratto plusvalore in senso stretto. Di lì a poco si era ritrovata a dover fronteggiare l'invasione nazista, pagando un prezzo altissimo in vite umane e distruzioni.
A tutte queste prove il partito comunista sovietico aveva sempre risposto non facendo ricorso alla tecnica, astrattamente imparziale, ma facendo derivare le scelte da una corretta linea politica.
La lotta era stata aspra, ma necessaria. Se negli anni 30 fossero passate le linee di Bucharin o di Trotzki, l'URSS sarebbe arrivata assolutamente impreparata al conflitto mondiale.
Dopo la guerra l'URSS si ritrova con un enorme buco demografico che farà sentire a lungo le sue conseguenze, un paese da ricostruire e l'accerchiamento sempre più aggressivo delle potenze occidentali.
Stalin, sebbene rimproverato come il teorico del socialismo in un paese solo, punta sull'allargamento del fronte socialista internazionale. Ha firmato gli accordi di Jalta, ma non li ritiene insuperabili, anche se non fa mistero che ogni paese dovrà tentare di farcela, come la Jugoslavia, con le proprie forze.
Così, alla prima riunione del Kominform, nel 1947, le delegazioni del PCI e del PCF vengono aspramente rampognate per non aver saputo sfruttare la forza e il prestigio prodotti dalla Resistenza, facendosi estromettere dai governi e intrappolare dal parlamentarismo.
Ma ala morte di Stalin segue un vero e proprio colpo di stato. La vecchia guardia è liquidata, con esecuzioni poco più che sommarie o l'estromissione da ogni incarico. Alla guida dell'URSS c'è ora un gruppo di oscuri burocrati che costruisce un saldo sistema di potere basato su interessi incrociati e meccanismi di cooptazione.
Da questo momento, l'edificazione del socialismo è abbandonata, anche se la spesa sociale continua. Di fatto non si vuole attaccare il livello di benessere raggiunto dai lavoratori, ma la loro pretesa di potere.
In politica estera la nuova URSS persegue ora una politica da grande potenza, attenta agli equilibri internazionali. Anche là dove, più avanti, la decolonizzazione guarderà all'URSS, mancherà il confronto politico, sostituito dal rapporto tra stati che non esporta coscienza rivoluzionaria, ma tecnocrazia.
Tutto ciò verrà sancito dal XX Congresso del PCUS (1956) e nello stesso anno si scioglie il Kominform.
Non esiste più un confronto internazionale tra partiti comunisti. I partiti comunisti occidentali si limitano a far da spalla alla politica estera sovietica, in cambio di un po' di rubli.
GLI ANNI 60 TRA BOOM E BLUFF
All'inizio degli anni 60 l'Italia porta a termine il processo di modernizzazione faticosamente cominciato da un secolo. Gli impiegati dell'industria superano finalmente quelli dell'agricoltura e il rapporto si evolverà in progressione aritmetica.
Un ondata migratoria interna sconvolge il paese, migliaia di emigranti, dal sud e dal nord est si riversano nel triangolo industriale.
Il decennio è cominciato con un confronto sanguinoso e severo, e le masse hanno dovuto rintuzzare il tentativo di svolta a destra di Tambroni.
Cominciano i governi di centrosinistra, con qualche realizzazione importante, come la scuola media unica e lo statuto dei lavoratori.
Cuba si è liberata dalla dittatura, l'Africa colonizzata lotta per l'indipendenza e i Vietcong tengono testa ai marines americani.
Dovunque sembra spirare un vento di rinnovamento. Nel 1962 si riunisce il Concilio Vaticano II, anche la chiesa è in fermento.
Blue jeans e capelli appena appena lunghi, fanno la loro comparsa le imitazioni autoctone dei teddy boys d'oltreoceano. Per ora la moda fra presa, quando il datore di lavoro lo permette, solo sui ragazzi delle classi inferiori, ma presto travolgerà anche i figli di papà.
In questo clima, alla fine del decennio, maturerà la rivolta studentesca del 68.
Il 68 non mancherà di produrre effetti nella storia del movimento comunista italiano per la proliferazione di gruppi extraparlamentari che rinfocolano il dibattito teorico e rendono popolare, ad esempio, la posizione del Partito Comunista Cinese nei confronti dell'URSS.
Ma il bilancio del 68 come movimento di massa è più culturale che politico e ampiamente compatibile con le necessità di svecchiamento della borghesia.
A fine decennio arriverà il divorzio, mentre sull'onda lunga (1978) si giungerà alla legge che permette l'interruzione di gravidanza e alla chiusura dei manicomi.
UNA SCISSIONE DI DESTRA
Ancora una volta è la sinistra socialista che sembra scavalcare a sinistra i comunisti. Basso e il suo PSIUP sono deboli elettoralmente, ma la debolezza politica è compensata da una certa forza di penetrazione culturale.
La sinistra socialista veicola un marxismo critico che sa di Scuola di Francoforte, frammisto all'operaismo che si sta facendo strada, dopo l'autunno caldo del 1969, tra la sinistra sindacale.
E' un cocktail affascinante e un po' elitario che sembra evocare socialismi possibili meno deludenti di quello reale, che sui giovani ha scarsissimo appeal.
Si cerca di mettere a fuoco il concetto di democrazia proletaria, ma per quanto l'aggettivo possa resistere a lungo, nei fatti e nell'ordinario dibattito, quell'idea sembra ancora confondersi con l'omonima categoria borghese.
Nel 1957, Galvano Della Volpe ha pubblicato Rousseax e Marx, il libro l'hanno letto in pochi, ma sembrerebbe che tutti abbiano visto il film.
Con Marcuse le categorie della psicanalisi si confondono con quelle del materialismo dialettico, mentre entrano disordinatamente in campo Nietzsche, Lacan e la fenomenologia.
Il caleidoscopio culturale abbacina e occulta un formidabile golpe, celando la silenziosa apparizione di Immanuel Kant che si appresta a trasformare il comunismo da risultato della lotta di classe in fatto etico.
A dargli una mano, maltradotte femministe americane che ci assicurano che il privato è politico.
Nello stato di ebrezza provocato da questa mistura, quelli che dopotutto erano dei bravi compagni danno luogo a una scissione dagli scarsi risultati politici ma gravida di tare ideologiche ereditarie.
FINE DELLA PRIMA PARTE
lunedì 16 febbraio 2015
giovedì 22 gennaio 2015
domenica 7 dicembre 2014
miseria della pedagogia progressista
La scuola italiana va come è sempre andata, fatta su misura per la borghesia, tale è restata e i bambini dei poveri, generalmente, sono asini per i suoi parametri di giudizio.
Una volta li bocciavamo, adesso li promuoviamo, ma il risultato non cambia, se n'era già accorto don Milani.
L'unica variante è che mamme in relative carriera e babbi (si dice) assenti o regrediti all'infanzia, hanno riempito di asini anche la piccola e media borghesia.
Per loro, comunque è stata trovata la soluzione, sfruttando un disturbo certamente esistente, ma inflazionato da una interessata lobby, il DSA, tutti gli asinelli borghesi, complice la condiscendente sanità privata, sono stati dotati di una patente che garantisce loro l'accesso, con poco sforzo, ai più alti gradi d'istruzione.
Per i poveri, è stata inventata un'imitazione, un certificato quasi uguale, come le borse di Vuitton che vendono gli ambulanti senegalesi, ma completamente inutile, il BES.
Il BES non ti esonera da niente, ma ti scheda a partire dalla scuola dell'infanzia.
L'idea, ormai manifesta, è quella di andare verso un duplice sistema, istruzione per i meritevoli, addestramento professionale per gli altri. Un passo avanti che ci riporta al 1961, centenario dell'unità nazionale e ultimo anno di vita delle scuole d'avviamento al lavoro, abolite l'anno successivo dalla scuola media unica.
Se una differenza la si vuole trovare, sta nel fatto che la selezione non è più affidata all'esame d'ammissione, al termine del ciclo elementare, ma all'ingresso in scuola dell'infanzia.
Tacciono, gli insegnanti e i genitori progressisti, annichiliti dalla potenza di una tecnica che scambiano per scienza.
E quando parlano, fanno rimpiangere il loro silenzio.
Quando, infatti, per differenziarsi, si scervellano per trovare un'alternativa, sparano cazzate.
L'immagine qui riprodotta non è tratta, come sembrerebbe, da un libro pedopornografico, bensì da Lisa & Jan, manuale d'educazione sessuale già adottato negli asili della Svizzera italiana.
A quanto pare, non si è trovato altro modo, per contrastare radicati atteggiamenti discriminatori nei riguardi dell'omosessualità, che farne l'apologia. Non esistono più le mezze stagioni.
Anche da noi se ne parla, con le varie proposte di istituire veri e propri corsi di educazione sentimentale nelle scuole. L'intenzione (di buone intenzioni è lastricata la via dell'inferno) è quella di un'educazione sentimentale progressista, senza pensare che l'idea stessa di etica di stato, che la giustificherebbe, non può mai essere progressista.
Ma crede davvero, l'opinione pubblica d'avanguardia, che queste cose servano?
No, non ci crede per niente, ma spera che dia fastidio a qualcuno. L'unico modo per rinserrare le fila, quando non si è capaci di proporre obiettivi concreti, è quello di crearsi dei nemici e di rifugiarsi nell'appartenenza, modellata sul tifo calcistico, che potrà diventare utile nel quadro semplificato di una democrazia bipolare.
Le feste sono un altro esempio della schizofrenia del pensiero progressista piccolo borghese.
A novembre, infatti, seppellito il patrimonio di tradizioni popolari sulla festa dei morti, si è disponibili a dar via libera a un allogeno festival macabro, Halloween, in cui l'irrazionale è stemperato nella gran cagnara di un Carnevale ben poco eversivo. E' la terza festa per giro d'affari in Italia.
A Natale, invece, torna prepotentemente l'afflato razionalista, che però assume forme ridicole.
Si dichiara perciò guerra al presepe e a Gesù bambino, invocando il monopolio dell'albero e di Babbo Natale.
Razionalismo singolare, giacché propone l'archiviazione di un avvenimento storico - su cui si basa il computo degli anni di tutto il mondo - e di cui si potrebbe dare una lettura laica, in favore di un personaggio tutto evidentemente collocato nel mondo magico e che deve alla Coca Cola la sua popolarità.
Nell'un caso e nell'altro, l'opzione è per il circuito commerciale. Ci si fa dettar l'agenda dalle multinazionali.
Ma chi sostiene queste posizioni non lo sa, o non ci pensa, il suo scopo, infatti è unicamente quello di dar fastidio ai cattolici.
I mangiapreti hanno padri nobili - Cavour, Vittorio Emanuele II - ma non precisamente proletari.
Nella scuola, comunque, chi sostiene queste posizioni, o non c'è, o ci viene distrattamente, in caso contrario si sarebbe accorto che negli ultimi vent'anni gli insegnanti cattolici (intendo, cattolici militanti) sono stati l'unico baluardo a tentare di arginare la puzza al naso del rinascente perbenismo e il criptorazzismo (io-non-sono-razzista-però...) che ha contagiato quote crescenti della vecchia sinistra magistrale.
Con i cattolici, quindi, io non ci litigo, anche perché hanno ragioni da vendere su molte questioni, eticamente sensibili, su cui il progresso teleguidato dalle corporations suggerisce soluzioni disumanizzanti delle quali si fatica a nascondere la primogenitura nazista.
Eppure, ci sarebbero un sacco di cose da fare e da proporre, in luogo di queste idiozie.
Anche senza sforzarsi troppo per arrivare a una più fondata e incisiva proposta collettiva che rimetta al centro le funzioni di una scuola intesa come fabbrica della (vera) uguaglianza, si potrebbe cominciare a guardarsi intorno e scegliere, con un po' più di cognizione, dal mercato stesso.
Io ci ho provato e come strenna natalizia propongo due libri che, con un po' di pazienza, potete tradurre e adattare ai vostri figli o alunni.
Annelise Heurtier, Combien de terre faut-il à un homme ? illustrato da Raphaël Urwiller, editore Thierry Magnier.
Tratto da una novella di Tolstoi, il libro racconta i brutti scherzi che può fare uno smodato desiderio di possesso.
Una prima riflessione sul dilemma essere/avere, la cui errata soluzione porta ad atteggiamenti devianti tanto chi può aver tutto, quanto chi può permettersi poco.
Monique Pinçon-Charlot e Michel Pinçon, Pourquoi les riches sont-ils de plus en plus riches et les pauvres de plus en plus pauvres ? illustrato da Étienne Lécroart, edizioni La Ville Brule.
Si tratta di un primo manuale di pensiero critico che spiega con precisione, e senza forzature ideologiche, i meccanismi di formazione e riproduzione delle élite.
E' un utile strumento per sollecitare autocritiche e autodifese volte al ridimensionamento di livelli d'autostima enfatizzati o depressi.
Certo, cercare, analizzare, tradurre e adattare questi contenuti è un tantino più complicato e faticoso che non proibire il presepe, rivoltando come un guanto l'atteggiamento non proprio progressista dei preti di una volta.
Ma ne vale la pena.
Buon Natale.
Una volta li bocciavamo, adesso li promuoviamo, ma il risultato non cambia, se n'era già accorto don Milani.
L'unica variante è che mamme in relative carriera e babbi (si dice) assenti o regrediti all'infanzia, hanno riempito di asini anche la piccola e media borghesia.
Per loro, comunque è stata trovata la soluzione, sfruttando un disturbo certamente esistente, ma inflazionato da una interessata lobby, il DSA, tutti gli asinelli borghesi, complice la condiscendente sanità privata, sono stati dotati di una patente che garantisce loro l'accesso, con poco sforzo, ai più alti gradi d'istruzione.
Per i poveri, è stata inventata un'imitazione, un certificato quasi uguale, come le borse di Vuitton che vendono gli ambulanti senegalesi, ma completamente inutile, il BES.
Il BES non ti esonera da niente, ma ti scheda a partire dalla scuola dell'infanzia.
L'idea, ormai manifesta, è quella di andare verso un duplice sistema, istruzione per i meritevoli, addestramento professionale per gli altri. Un passo avanti che ci riporta al 1961, centenario dell'unità nazionale e ultimo anno di vita delle scuole d'avviamento al lavoro, abolite l'anno successivo dalla scuola media unica.
Se una differenza la si vuole trovare, sta nel fatto che la selezione non è più affidata all'esame d'ammissione, al termine del ciclo elementare, ma all'ingresso in scuola dell'infanzia.
Tacciono, gli insegnanti e i genitori progressisti, annichiliti dalla potenza di una tecnica che scambiano per scienza.
E quando parlano, fanno rimpiangere il loro silenzio.
Quando, infatti, per differenziarsi, si scervellano per trovare un'alternativa, sparano cazzate.
L'immagine qui riprodotta non è tratta, come sembrerebbe, da un libro pedopornografico, bensì da Lisa & Jan, manuale d'educazione sessuale già adottato negli asili della Svizzera italiana.
A quanto pare, non si è trovato altro modo, per contrastare radicati atteggiamenti discriminatori nei riguardi dell'omosessualità, che farne l'apologia. Non esistono più le mezze stagioni.
Anche da noi se ne parla, con le varie proposte di istituire veri e propri corsi di educazione sentimentale nelle scuole. L'intenzione (di buone intenzioni è lastricata la via dell'inferno) è quella di un'educazione sentimentale progressista, senza pensare che l'idea stessa di etica di stato, che la giustificherebbe, non può mai essere progressista.
Ma crede davvero, l'opinione pubblica d'avanguardia, che queste cose servano?
No, non ci crede per niente, ma spera che dia fastidio a qualcuno. L'unico modo per rinserrare le fila, quando non si è capaci di proporre obiettivi concreti, è quello di crearsi dei nemici e di rifugiarsi nell'appartenenza, modellata sul tifo calcistico, che potrà diventare utile nel quadro semplificato di una democrazia bipolare.
Le feste sono un altro esempio della schizofrenia del pensiero progressista piccolo borghese.
A novembre, infatti, seppellito il patrimonio di tradizioni popolari sulla festa dei morti, si è disponibili a dar via libera a un allogeno festival macabro, Halloween, in cui l'irrazionale è stemperato nella gran cagnara di un Carnevale ben poco eversivo. E' la terza festa per giro d'affari in Italia.
A Natale, invece, torna prepotentemente l'afflato razionalista, che però assume forme ridicole.
Si dichiara perciò guerra al presepe e a Gesù bambino, invocando il monopolio dell'albero e di Babbo Natale.
Razionalismo singolare, giacché propone l'archiviazione di un avvenimento storico - su cui si basa il computo degli anni di tutto il mondo - e di cui si potrebbe dare una lettura laica, in favore di un personaggio tutto evidentemente collocato nel mondo magico e che deve alla Coca Cola la sua popolarità.
Nell'un caso e nell'altro, l'opzione è per il circuito commerciale. Ci si fa dettar l'agenda dalle multinazionali.
Ma chi sostiene queste posizioni non lo sa, o non ci pensa, il suo scopo, infatti è unicamente quello di dar fastidio ai cattolici.
I mangiapreti hanno padri nobili - Cavour, Vittorio Emanuele II - ma non precisamente proletari.
Nella scuola, comunque, chi sostiene queste posizioni, o non c'è, o ci viene distrattamente, in caso contrario si sarebbe accorto che negli ultimi vent'anni gli insegnanti cattolici (intendo, cattolici militanti) sono stati l'unico baluardo a tentare di arginare la puzza al naso del rinascente perbenismo e il criptorazzismo (io-non-sono-razzista-però...) che ha contagiato quote crescenti della vecchia sinistra magistrale.
Con i cattolici, quindi, io non ci litigo, anche perché hanno ragioni da vendere su molte questioni, eticamente sensibili, su cui il progresso teleguidato dalle corporations suggerisce soluzioni disumanizzanti delle quali si fatica a nascondere la primogenitura nazista.
Eppure, ci sarebbero un sacco di cose da fare e da proporre, in luogo di queste idiozie.
Anche senza sforzarsi troppo per arrivare a una più fondata e incisiva proposta collettiva che rimetta al centro le funzioni di una scuola intesa come fabbrica della (vera) uguaglianza, si potrebbe cominciare a guardarsi intorno e scegliere, con un po' più di cognizione, dal mercato stesso.
Io ci ho provato e come strenna natalizia propongo due libri che, con un po' di pazienza, potete tradurre e adattare ai vostri figli o alunni.
Annelise Heurtier, Combien de terre faut-il à un homme ? illustrato da Raphaël Urwiller, editore Thierry Magnier.
Tratto da una novella di Tolstoi, il libro racconta i brutti scherzi che può fare uno smodato desiderio di possesso.
Una prima riflessione sul dilemma essere/avere, la cui errata soluzione porta ad atteggiamenti devianti tanto chi può aver tutto, quanto chi può permettersi poco.
Monique Pinçon-Charlot e Michel Pinçon, Pourquoi les riches sont-ils de plus en plus riches et les pauvres de plus en plus pauvres ? illustrato da Étienne Lécroart, edizioni La Ville Brule.
Si tratta di un primo manuale di pensiero critico che spiega con precisione, e senza forzature ideologiche, i meccanismi di formazione e riproduzione delle élite.
E' un utile strumento per sollecitare autocritiche e autodifese volte al ridimensionamento di livelli d'autostima enfatizzati o depressi.
Certo, cercare, analizzare, tradurre e adattare questi contenuti è un tantino più complicato e faticoso che non proibire il presepe, rivoltando come un guanto l'atteggiamento non proprio progressista dei preti di una volta.
Ma ne vale la pena.
Buon Natale.
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