In quanto uomo, m'impegno ad affrontare il rischio dell'annientamento perché due o tre verità gettino sul mondo
la loro luce essenziale (Frantz Fanon)

venerdì 20 settembre 2013

in margine a un convegno

Nell'ambito della festa dei popoli, si sono tenuti, a Novara, due interessantissimi incontri (un seminario e un convegno), sul tema delle seconde generazioni.
Siamo ancora, a quanto pare, nella fase in cui ci si deve accattivare l'opinione della piccola borghesia retriva e si è parlato prevalentemente di immigrati buoni, quelli che non fanno casino e chiedono rispettosamente, col cappello in mano, qualche diritto.
Sono anche loro, nella stragrande maggioranza, ottime persone, ma è proprio fra di loro che si annidano, provvisoriamente dominati, gli elementi che condividono, in tutto e per tutto, l'ideologia dei ceti dominanti.
Per chi, come me, vorrebbe ancora cambiare il mondo, è molto più affidabile, per quanto antipatico e magari pericoloso, l'immigrato fiero, ribelle e strafottente che non chiede niente, ma vuole tutto.
Solo tra le righe, facevano la loro comparsa, questi immigrati:
Scontri nella banlieu parigina
Scontri nella periferia londinese
Scontri alla periferia di Stoccolma
Qui, le seconde, e talvolta terze, generazioni dimostrano che una pluriennale strategia volta all'integrazione (con risorse ben differenti da quelle che possiamo mettere in campo noi) non basta - fortunatamente - per ammaestrarle.
Se qualcuno pensa che questi fenomeni siano lontani, e non ci riguardino, si dia una rinfrescata alla memoria, guardando queste immagini:
Scontri a Milano nella zona di via Sarpi
Scontri a Milano tra nordafricani e latinoamericani
La questione, dunque, ci interroga. E a loro, ai ribelli, e non agli assimilati che esprimono velleità imprenditoriali, che dobbiamo quelle risposte che non abbiamo e che, probabilmente non avremo mai. 
Ben integrata?

Nel nostro modo di approcciarci al problema, ricapitoliamo inconsapevolmente l'evoluzione storica della dialettica tra servi e padroni degli ultimi tre secoli.
Noi per loro, con lo spirito filantropico del socialismo ottocentesco, e con un pizzico di carità pelosa di matrice cattolica, si sono mobilitate  le coscienze democratiche contro la xenofobia ottusa suscitata dalle prime ondate migratorie.
Edmondo De Amicis
Noi con loro, è la fase attuale; gli illuministi autoctoni si relazionano con gli immigrati, per avanzare insieme rivendicazioni.
E' un obiettivo passo avanti, ma la sua validità dipende dalla capacità di questi ultimi ad esprimere, come interlocutori, avanguardie autentiche.
C'è il rischio che una mancata evoluzione delle organizzazioni dei migranti, sfociando nel lobbismo, privilegi le varianti etniche delle élites .
Cécile Kyenge

In questo caso, si tornerebbe indietro, anche rispetto alla precedente fase socialdemocratica, per replicare la strategia neocolonialista di mantenimento dello status quo, affidando alle borghesie delle differenti etnie il compito di tenere a bada i propri ceti subalterni.
Per evitare questo rischio, bisogna che arrivi una terza fase: loro per loro. 
I migranti devono organizzarsi autonomamente per dirigere le proprie lotte.
Una via di Algeri
Solo dopo questo passaggio si potranno tessere rapporti organici con le residue forze antagoniste autoctone.




 

martedì 13 agosto 2013

Verso lo zero assoluto

Voici la folle qui passe en dansant, tandis qu'elle se rappelle vaguement quelque chose.   Les enfants la poursuivent à coups de pierre,comme si c'était un merle.

(Isidore Ducasse, Chants de Maldoror)

Manifestazione neonazista. La donna esagitata ha scolpite sul viso le stigmate dello smarrimento di sé. Sono volti che ben conosciamo, sempre più diffusi nei quartieri più degradati delle città del mondo, gente al margine, vite precarie su cui, oltre alla carenza di beni materiali, incombe l'ipoteca di una individuale apocalisse.
La miseria è talvolta causa, tal altra effetto, di una perdita che comunque sovrasta ogni depauperamento materiale: lo smarrimento della bussola esistenziale, della capacità di essere adeguatamente nel mondo.
Siamo al grado zero, zero assoluto, della capacità di giudizio. 
In una disperata ricerca di una definizione della propria identità, che vada al di là dei nudi dati anagrafici del nome, del luogo e della data di nascita, si replica inconsciamente l'iter burocratico dei documenti, ma lo stato civile e la professione tacciono pietosamente, protetti dalla privacy, o mentono, riportando notizie di una vita di prima, che ormai non c'è più.
Resta la cittadinanza, e a quella ci si aggrappa: è l'unica cosa rimasta, una cosa preziosa che non si può condividere facilmente, che non si deve inflazionare.
Del resto, nella regressione impietosa delle sue facoltà, ha riscoperto quel principio di imputazione per cui, da bambina, picchiava l'altalena cattiva da cui era caduta. Di tutto c'è un colpevole e del suo stato attuale, il responsabile ideale è lo straniero, antico archetipo del male, che massacra e razzia, ruba i bambini e fa il malocchio.

Di poco più su dello zero c'è l'intero universo del populismo fascistoide europeo.
Sono un po' più sani di mente, ma giugono alle stesse conclusioni, la tesaurizzazione della cittadinanza, applicando il medesimo principio d'imputazione: se le cose vanno male, la colpa è degli immigrati. 
È un caso di ansia collettiva, dunque dalla psicosi siamo passati alla nevrosi, ma una nevrosi socialmente indotta, approfittando del decifit culturale di massa prodotto in concerto da sistema scolastico, industria culturale e apparato di informazione.
Sebbene, alla fin fine, la caccia all'untore non evitò l'assalto ai forni, resta regola aurea, in tempi grami, indirizzare il malcontento popolare su un capro espiatorio facilmente identificabile e perseguibile, gli ebrei – per secoli – svolsero egregiamente questo compito.
Il candidato ideale, funzionale ad un eventuale fai da te persecutorio, deve essere facilmente identificabile, prontamente reperibile e socialmente debole, per ridurre al minimo i margini di tutela e ritorsione legale. Un banchiere svizzero è impensabile, un venditore ambulante nordafricano è perfetto.
Ci vuole, comunque un'autorità che lo indichi perché, nella sua qualità di capro espiatorio, è, in qualche modo, sacralizzato. 
Tale funzione, un tempo riservata agli oracoli, oggi è svolta dai giornali e dai telegiornali. Un buon oracolo – e quello di Delfi era il migliore – non afferma né nega, ma allude. E questo è il metodo tuttora osservato.
Nello spazio tiranno della pagina di cronaca o del palinsesto televisivo, si fanno delle scelte: quali notizie dare, quale ordine d'importanza assegnar loro, quanto spazio dedicarvi, quanti aggiornamenti proporne. Or bene, i nostri giornalisti, una delle professioni nazionali più ereditarie , per numero, rilevanza, ampiezza e ricorrenza, hanno a lungo privilegiato le notizie che vedevano come protagonisti (negativi) gli immigrati, malcelando la soddisfazione per l'effimero coinvolgimento di forestieri in qualche “delitto del secolo” (strage di Erba, omicidio Gambirasio). È quello che i loro padri avevano fatto con l'emigrazione interna del dopoguerra, e i loro nonni con gli ebrei.
Non c'è nessun bisogno che si propongano conclusioni, i dati, sapientemente selezionati, invitano ognuno a trarre un immancabile e identico risultato.

Poi, però, ci sono quelli che non ci cascano, quelli che non si fanno incantare dagli imbonitori. Cioè noi, la sinistra, gente dotata di spirito critico, culturalmente – se non antropologicamente – superiore alla massa semianalfabeta che alimenta i pingui bottini elettorali della destra italiana.
Siamo diversi. Ma quanto? Come si formano le opinioni di sinista?
Recentemente, una campagna sapientemente orchestrata ci ha convinti che ci sia in atto un femminicidio. Anche in questo caso numero, rilevanza, ampiezza e ricorrenza di notizie, accuratamente selezionate, ci hanno fatto credere di essere in presenza di un fenomeno in crescita, allo stesso modo in cui la raffica di spot sugli sbarchi a Lampedusa ingenera la falsa sensazione di un'espansione dei movimenti migratori.
In realtà le statistiche dimostrano che entrambi i fenomeni sono in calo: diminuisce il numero degli immigrati come quello delle donne uccise.
Ha ben poca importanza che nell'abituale decretazione d'urgenza, forma attenuata di dittatura che caratterizza la concezione italiana di governabilità, si inseriscano – come nei contratti di zio Paperone – codicilli che criminalizzano forme di dissenso estranee al problema posto, questo è un benefit aggiuntivo, il risultato principale perseguito è quello di estendere le forme dell'ansia securitaria, allo scopo che tutti, ma proprio tutti, invochino la panacea universale della repressione e della galera.
Non manca la regressione all'infantile principio di imputazione.
È di questi giorni l'agghiacciante notizia del suicidio di un quattordicenne, schiacciato dal peso del rifiuto sociale della propria scelta omosessuale.
Ci si potrebbe interrogare se, nel marasma affettivo e ormonale che accompagna la metamorfosi adolescenziale, tale scelta non sia, a quell'età, precoce e se una cultura che propone la naturalizzazione di ogni opzione sessuale non faccia sottovalutare il grado di investimento di sé che ogni scelta forte, comporta.
Siamo ben contenti, beninteso, che la scelta comunista in adolescenza non comporti l'eroismo richiesto a suo tempo a Giancarlo Pajetta, né che la scelta omosessuale richieda l'abnegazione ancora necessaria negli anni '60 a Mario Mieli, ma riteniamo che il meritorio andar controcorrente non sia gratuito e richieda ancora un certo grado di coraggio e un sodale sostegno.
L'amicizia e la simpatia non si impongono per legge e la marginalizzazione o l'esclusione da una cerchia, per i più svariati e stravaganti motivi, è un rifiuto sentimentale a cui nessun divieto può opporsi.
Ecco, però, come si affronta il fatto. 
Di fronte all'annichilente tragicità dell'evento, sarebbe ingeneroso liquidarlo mettendolo in conto alla fragilità individuale del suo protagonista. Giusto, perché la situazione psicologica che si è determinata non può essere addebitata a una particolare debolezza del soggetto, ma alla forza distruttiva di un pregiudizio culturale tuttora operante, che è di evidente natura sociale.
Senonché, il sociale, per uno scivolamento semantico tanto facile, quanto indebito, diventa ambientale e si va a cercare il colpevole tra i compagnucci della vittima. Risuona la parola d'ordine, omofobia, e le responsabilità, da sociali, ritornano individuali, criminalizzando dei ragazzini, nella modalità classica dell'individuazione di un capro espiatorio.
La distanza tra noi e la mattacchiona della fotografia si è colmata e ciò, da un certo punto di vista è un bene. Ma anche il divario tra strutture di pensiero e modalità della formazione delle opinioni, di destra e sinistra si azzera. Siamo tutti dentro un orizzonte piccolo borghese che invera quella coalizione di governo che a qualcuno pareva innaturale.

sabato 8 giugno 2013

Perché il marxismo è in rimonta?


Il capitalismo è in crisi in tutto il mondo - ma cosa diavolo è l'alternativa? Beh, che dire delle riflessioni di un certo filosofo tedesco del XIX secolo? Sì, Karl Marx è già meanstream - e chissà fin dove arriverà

Stuart Jeffries

The Guardian, Wednesday 4 July 2012 20.00 BST

La lotta di classe una volta sembrava così semplice. Marx ed Engels hanno scritto nel secondo libro più venduto di tutti i tempi, Il Manifesto del Partito Comunista: " la borghesia produce dunque, prima di tutto, sono i suoi becchini La sua caduta e la vittoria del proletariato sono ugualmente inevitabili.». (Il best-seller di tutti i tempi, per inciso, è la Bibbia – quasi come 50 sfumature di grigio).
Oggi, 164 anni dopo che Marx ed Engels scrissero dei becchini, la verità è quasi l'esatto contrario.
Il proletariato, lungi dal seppellire il capitalismo, sta mantenendolo in vita. Oberati di lavoro, operai sottopagati, apparentemente liberati dalla più grande rivoluzione socialista della storia (quella cinese), sono spinti sull'orlo del suicidio per mantenere quelli occidentali che giocano con i loro iPad. I soldi cinesi foraggiano un'America altrimenti in bancarotta.
L'ironia dei più vivaci pensatori marxisti è quasi sprecata. "Il dominio del capitalismo a livello globale oggi dipende dall'esistenza di un partito comunista cinese che dà alle imprese capitalistiche delocalizzate manodopera a buon mercato a prezzi più bassi e priva i lavoratori dei diritti di auto-organizzazione", dice Jacques Rancière, pensatore marxista francese e professore di Filosofia all'Università di Parigi VIII. "Fortunatamente, è possibile sperare in un mondo meno assurdo e più giusto di quello di oggi."
Quella speranza, forse, spiega un'altra delle verità improbabili dei nostri tempi così economicamente catastrofici - la rinascita di interesse per Marx e il pensiero marxista. Le vendite di Das Kapital, il capolavoro di Marx sull'economia politica, sono salite alle stelle dal 2008, così come quelli del Manifesto del partito comunista e dei Grundrisse ( Lineamenti di critica dell'economia politica). Le loro vendite sono aumentate quanto i salvataggi delle banche, per mantenere il sistema degradato in corso, dei lavoratori britannici e i grugni dei ricchi saldamente affossati nelle loro depressioni, mentre altri lottano contro debito, precarietà o peggio. C'è anche un regista teatrale cinese, Nian che ha scommesso sulla rinascita di Das Kapital progettandone un musical con tanto di canzoni e balletti.
E in quello che è forse il più divertente capovolgimento delle sorti del teorico rivoluzionario dalla barba lussureggiante, Karl Marx è stato recentemente scelto in una lista di 10 contendenti per comparire su una nuova emissione di MasterCard per i clienti della banca tedesca Sparkasse a Chemnitz. Nella comunista Germania Est 1953-1990, Chemnitz era conosciuto come Karl Marx Stadt. Chiaramente, più di vent'anni dopo la caduta del muro di Berlino, l'ex Germania dell'Est non ha scartavetrato il suo passato marxista. Un rapporto Reuters del 2008 rivela che in un sondaggio tra i tedeschi dell'est, ben il 52% ritiene l'economia di libero mercato "non idonea" mentre il 43% ha detto addirittura di rivolere indietro il socialismo. Karl Marx può essere morto e sepolto nel cimitero di Highgate, ma è vivo e vegeto tra i tedeschi indebitati. Marx avrebbe apprezzato l'ironia della sua immagine utilizzata su una carta per ottenere più debiti? Si potrebbe pensarlo.
La prossima settimana a Londra, diverse migliaia di persone parteciperanno a marxismo 2012, un festival di cinque giorni organizzato dal Partito Socialista dei Lavoratori. Si tratta di un evento annuale, ma ciò che colpisce l'organizzatore Joseph Choonara è come, in questi ultimi anni, molti più partecipanti siano giovani. "La ripresa di interesse per il marxismo, soprattutto per i giovani è perché fornisce strumenti per l'analisi del capitalismo, e le sue crisi come quella in cui siamo in ora", dice Choonara.
C'è stato un eccesso di libri a strombazzare la rilevanza del marxismo. Il professore di Letteratura inglese Terry Eagleton, lo scorso anno ha pubblicato un libro intitolato Perché Marx aveva ragione. Il filosofo maoista francese Alain Badiou ha pubblicato un piccolo libro rosso chiamato L'ipotesi comunista, con una stella rossa sulla copertina (che fa molto Mao e molto oggi) in cui ha chiamato a raccolta i fedeli per inaugurare la terza era dell'idea comunista (le due precedenti essendo andate dalla costituzione della Repubblica francese nel 1792 al massacro dei comunardi di Parigi nel 1871, e dal 1917 al crollo della Rivoluzione Culturale di Mao nel 1976). Non è questa tutto un'allucinazione?
Le venerabili idee di Marx non sono utilizzabili da noi così come lo sarebbe il telaio a mano per puntellare la reputazione di Apple per l'innovazione? Il sogno della rivoluzione socialista e la società comunista non sono irrilevanti nel 2012? Dopo tutto, come suggerisco a Rancière, la borghesia non è riuscita a produrre i propri becchini. Rancière si rifiuta di essere pessimista: “La borghesia ha imparato a far pagare le sue crisi alla gente sfruttata e di usarla per disarmare i suoi avversari, ma non dobbiamo abbandonare l'idea della necessità storica e concludere che la situazione attuale è eterna. I becchini sono i movimenti popolari – sia qui, i lavoratori in condizioni precarie, come altrove i lavoratori supersfruttati delle fabbriche in Estremo Oriente e, da adesso, anche in Grecia – che indicano anche che c'è una nuova volontà di non lasciare che i nostri governi ei nostri banchieri trasferiscano le loro crisi sulle persone. “
Questo, per lo meno, è il punto di vista di un professore marxista ultrasettantenne. Che dire di un temperamento marxista di persone più giovani? Lo chiedo a Jaswinder Blackwell-Pal, una 22enne inglese studentessa di recitazione al Goldsmiths College di Londra, che ha appena finito il suo corso di laurea in lingua inglese e drammaturgia: perché lei considera il pensiero marxista ancora attuale? “Il punto è che le persone più giovani non c'erano ancora quando la Thatcher era al potere o quando il marxismo veniva stato associato con l'Unione Sovietica – dice – noi tendiamo a vederlo più come un modo di capire quello che stiamo attraversando adesso. Pensate a ciò che sta accadendo in Egitto, la caduta di Mubarak è stata così entusiasmante Si è rotto con così tanti stereotipi … la democrazia non doveva certo essere la lotta per istaurare la legge islamica, si rivendica la rivoluzione come processo, non come evento. Quindi c'è stata una rivoluzione in Egitto, e una controrivoluzione e una controcontrorivoluzione e ne abbiamo imparato l'importanza dell'organizzazione.”
Questa, sicuramente è la chiave per comprendere che la rinascita del marxismo in Occidente, per i più giovani, è esente da ogni riferimento ai gulag staliniani. Per i più giovani anche il trionfalismo di Francis Fukuyama, che nel suo libro del 1992, La fine della storia presentava il capitalismo come incontrovertibile e il suo rovesciamento impossibile da immaginare, ha meno effetto di presa alla gola, sulla loro immaginazione, di quanto non abbia fatto su quella dei loro genitori.
Blackwell-Pal parlerà giovedi su Che Guevara e la rivoluzione cubana al festival del marxismo. “Sarà la prima volta che parlerò in pubbliconsul marxismo", dice nervosamente. Ma come si pensa a Guevara e Castro oggi, e in quella età? Sicuramente la rivoluzione socialista violenta è impensabile per le lotte dei lavoratori oggi? “Niente affatto! – risponde lei – quello che sta succedendo in Gran Bretagna è piuttosto interessante. Abbiamo un governo molto, ma molto debole, impantanato in lotte intestine. Penso che se siamo in grado di organizzarci, davvero li possiamo cacciare”. Potrebbe avere la Gran Bretagna la sua piazza Tahrir, il suo equivalente di Castro o del Movimento 26 luglio? Lasciamo il suo sogno a questa giovane. Dopo gli scontri dello scorso anno e oggi, con la maggior parte della Gran Bretagna ostile ai ricchi membri del suo governo, solo un pazzo potrebbe esclude quest'eventualità.
Per una prospettiva diversa raggiungo Owen Jones, 27enne, già vecchia icona della nuova sinistra e autore del bestseller di politica del 2011, Chavs: la demonizzazione della classe operaia. È sul treno per Brighton, diretto alla conferenza Unite. “Non ci sara 'una rivoluzione sanguinosa in Gran Bretagna, ma c'è speranza per una società di lavoratori per i lavoratori”, ci dice.
Infatti, continua, nel 1860 l'ultimo Marx immaginava la società post-capitalista tale da essere vinta con mezzi diversi rivoluzione violenta. “Ha richiamato l'attenzione sull'espansione del suffragio e altri mezzi pacifici per realizzare la società socialista. Oggi nemmeno la sinistra trotskista fa appello alla rivoluzione armata. La sinistra radicale affermerebbe dunque che la rottura con il capitalismo dovrebbe essere raggiunta solo con la democrazia e l'organizzazione dei lavoratori per instaurare e difendere una società più giusta contro le forze che la vorrebbero distruggeree”.
Jones ricorda che suo padre, un militante attivo negli anni '70, sosteneva l'idea entrista di garantire l'elezione di un governo laburista per poi organizzare i lavoratori per condizionarlo. “Penso che sia il modello," dice, e questa è un'idea molto poco New Labour. Detto questo, continuamo a parlare, Jones mi incalza, per farmi capire che non è un simpatizzante o militante trotzkista. Piuttosto, vuole un governo laburista al potere che porti avanti un programma politico radicale. Lui ha in mente le parole di Febbraio 1974, manifesto elettorale del Labour, in cui si esprimeva l'intenzione di “portare un cambiamento fondamentale e irreversibile nella distribuzione del potere e della ricchezza a favore dei lavoratori e delle loro famiglie”. Lasciamo il su sogno a questo giovane.
Quel che colpisce del successo letterario di Jones è che si fonda sulla rinascita di interesse per la politica di classe, la pietra miliare dell'analisi di Marx e di Engels della società industriale. “Se lo avessi scritto anche solo quattro anni prima sarebbe stato liquidato come un concetto di classe degli anni '60 – dice Jones – ma la classe è di nuovo nella nostra realtà perché la crisi economica colpisce le persone in modi diversi e perché il mantra governativo per cui siamo tutti nella stessa barca è offensivo e ridicolo. E 'impossibile discutere ora come nel 1990 quando si diceva che eravamo tutti classe media. Le riforme di questo governo sono di classe. Gli aumenti dell'IVA colpiscono le persone che lavorano in modo sproporzionato, per esempio.
“È 'un'aperta guerra di classe – dice – la classe lavoratrice rischia di star peggio nel 2016 di quanto non fosse all'inizio del secolo. Ma sei accusato di essere un mestatore, se alzi la voce per difendere il 30% della popolazione che soffre in questo modo.”
Questo risuona con qualcosa che mi ha detto Rancière. Il professore ha sostenuto che “una cosa del pensiero marxista rimane ferma, la lotta di classe. La scomparsa delle nostre fabbriche, cioè la deindustrializzazione dei nostri paesi e l'esternalizzazione del lavoro industriale in paesi dove la manodopera è meno costosa e più docile, che altro è , se non un atto di lotta di classe della borghesia dominante? “
C'è un altro argomento, oltre la sua analisi della lotta di classe, per cui il marxismo ha qualcosa da insegnare a noi su come affrontare la depressione economica. È nella sua analisi della crisi economica. Nel suo formidabile nuovo lavoro, Meno di niente: Hegel e l'Ombra del materialismo dialettico, Slavoj Žižek tenta di applicare il pensiero marxista alla crisi economica che stiamo sopportando adesso. Žižek considera fondamentale un antagonismo di classe situato tra valore d'uso e valore di scambio.
Che differenza c'è ? Ogni merce ha un valore d'uso, spiega, misurato dalla sua utilità nel soddisfare bisogni e desideri. Il valore di scambio di una merce, al contrario, è tradizionalmente misurato dalla quantità di lavoro necessaria a produrla. Sotto il capitalismo attuale, Žižek sostiene, valore di scambio diventa autonomo.
“Si è trasformato in uno spettro di capitale autopropulsivo, che utilizza le capacità produttive e le esigenze delle persone reali solo come sua temporanea e provvisoria incarnazione. Marx deriva la sua nozione di crisi economica proprio da questo salto: Una crisi si verifica quando la realtà, con l'illusorio miraggio dell'autorigenerazione del denaro, si riassetta generando più soldi - questa follia speculativa non può andare avanti all'infinito, deve esplodere in ancora più gravi crisi. La radice ultima della crisi per Marx è il divario tra valore d'uso e valore di scambio: la logica scambio/ valore segue la propria strada, con i passi segnati, a prescindere dalle reali esigenze delle persone reali”.
In questi tempi inquieti, cosa leggere di meglio che il più grande catastrofista teoricodella storia umana, Karl Marx? Eppure la rinascita di interesse per il marxismo è stata bollata come un'apologia del totalitarismo stalinista. In un recente blog sul "nuovo comunismo" per la rivista World Affairs, Alan Johnson, professore di teoria e di pratica democratica alla Edge Hill University nel Lancashire, ha scritto: Una visione del mondo, fonte recente di enormi sofferenze e miseria, e responsabile di più morti che il fascismo e il nazismo, sta tentando una rimonta, una nuova forma di totalitarismo di sinistra gode già di credibilità intellettuale, ma aspira al potere politico.
Il nuovo comunismo non conta per i suoi meriti intellettuali, ma perché può ancora influenzare strati di giovani europei nel contesto di un esausta democrazia sociale, dell' austerità e di una cultura intellettuale disgustata di sé, ha scritto Johnson, allettante come è, non possiamo permetterci di scuotere solo la testa e passar oltre.
Questo è il timore: che queste brutte vecchie scoregge di sinistra come Žižek, Badiou, Rancière e Eagleton corrompano le menti dei giovani innocenti. Ma leggere Marx e la critica di Engels del capitalismo significa che in tal modo adottate una visione del mondo responsabile di più morti che i nazisti? Sicuramente non c'è una linea retta dal Manifesto del partito comunista al gulag, e nessun motivo per cui i giovani di sinistra debbano adottare acriticamente Badiou al suo grado più
agghiacciante.
Nella sua introduzione a una nuova edizione del Manifesto del partito comunista, il professor Eric Hobsbawm suggerisce che Marx aveva ragione a sostenere che le “contraddizioni di un sistema di mercato basato su nessun altro legame tra uomo e uomo che non sia il nudo interesse o il freddo pagamento in contanti, un sistema di sfruttamento e di accumulazione senza fine non può mai essere superato e che a un certo punto in una serie di trasformazioni e ristrutturazioni lo sviluppo di questo sistema essenzialmente destabilizzante porterà ad uno stato di cose che non potrà più essere descritto come il capitalismo”.
Si tratterebbe, infatti, della società post-capitalista come sognata dai marxisti. Ma a cosa potrebbe assomigliare? “È estremamente improbabile che una simile società post-capitalista corrispnderebbe ai tradizionali modelli di socialismo e ancora meno al socialismo reale di epoca sovietica – sostiene Hobsbawm, aggiungendo – che, tuttavia, necessariamente prevederebbe un passaggio dalla proprietà privata alla gestione sociale della ricchezza su scala globale. "Quali forme potrebbe prendere e in quale misura saprebbe incarnare i valori umanistici del comunismo di Marx e di Engels, dipenderà dall'azione politica attraverso cui questo cambiamento avverrà”.
Questo è sicuramente il marxismo nella sua forma più liberatoria, che ci suggerisce che il nostro futuro dipende da noi e dalla nostra disponibilità alla lotta. O, come dicono Marx ed Engels alla fine del Manifesto del partito comunista: Che le classi dominanti tremino alla prospettiva di una rivoluzione comunista. I proletari non hanno nulla da perdere se non le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare...


giovedì 23 maggio 2013

perché non firmo il referendum sull'eutanasia

Pochissimo tempo è passato da quando la mia città fu profondamente scossa dal suicidio di Carolina, una ragazzina di soli 14 anni.
Quando si riesce a sventare un atto del genere, è di norma un ricovero in psichiatria, dove, con colloqui e - all'evenienza - farmaci, si cerca di far superare il problema, o i problemi, che sono alla base della scelta disperata.
Chiunque lo vorrebbe, per il proprio figlio, per amici e conoscenti, ma anche per tutti quegli sconosciuti che sempre più di frequente approdano a questo esito estremo.
Eppure, chi sceglie il suicidio, decide qui e ora, reagendo a una situazione esistenziale che sta sperimentando.
Viceversa, con il testamento biologico, si decide ora per dopo, nella prospettiva di una situazione di esistenza non sperimentata e conosciuta solo dall'esterno.
Ma al senso comune, il paragone non calza: una cosa, infatti è suicidarsi in piena salute e in età ancora vigorosa, altra scegliere l'eutanasia in vecchiaia o in presenza di una malattia.
Benissimo, abbiamo così stabilito una cosa: quell'atto che si gabella come scelta soggettiva da rispettare, diventa rispettabile solo in presenza di una situazione oggettiva.
L'oggettivazione della qualità della vita, non è senza implicazioni, con questa ulteriore reificazione, si affida infatti alla scelta individuale, l'abominevole questione delle  vite non degne di essere vissute, che fu asserzione programmatica dell'eugenetica nazista. .
Ma è una scelta volontaria, si affanneranno a dire i sostenitori dell'idea.
Volontaria, o no la scelta, è comunque - in prima istanza - l'affermazione di un principio: ci sono certe vite che possono essere interrotte.
Non tutte, certo, ma solo quelle di chi è troppo vecchio o troppo malato.
Lasciate che si affermi un principio simile, e poi vedrete, nelle accelerazioni delle crisi economiche o nell'economia di guerra, quanto resterà volontaria la scelta.
Non sarebbe del resto la prima volta che una sinistra borghese e positivista apre delle porte che poi l'estrema destra provvederà a spalancare.
Quando cominciò, nella Germania di Hitler, la sistematica eliminazione dei minorati psichici, lo si fece sulla scorta del lavoro scientifico di una intera generazione di psichiatri e neurologi progressisti.





mercoledì 1 maggio 2013

tiro al bersaglio


L'idiozia, la pigrizia e la malafede dei nostri giornalisti,  convinti che il modello di stampa più adatto al paese sia quello dei rotocalchi per donne di servizio, degli anni '50, fa si che i commenti sulla sparatoria di Montecitorio si concentrino sulla figura umana del carabiniere ferito, sulle sue disavventure, i suoi affetti famigliari, la sua domestica abitudine a dar del ladro al politico visto in televisione.
Si vuole convincere l'opinione pubblica che si sia scelto il bersaglio sbagliato, forse senza rendersi conto che così facendo, si sottintende che ci siano bersagli giusti.
Bene, facciamo un passo indietro di qualche giorno e poniamo il caso che il pistolero, anticipato il raid e imbattuttosi in Franceschini, che si rifocillava, l'avesse crivellato di colpi.
Naturalmente, anche in questo caso la stampa si sarebbe profusa in dati e biografici e politici che avrebbero dimostrato la scelta sbagliata del killer.
Ma - forse con toni più centrati sull'umanità, che sulle benemerenze politiche - la stessa conclusione ci sarebbe stata anche nel caso in cui, per un colpo di fortuna, lo sparatore avesse inviato al creatore Scilipoti.
Il bersaglio giusto è quindi come l'albero per impiccar Bertoldo, gira e rigira, non lo trovi mai.
Questo naturalmente è vero, perché né il carabiniere, né Franceschini, né Scilipoti sono il potere odioso che avvelena la vita di tanti.
Ma è anche vero che sia il corpulento parlamentare del pdl, sia il più ieratico deputato del pd, che, purtroppo, il povero carabiniere, di quel potere sono i simboli.
E non c'è niente da fare, quando si arriva al punto di rottura, sia esso esito di patologie individuali, o di irreversibile rottura del patto sociale, i palesi simboli in carne e ossa fanno le spese degli errori e dei delitti di un potere occulto e impersonale. Volano gli stracci.
Fu così da sempre, e il pensiero corre agli esordi, finanziati e armati dalla CIA, della vittoriosa rivoluzione telebana, quando i mujadin uccidevano medici condotti e maestre, identificando nelle vaccinazioni e nell'alfabetizzazione il blasfemo potere filosovietico.
Anche qui si corre seriamente il rischio che la furia si abbatta su forze dell'ordine, ufficiali giudiziari e impiegati comunali, e i  predicozzi morali e le mozioni degli affetti si riveleranno inefficaci esorcismi.
Chi si è assunto le responsabilità di frustrare, con cavillosi argomenti notarili, le speranze di rinnovamento che il popolo sente legittime, si assumerà anche la responsabilità di tutto ciò che accadrà.  

  
  

giovedì 25 aprile 2013

falsari e asini. perché bisogna chiudere la Bocconi

Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, geni dell'economia di Harvard, in un celebre studio del 2010, indicavano, sulla base di un'ampia comparazione storica, l'esistenza di uno stretto rapporto fra livello del debito pubblico e crescita. Più esattamente giungevano alla conclusione che, quando il rapporto fra debito e Pil supera il 90 per cento si apre la recessione.
La loro formula ha fatto rapidamente scuola in tutto il mondo e ha determinato le scelte politiche dei governi.
Disgraziatamente, è sbagliata.
Un gruppo di economisti dell'Università del Massachusetts-Amherst ha rifatto i conti e, sulla base della stessa serie storica di Reinhart e Rogoff, arriva ad una conclusione opposta: in media, storicamente, i Paesi con un debito superiore al 90 per cento non vanno in recessione. Anzi, hanno, in media una, sia pur debole, crescita del 2,2%; un tasso che in Italia ci sogniamo. 
Ben pochi si azzardano a dire che  due economisti del livello di Reinhart e Rogoff abbiano deliberatamente manipolato i dati, benché questa sia l'ipotesi più probabile e anche ben comprensibile per chiunque sappia come è organizzata la ricerca scientifica. 
Avrebbero, però, commesso errori grossolani, anche per ricercatori assai più modesti. Uno è puramente materiale, e derivato dall'eccesso di fiducia nei computer: un errore di codificazione ha escluso completamente dai calcoli Paesi come Australia, Austria, Belgio, Canada e Danimarca.
L'altro, troppo idiota per non essere deliberato, di aver escluso alcuni dati che contraddicevano la loro tesi.
Alle critiche, Reinhart e Rogoff hanno replicato con qualche imbarazzo, ammettendo l'errore di tabulazione e attribuendo l'esclusione dal calcolo di alcuni anni, per certi Paesi, alla mancanza dei relativi dati, al momento della stesura del loro saggio.
In Italia i due falsari avevano trovato pronta sponda in  Alberto Alesina e Silvia Ardagna che, con una serie di conti sbagliati, erano arrivati addirittura alla conclusione che che l'austerità porta alla crescita.
A smentirli, infine, gli stessi padroni che volevano compiacere, il Fondo monetario internazionale, che ha pubblicato uno studio in cui si liquida, come solenne cazzata, l'ipotesi dell'austerità espansiva.
Di queste, e altre, bufale accademiche è lastricata la nostra quotidiana via al Calvario.
Il pensiero corre al destino di duri lavori manuali a cui Pol Pot avrebbe condannato simili studiosi, e indulge alla rivalutazione del dittatore cambogiano.
Ma non occorre eccedere, limitiamoci a chiedere con forza l'immediata chiusura dell'università Bocconi, succursale della più nera e truffaldina massoneria mondiale.