In quanto uomo, m'impegno ad affrontare il rischio dell'annientamento perché due o tre verità gettino sul mondo
la loro luce essenziale (Frantz Fanon)

lunedì 21 aprile 2014

radici culturali dei fascismi



Attorno all'anno Mille si diffusero due generi narrativi che come a suo tempo  i poemi omerici, avevano la funzione di legittimare la malavita organizzata che sarebbe presto divenuta la nuova aristocrazia feudale.
Le chansons de geste del cosiddetto ciclo carolingio, avevano per protagonisti Carlo Magno e i suoi paladini. L'opera più celebre, e considerata fondativa del ciclo, oltre che della letteratura francese, è la Chanson de Roland. 
Morte e giudizio di Carlomagno
L'altro filone è quello della materia di Britannia, o ciclo arturiano, che si snoda attraverso le vicende dei cavalieri della tavola rotonda di re Artù.
Tra i due generi vi sono delle vistose differenze, mentre il ciclo carolingio esordì subito in lingua volgare, mirando a un pubblico vasto, ma circoscritto a un territorio, il ciclo bretone ebbe origini in lingua latina, riservandosi un'audience socialmente più ristretta, ma paneuropea.
C'è dunque, fin dalle origini, una scelta di target differente, che si riflette puntualmente nelle differenze di contenuto. Delle due, quella destinata ad avere un successo più popolare, sarà la materia di Francia, che troverà anche un originale veicolo di diffusione verso gli strati più umili e non alfabetizzati.
L'opera dei pupi
Una differenza fondamentale sta nei due re protagonisti: Carlomagno è un personaggio storico le cui vicende si sono svolte in un passato relativamente recente, mentre Artù è personaggio di leggenda, confinato in un tempo imprecisato e forse acosmico.
Ciò spiega il ruolo diverso che svolgono all'interno dei due cicli, dove Carlo è un sovrano in carne e ossa, che decide, commettendo magari degli errori, mentre Artù, figura ieratica, ha pochi connotati umani e, più che decidere, sembra ispirare.
Re Carlo è facile all'ira come alla bonarietà e coniuga l'assoluta autorità regia a una familiarità di rapporti coi suoi paladini. Le parole d'ordine sono gerarchia e paternalismo.
Morte di Orlando
L'inutile morte di Orlando a Roncisvalle è l'apoteosi dello spirito gregario, quell'assoluta ubbidienza che porterà a difendere la patria anche facendo la guardia al bidone di benzina.
Nelle chanson de geste fa la sua prima comparsa il binomio di patria e fede, che nella versione falangista del fascismo latino coinciderà esattamente con quello carolingio di terra e cristianità.

Viceversa, la distanza fra Artù e i suoi cavalieri è abissale, quasi una trascendenza che, come tutte le trascendenze, si risolve in un'assenza intesa come una presenza muta e aperta alle interpretazioni.
La tavola attorno a cui siedono i cavalieri è rotonda, alla radicale superiorità del capo corrisponde l'assoluta uguaglianza delle membra, che non hanno gerarchia interna. Questa volta, le parole d'ordine sono: individualismo e misticismo.
Perceval

Il ciclo bretone, con Chrétien de Troyes, apre la saga del Santo Graal, qui le due parole d'ordine si definiscono con più precisione: iniziazione e esoterismo.
Il fascismo germanico e nordico, a cominciare dalla Thule-Gesellschaft, ne subirà il fascino.
Thule
Hitler fu iniziato alla Società Thule nel 1919 da Dietrich Eckart, a cui dedicherà  Mein Kampf.
La "Thule"? Ma tutto è partito da lì. Dichiarerà, poco prima dell'esecuzione Alfred Rosenberg.
Lo stesso Rosenberg aveva spedito in missione, nel 1931 e nel 1937, Otto Rahn fra le rovine di Montsègur, alla ricerca del Graal.
Populista e gregario, o élitario e iniziatico, il fascismo presenta sempre due facce, ma un identico scopo.
Anche oggi, nella divaricazione tra il fascismo mediterraneo antieuropeo della Le Pen e il neonazismo orientale filoeuropeo della destra ucraina, vediamo un apparente divaricazione. Ma sono solo tattiche diverse, finalizzate al raggiungimento del potere, che troveranno una pronta ricomposizione, una volta raggiunto lo scopo.
Nel 1934, in risposta ai tentativi tedeschi di annessione dell'Austria, Mussolini schierò le truppe al Brennero. Nel 1936, fu firmato l'asse Roma-Berlino. 
   
   

sabato 12 aprile 2014

Elezioni europee: guardiamoci attorno.

In Italia, alle prossime elezioni europee, si potrà votare per la lista Tsipras, collegata al giovane leader di Syriza.
In Italia, le proiezioni l'attestano sul 3,9%, insufficiente per avere seggi.
Ma è interessante vedere come si voterà, secondo gli ultimi sondaggi, in Grecia.
ΣΥΡΙΖΑ : 19,5%
ΝΔ: 16,5%
Ελιά: 5,5%
Ποτάμι: 5%
ΚΚΕ: 4,5%
Χρυσή Αυγή: 4%
Ανεξάρτητοι Έλληνες: 2,5%
Δημοκρατική Αριστερά: 2,5%
ΛΑΟΣ: 1,5%
Bianche/nulle: 3%

Indecisi: 16,5%
Syriza si ferma sotto il 20%, mentre alle elezioni politiche sfiorava il 27% dei consensi.
Questo significa che l'accettazione, seppur critica, della UE non soddisfa molto elettorato greco, sempre più in difficoltà sotto il giogo della troika.
L'ex estrema sinistra greca ha in realtà assorbito l'elettorato della sinistra moderata, il Pasok, divenendone l'erede e condividendone in sostanza la linea politica, dalla quale si differenzia solo per i toni folkloristicamente barricadieri.
Syriza è all'opposizione e questo spiega il calo di consenso ancora limitato, se fosse al governo, seguirebbe le sorti di Hollande, con le cui politiche ha spesso dichiarato consonanza.
Come andranno, secondo i sondaggi, le elezioni europee in Francia?
-UMP 22%
-Front National 20%
-Parti Socialiste 18%
-MODEM-UDI 12%
-FRONT DE GAUCHE 9%
-EELV-Les Verts 7%
-Debout la République 3%
-Nouvelle donne (Larouturou) 2%
-Alliance Ecologiste indépendante (Governotori) 1%
-Nous Citoyens (Payre) 1%
-Lutte ouvrière 1%
-Parti anticapitaliste (Poutou) 1%
-Autres listes 3%

-Indecisi, 17%
Come si vede, il crollo dell'inquilino dell'Eliseo è notevole, è scivolato al terzo posto, dietro al FN di Marine Le Pen, che potrebbe rosicare ancora qualcosa e diventare, perciò, il primo partito.
La sinistra che abbandona il popolo, per schierarsi con le élite economiche e finanziarie, è votata alla sconfitta e apre la strada al fascismo.
Notevole che certi partiti, che venderebbero la nonna per un punto in percentuale, affrontino, in questo momento, una simile ondata di impopolarità, che rischia di vederli spazzati via.
Dicono che lo fanno per senso di responsabilità, in realtà devono obbedire ai loro padroni di sempre, i gattopardi, che non esitano, alla bisogna, a cambiar tutto, affinché nulla cambi.


mercoledì 22 gennaio 2014

Europa e Mediterraneo. Terza parte.

La convivenza pacifica tra nord cristiano e sud musulmano si incrina con l'irruzione nella penisola dell'Anatolia dei Turchi Selgiuchidi.
La loro minacciosa incombenza è un pericolo costante per il fragile impero d'oriente.
I Turchi vessano le carovane dei pellegrini diretti alla Terra Santa e questa diventa la ragione che induce a indire la Prima Crociata (1095 - 1100).

La vittoriosa impresa portò alla formazione di regni latini nel vicino oriente.

I regni latini d'oriente erano continuamente esposti alle iniziative dei turbolenti vicini. La contea di Edessa viene conquistata nel 1144 da ‘Imād al-Dīn Zengi, atabeg di Aleppo e Mossul. Ritornata brevemente in mano cristiana, viene definitivamente ripresa dal figlio di di Zengi, Nūr al-Dīn ibn Zengi (Norandino).
In seguito alla caduta di Edessa, Papa Eugenio III indice la Seconda Crociata il 1 dicembre 1145.
L'esercito franco-tedesco crociato subisce una serie di pesanti sconfitte che culminano in una disfatta nei pressi di Antiochia (1147).
Tra le due componenti non regna buon sangue e i crociati sono invisi anche alle locali popolazioni cristiane, stremate dalle razzie con cui si cercano di risolvere i problemi di approvvigionamento.
E' in tale poco brillante situazione che si decide di porre sotto assedio Damasco, considerata strategica per la sua posizione. 
E' un errore politico, perché il potentato indipendente di Damasco ha sempre mantenuto buoni rapporti con la cristianità proprio per evitare di essere iglobato nei domini di più potenti correligionari.
Di fronte all'attacco crociato, Damasco deve però chiedere aiuto a Norandino.
Dopo solo quattro giorni di assedio, i crociati si ritirano nel luglio del 1148. Così termina la seconda crociata.
Norandino domina, ora, la Siria e si volge all'Egitto.
I regni cristiani d'oriente sono stretti in una morsa
Minacciato da Norandino, il visir egiziano chiede aiuto al re di Gerusalemme Amalrico I (1163).
Dopo alterne vicende, che comprendono anche una rovinosa invasione del principato cristiano di Antiochia, da parte delle forze di Norandino, agli ordini del curdo Shirkuh, Amalrico rompe l'alleanza e pone sotto assedio il Cairo.
Il visir egiziano deve allora allearsi con l'antico nemico.
Amalrico non ha forze sufficienti e deve ritirarsi, nel frattempo, però, Norandino ha esteso, indisturbato, il suo dominio a tutta la Mezzaluna Fertile (1168).
Shirkuh muore poco dopo la conquista del Cairo, gli succede il nipote Saladino (1169). Anche Norandino muore di lì a poco (1174). Saladino ne sposa la vedova e fonda una propria dinastia.
Nella scorreria di Shirkuh su Antiochia, era stato fatto prigioniero il principe Rinaldo di Châtillon. Libero dopo quasi dieci anni di prigionia, Rinaldo incomincia ad organizzare colpi di mano, in terraferma e sul Mar Morto, contro i pellegrini diretti alla Mecca. Le parti si sono invertite.
Fu dopo una di queste scorrerie che Saladino, ingiunse, pena la guerra, la liberazione dei prigionieri. Rinaldo, malgrado le insistenze di Guido di Lusignano, re di Gerusalemme, rifiutò.
Saladino ebbe così il pretesto per muoversi contro i regni cristiani. Sbaragliate le truppe cristiane nei pressi di Tiberiade, Saladino conquistò celermente San Giovanni d'Acri e Gerusalemme (1187).
Sono maturi i tempi per una nuova crociata, il re di Francia Filippo Augusto e il re Enrico II di Inghilterra, che sono in guerra tra loro, sospendono le ostilità.

Torna alla seconda parte.





domenica 19 gennaio 2014

Europa e Mediterraneo. Seconda parte.


Con la consacrazione a imperatore di Carlomagno, il baricentro geopolitico europeo si sposta a nord. 
La costa meridionale mediterranea è saldamente in mano araba e anche a est, nella penisola iberica, dove i Franchi hanno valicato i Pirenei, la situazione è in stallo, la Reconquista cristiana è ancora lontana. 
Anche la situazione alle porte dell'oriente bizantino è relativamente stabilizzata. E' invece fluida e turbolenta la direttrice di nord-est, dove si muovono popoli slavi, non tutti ancora cristianizzati.
L'Atlantico comincia a prevalere sul Mediterraneo.
La Rus' di Kiev
Nell'estremo nord-est, di origine scandinava, o slava, si è formato il grande principato di Kiev. 

Nel X secolo si forma, ad opera di Piast, il regno di Polonia, cuscinetto tra nazioni germaniche e slave.

Nell'anno 1000, Stefano I fonda il regno di Ungheria che si affaccerà fino ai Balcani.

I serbi, popolazione nomade slava, si sono insediati nei Balcani come alleati dell'impero d'oriente fin dal VI secolo. Cristianizzati dall'evangelizzazione di Cirillo e Metodio, non riescono a costituire uno stato unitario e sono divisi in sei potentati tribali.

Cacciati dagli Czari dai loro insediamenti a nord del Mar Nero, i Bulgari, verso la metà del VI secolo, si riversano a sud, a spese dell'impero bizantino, con cui stipulano un trattato di pace nel 681. 
Il primo impero bulgaro, che così si costituisce, crollerà, nel secolo XI stretto tra la morsa della Rus' di Kiev e dell'impero bizantino. Nel 1185 si formerà il secondo impero bulgaro.


Nell'842 il giuramento di Strasburgo sancisce la divisione dell'impero carolingio tra gli eredi di Ludovico il Pio.
Nell'Europa centrale comincia la turbolenta formazione degli stati nazionali. A ovest, nella penisola iberica, i regni cristiani cominciano la riconquista.
Ma la situazione è gravida di incertezze a est, sia nella grande pianura sarmatica, dai deboli insediamenti statali e alle cui fasce permangono insediamenti di popolazioni non cristianizzate, sia nella penisola balcanica, dove agonizza l'impero d'oriente.
La cristianità divisa deve consolidare le sue frontiere e si prepara uno scontro di civiltà.

Vai alla terza parte.
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sabato 18 gennaio 2014

Europa e Mediterraneo. Prima parte

Greci e Fenici
Due grandi potenze commerciali e coloniali. 
Greci e Fenici si spartiscono il Mediterraneo, il baricentro del mondo civilizzato è basso e due potenze si confrontano sull'asse nord-sud.
Sembra inevitabile lo scontro, ma la frammentazione politica, e i limiti tecnici che ostacolano la navigazione in mare aperto, determinano una soluzione diversa.


La spartizione del Mediterraneo avviene dunque lungo le direttrici est-ovest, un'opzione che sarà sempre presente. Il delta del Nilo, anche senza canale di Suez, come confine tra Asia e Africa, diventa precocemente un'area cruciale.
La colonia fenicia di Cartagine, sullo stesso meridiano di Roma, per la sua centralità, assume un ruolo egemone. Lo scontro nord-sud è solo rimandato.

L'asse si è spostato a occidente, Roma e Cartagine si fronteggiano, la posta in gioco è il dominio degli approvvigionamenti di cereali e metalli. Il controllo delle isole è diventato strategico. Lo scontro nord-sud è inevitabile.

Roma domina il Mare Nostrum, a sud il deserto segna limiti invalicabili. Il baricentro degli interessi geopolitici è ora a nord dove, alle frontiere dell'impero, premono popoli seminomadi germanici e sarmatici. La potenza settentrionale che aveva umiliato Cartagine è diventata un sud.



E' ancora un limite tecnico a determinare l'evoluzione geopolitica. L'inadeguatezza dei mezzi di comunicazione è l'intrinseca debolezza dell'impero. 
Ancora una volta, mentre incombe lo scontro sud-nord, si gioca la carta dell'alternativa tra occidente e oriente.
Come abbiamo già visto, mano a mano che il mondo si ingrandisce, le coordinate geografiche diventano sempre più relative.
I regni romano-barbarici

Ma lo scontro a nord è inevitabile e l'impero d'occidente non regge alla pressione di popoli che, molto impropriamente, chiamiamo barbari.
La spartizione d'oriente (1215)
Il colpo di grazia all'impero d'oriente arriverà, più tardi con le Crociate, quando il supposto scontro di civiltà tra il nord cristiano e il sud musulmano assume inaspettatamente i caratteri di una resa dei conti tra cristiani d'oriente e d'occidente.

Molto prima che ciò accadesse, l'espansione dell'Islam aveva ancora una volta diviso il mediterraneo lungo l'asse nord-sud.
Mentre l'impero di Bisanzio è in affanno e difende le sue frontiere mobilitando anche servi della gleba che combattono incatenati, il frammentato occidente appare estremamente debole, anche, o forse soprattutto, per carenza di coesione sociale e di identità culturale.
La penisola iberica è presto perduta e il fronte si sposta sui Pirenei. La parola è ai Franchi.
Fa la sua comparsa, in questo frangente, come nuova arma, la propaganda. La Chanson de geste, dipingendo l'Islam come il regno del male sollecita alla scelta identitaria.
Naturalmente l'Islam non è nulla di tutto questo, anzi, la sua ideologia fondalmentalmente egualitaria e la sua precettistica stringente sulla funzione sociale della ricchezza hanno contribuito al suo dilagare.
Anche per aver contribuito a innescare questa risposta culturale dell'occidente, oltre che per l'impulso all'arte e alla scienza, l'Islam è un formidabile fattore di accelerazione per l'uscita dal Medioevo verso l'Età moderna.

Vai alla seconda parte.











  

sabato 11 gennaio 2014

Cernobyl e il trionfo del populismo

Il populismo, prima ancora di essere scelta politica è opzione culturale.
E' una perversione che promuove le forme ingenue del sapere popolare a dignità di metodo applicabile alla totalità dello scibile.
L'innocua pretesa di essere tutti commissari tecnici della nazionale, che derivava dalla, spesso faticosa, sillabazione degli articoli della Gazzetta dello Sport, si estende ad altri campi: l'economia, il diritto, la pedagogia, l'oncologia.
L'avvento di Internet ha naturalmente semplificato le modalità di autodidattica, talvolta divergente, che un tempo era affidata a quella editoria di nicchia riservata alle edicole delle stazioni.

Un'altra caratteristica del populismo è quella di porre la propria soggettività a metro di giudizio della complessità esistenziale, generalizzando quell'atteggiamento riduzionista e inquisitorio che era appannaggio delle portinaie.

Ascriviamo dunque al populismo quest'unico merito, di aver dimostrato - probabilmente in barba ai propri assiomi interni - l'universalità di atteggiamenti che si volevano differenziati in base al sesso.
Associando questi due atteggiamenti, ne deriva una visione del mondo in cui il relativismo scientifico si associa al determinismo etico, rovesciando la concezione postmoderna nella propria caricatura.
Le conseguenze sono evidenti: si ammette la possibilità di scegliere tra chemioterapia e metodo Di Bella, ma non si può fumare in molti parchi pubblici.

Quest'ultimo esempio mostra come l'atteggiamento inquisitorio sia strettamente correlato alla modalità semplificatoria con cui si vorrebbero applicate nella vita quotidiana le verità mainstream che di volta in volta si affermano attraverso i metodi della pubblicità.
Ciò dimostra la responsabilità dei media, e degli intellettuali in genere, nella diffusione e affermazione dell'atteggiamento populista che fingono di stigmatizzare.
Il perché va ricercato nella prepotente egemonia borghese nel campo della cultura. Ai padroni fa comodo che si affermi una filosofia spicciola che non può che essere liberticida.
Se si dà una scorsa all'agenda politica di questi ultimi tempi, densi di ben altri problemi, troviamo tutta una sfilza di divieti: xenofobia, femminicibio, omofobia ... recentemente si parla anche di salvare, malgré lui, le prostitute dal loro destino, introducendo - neanche a dirlo - dei divieti.
Questa propensione ha rapidamente spazzato via anche il ricordo dei libertari vietato vietare che avevano caratterizzato una breve e ormai lontana stagione, culturalmente eversiva.
E' stato ripristinato il decalogo, poco importa se non più fondato sull'autorità divina e se, in luogo dell'anima, vuol salvare - a tutti i costi - il corpo. E' il principio che conta, perché ripristina un principio di auctoritas che è anche e soprattutto potestas, in base alla quale, nell'accelerazione emergenziale determinata da un qualsiasi spread, ogni libertà individuale può abdicare e devolversi allo Stato, tornato padre e padrone.
Vediamo dunque come si è evoluto questo principio di autorità.
Ogni autorità deriva da un principio superiore, e per molto tempo tale fu l'onnipotente autorità divina. Sulla civtas dei si modellava la città dell'uomo e la religione la faceva da padrone.
L'illuminismo sostituì a dio un principio quasi altrettanto potente, la natura. La natura fu una scelta geniale, perché, da una parte, come atto della creazione, permetteva un'integrazione di tutti i principi precedenti, fondati sulla religione, dall'altra, letta nell'ottica laica di Galileo, il loro superamento.
Fu per questo che i positivisti si illusero che il nuovo paradigma di riferimento potesse essere la scienza.
Ma, come avvertì tempestivamente Nietzsche, non fu la scienza ad affermarsi, bensì un suo parente povero, la tecnica.
La tecnica, dal punto di vista epistemologico, ha il massimo di attendibilità, associato al minimo di validità. A differenza della scienza, infatti, la sua valutazione si basa su applicabilità e risultati e non su fondamenti e principi.
All'interno di una tecnica, i confini sono friabili e non è facile coglierne il punto del salto di qualità. Tra il taylorismo fordista e il lager nazista ci sono solo variazioni quantitative della medesima tecnica di sfruttamento.
Malleabile, reversibile, intercambiabile, la tecnica è lo strumento ideale per modellare il nuovo principio di autorità, che deriva da un fondamento apparentemente di minor spessore ontologico rispetto a dio e natura, ma altrettanto onnipotente: il mercato.
Quando si discute del metodo stamina, ad esempio, si discute di una tecnica, scomodando la scienza.
Perché la tecnica (spacciata per scienza) assurgesse a indubitabile criterio normativo, occorreva però la massiccia diffusione di un nuovo analfabetismo, quello che abbiamo definito, estendendo il termine oltre all'usuale accezione, populismo.

Questo era un compito che si pensava affidato alle forze della conservazione e della reazione, che lo hanno in effetti costantemente perseguito, mobilitando i loro apparati di propaganda e informazione e operando per riforme, anche apparentemente democratiche, della scuola.
Ma non sfugge a nessuno che, da qualche tempo a questa parte, sia la cosiddetta sinistra a delineare il percorso verso un corpo di norme che non sfuggono in alcun modo alla definizione di repressive.
In questo schieramento ci sono sempre state forze che, anche con agguerriti toni estremisti, hanno sempre operato per un progresso all'interno del sistema economico vigente.
Per molto tempo, però, avevano dovuto rassegnarsi alla funzione subalterna a cui le confinava, preponderante ed egemone, un ben diverso orientamento di classe.
Nella cultura politica dei comunisti, i temi culturali, e quelli scientifici in particolare, erano assunti in tutta la loro complessità e nell'attività pedagogica del partito, la divulgazione non era mai semplificazione.

Naturalmente ha poco senso cercare, nel processo complesso - che investe storia, economia, geopolitica, filosofia e financo psicologia - con cui un'egemonia si sostituisce ad un'altra, un crinale che separi i due momenti. Più correttamente si deve pensare a una pluralità di punti di crisi.
Quello su cui voglio attirare io l'attenzione, il referendum del 1987, è comunque un momento topico, infatti, lì, per la prima volta la tecnica diviene argomento decisivo di una scelta politica e determina l'abbandono alcuni punti fermi dell'agire tradizionale.

Non è questa, naturalmente, la prima volta che argomenti tecnico-scientifici entrano nel dibattito politico.
Sul reato di plagio, dopo il processo Braibanti (1968) o nella successiva campagna a sostegno della legge Basaglia, ad esempio, il ricorso alla letteratura scientifica è d'obbligo, ma come pezza d'appoggio di precise opzioni maturate sul piano politico. Si tratta di modernizzare un complesso di norme che più sul piano dell'ispirazione politica, che di quella tecnica, tradiscono la loro condizione di relitti. In un caso e nell'altro, poi, si tratta di contrastare norme repressive e la tecnica è ancillare di un complessivo disegno politico antirepressivo.
Nel dibattito diffuso, si sente parlare di libertà e dignità dell'individuo, il vocabolario tecnico non entra in gioco.
Viceversa, dopo il disastro di Cernobyl, il linguaggio tecnico si diffonde rapidamente: tutti parlano di quei nanocurie di cui, prima, ignoravano l'esistenza.
Non solo, l'apparato tecnico che si disvela sull'onda emotiva del disastro, liquida in pochi giorni scelte maturate negli anni che pur sembravano sostenute da altrettanta autorità scientifica.
Il PCI e la CGIL abbandonano rapidamente posizioni filonucleariste che apparivano anche culturalmente radicate e consolidate.
Nell'affrontare il referendum, il PCI deroga, in almeno tre punti, rispetto alla sua tradizione culturale.

1. Strumento di democrazia liberale, il referendum non è mai piaciuto troppo al PCI che ha però affrontato vittoriosamente quelli su divorzio e aborto.
In un caso e nell'altro ci si è mossi per permettere qualcosa, cioè nell'ottica di defascistizzare e laicizzare un corpo di norme, ostative della libertà individuale, che risentono ancora dell'eredità congiunta di fascismo del ventennio e clericalismo del dopoguerra.
Stavolta, per la prima volta, ci si muove, invece, per proibire.
Grande vittoria della libertà, aveva titolato L'Unità, all'indomani della vittoria divorzista. Per la vittoria contro il nucleare, il titolo non avrebbe senso. Si potrebbe tuttalpiù inneggiare al trionfo della volontà popolare, verità che in un referendum, a prescindere dal vincitore, è tautologica.
2. Nella sua lunga storia di propaganda elettorale, il PCI ha, fino a questo momento, puntato sulla fiducia nel progresso, nel rinnovamento, nel futuro. Ha lasciato al suo avversario - la DC - ciò che conviene ai conservatori, il misoneismo, la diffidenza per un futuro visto sempre come salto nel buio, la difesa dell'esistente con l'arma della paura.

Questa volta, invece, i comunisti ricorrono all'arma degli avversari di sempre e puntano anch'essi sull'ansia sicuritaria degli elettori.
3. Ben raramente, o mai, i comunisti italiani si sono rinchiusi, nella loro elaborazione, nell'ottica ristretta dello sciovinismo e hanno sempre cercato di dare un respiro internazionale alla loro analisi.
Questa volta, però si confina in un miope e etnocentrico provincialismo.
Non si può ignorare, a Botteghe Oscure, che il no al nucleare è un si al petrolio e che questa scelta comporta la pesante intromissione occidentale in medio oriente. Nel rifiutare una quota di rischio eventuale, si condanna, pertanto, altri a morte certa.
Neppure deve sfuggire che la mancata crescita industriale italiana si rifletterà, in regime di scambio disuguale, in una ulteriore squilibrio nei rapporti commerciali col sud del mondo, aumentandone la depauperizzazione. Col senno di poi, si può dire che una parte dell'ondata migratoria deriva dall'esser noi stati, quell'8 novembre 1987, fin troppo padroni a casa nostra.

In occasione del referendum si manifestarono dunque, a sinistra, una serie di caratteristiche che ancora ci portiamo appresso: la volgarizzazione della tecnica (spacciata per scienza), l'abbandono dell'ispirazione libertaria, la sponsorizzazione delle ansie securitarie, il localismo, che ci farà concentrare su Berlusconi, nel ventennio in cui cambiava il mondo, e che sarà causa di un nefasto bipolarismo.
Se aggiungiamo che tra i quesiti su cui si fu chiamati ad esprimerci quel giorno, ce ne fu uno, del tutto inutile, a corollario del caso Tortora, otteniamo anche l'immancabile ingrediente mediatico.
Questo è il cocktail populista e l'8 novembre 1987 è un giorno da studiare.  





 
  
  
    
  
  








  

  

mercoledì 8 gennaio 2014

divide et impera

Siete arrivati tutti primi e tutti riceverete un premio!
Nel meraviglioso paese di Alice, può capitare che a una gara di corsa si arrivi tutti primi.
Nel nostro disgraziato paese, c'è il rischio che tutti arrivino ultimi.
Poste centrali, feste di Natale, ressa. Aspetto da circa un'ora. All'improvviso, un signore alla mia sinistra, di eleganza forse un po' troppo giovanile per l'età, sbotta in una serie di invettive che, per tono, accenti e lessico, mal si combinano con la pretesa signorilità della sua mise.
Non ce l'ha con l'amministrazione, che non ha rinforzato il servizio, in previsione dell'immancabile picco della domanda determinato dalle feste, ma proprio con quei disgraziati di impiegati che lì, dietro il banco, non hanno smesso un minuto di lavorare.
D'altra parte, osservando lo scalmanato, tutto l'insieme, compresi gli occhi cerchiati che testimoniano di recenti, notturni, bagordi, fa pensare a una di quelle famigerate partite iva, che alternano lussi ed espedienti, mance generose e creste sulla spesa, vacanze a Sharm e debiti incancreniti.
Deve essere in ritardo con le rate del suv - penso - e per di più lo avrà posteggiato in doppia fila.
Ma la mossa dell'esagitato ha suscitato un mormorio di approvazione nell'intera platea, benché socialmente, e persino etnicamente, più variegata.
Si leva, allora, in controcanto, un'altra voce, a dar ragione all'intemperante. Ma questo lo conosco, è un brav'uomo, che fa - o faceva - l'operaio alla Pavesi.
Anche lui ha da ridire sulla supposta lazzaronaggine dei pubblici dipendenti, malgrado possa constatare che quelli in oggetto siano, proprio come lui sulla filiera dei crakers, in continuo movimento. Mi chiedo cosa potrebbe accadere se l'impiegata allo sportello, allo scadere di due ore di lavoro facesse - anche in questo caso, come lui - una pausa di dieci minuti per fumare una sigaretta o fare la pipì.
Interviene anche una signora anziana, evidentemente pensionata, che ci tiene ad informarci che gli impiegati delle poste sono tutti raccomandati e sempre in mutua, mentre sua nipote - che è laureata e ha voglia di lavorare - è cassiera precaria alla Unes.
In pochi minuti, lavoratori autonomi e dipendenti, insieme a pensionati e (de relato) precari si sono coalizzati contro il pubblico impiego. Immagino che negli uffici postali di Granozzo e Casalino, anche i coltivatori diretti si siano schierati.
Eppure, solo una settimana prima, per la cosiddetta protesta dei forconi, pubblico impiego, lavoro dipendente e pensionati erano coalizzati per stigmatizzare l'iniziativa fascistoide di lavoratori autonomi e coltivatori, tutti, senza dubbio, evasori fiscali, maneggioni e falliti.
Si deve andare, invece, più indietro nel tempo, per trovare i pensionati all'attacco frontale di tutti gli altri ceti, risultando determinanti in un famoso referendum sindacale che toglieva agli altri i diritti di cui avevano goduto loro.
Sempre più a ritroso, troveremo il lavoro autonomo, schierato contro i dipendenti - sia pubblici che privati - e i pensionati, a fare da punta di diamante nel referendum sulla scala mobile.
Insomma, tutti contro tutti e con tutte le combinazioni possibili.
Questa rissosità sociale, talvolta mascherato da parodia della lotta di classe, non dipende da tare psicologiche o culturali individuali, ma è il risultato di sapienti campagne, periodicamente orchestrate dagli organi di informazione.
E' l'adeguamento dell'antico divide et impera alle necessità del fascismo tecnocratico della BCE.
I fantocci governativi del potere economico-finanziario non sono più in grado di dare alcuna risposta positiva alle aspirazioni delle classi sociali, ma possono (e devono) prendere provvedimenti negativi contro le diverse porzioni del corpo sociale.
Ecco allora che si mette in piedi tutto un apparato, corredato di dati e statistiche, funzionale a sostituire la vecchia idea della giustizia sociale, con una più praticabile vendetta sociale.
Il fine è colpire, una per volta, tutte le classi subordinate, col concorso e il consenso di quelle che, a ogni step del percorso, credono di cavarsela.
Così si è fatto in Grecia e si vuol fare in Italia.
Ancora una volta, attuale, Martin Niemöller, a cui si ispirò Brecht:
Quando vennero per gli ebrei e i neri, distolsi gli occhi
Quando vennero per gli scrittori e i pensatori e i radicali e i dimostranti, distolsi gli occhi
Quando vennero per gli omosessuali, per le minoranze, gli utopisti, i ballerini, distolsi gli occhi
E poi quando vennero per me mi voltai e mi guardai intorno, non era rimasto più nessuno.