In quanto uomo, m'impegno ad affrontare il rischio dell'annientamento perché due o tre verità gettino sul mondo
la loro luce essenziale (Frantz Fanon)

venerdì 2 settembre 2022

FAKE NEWS

Sembrano un fenomeno recente. Invece esistono da sempre, almeno dalla mia infanzia. Quando ero bambino, su una delle alette di piegatura delle sigarette Mercedes, era stampato un numero, doveva essere, probabilmente, quello della macchina confezionatrice e serviva per il controllo qualità. Ebbene, quei numeri divennero, per l’immaginazione di qualcuno, “punti” e si diffuse la notizia che con mille punti inviati alla società produttrice, si sarebbe avuto in dono un accendisigari. Molti fumatori cambiarono marca per seguire l’inutile collezione. 
Ne ricordo a decine, in un certo periodo della storia recente furono chiamate leggende metropolitane e Cesare Bermani ci scrisse un bel libro («Il bambino è servito»). La dizione “leggende metropolitane” rendeva più giustizia sia all’anonima fonte della loro diffusione, sia alla loro natura di rielaborazione mitopoietica della realtà. L’analogia è evidente, nessuno chiamerebbe fake new il racconto della cacciata dall’Eden. 
Si potrebbe pensare all’abituale pessima abitudine che abbiamo di sostituire termini della nostra lingua con corrispondenti anglofoni, ma non è così, la nozione di Urban legends esiste anche nella cultura anglosassone. Devono essere, quindi, qualcosa di diverso. 
Wikipedia dà questa definizione: « An urban legend, myth, or tale is a modern genre of folklore. It often consists of fictional stories associated with the macabre, superstitions, ghosts, demons, cryptids, extraterrestrials, creepypasta, and other fear generating narrative elements». La conclusione, «altri elementi narrativi che incutono timore» estende il campo alla fantascienza. La leggenda delle “scie chimiche” dovrebbe entrare, dunque, di diritto, nell’ambito delle leggende metropolitane, invece è considerata una fake new. Al termine del ragionamento, apparirà chiaro trattarsi di una leggenda metropolitana che è diventata una fake new. 
Il termine fake, falso, si contrappone ovviamente a true, vero. Ci deve dunque essere stata, in sordina, una restaurazione della nozione di verità, che un decennio abbondante di relativismo aveva messo in ombra («non ci sono fatti, ma solo interpretazioni»). Dico in sordina, perché la lunga contesa tra relativismo e realismo, dipanatasi tra le colonne di «MicroMega» e de «Il Manifesto» si era conclusa senza vincitori né vinti. 
Bisogna tener conto di questo fatto, che cioè qualcuno, da qualche parte abbia, clandestinamente e dogmaticamente riaffermato il valore della verità, messo in dubbio sul piano filosofico, per contrapporlo alla menzogna. Un’operazione ardita, che procede sul filo del rasoio, perché culturalmente omogenea alla teoria del politically correct, con cui non può entrare in contraddizione. 
Il politicamente corretto ha, infatti, sconvolto la percezione comune di «naturale» e ha quindi fatto ricorso proprio a quel relativismo, che ora bisogna negare per riaffermare il verum, pulchrum et bonum di una nuova Scolastica. 
Ma questa operazione complicata e di notevole valenza epistemologica, è passata inosservata per il semplice fatto di non esserci stata. Con molto coraggio si tenta di definire il falso senza avere definito il vero. Paradossalmente, il falso è diventato l’unica nozione certa che rientra nel principio di contraddizione della logica classica, ¬(A ∧ ¬A) (A non è non A), mentre il vero resta avvolto nella nebulosità relativista: cosa sia quell’A non lo sappiamo. 
La natura asimmetrica e discrezionale di una tale procedura ne rivela il carattere squisitamente politico: la nozione di fake new è stata introdotta per mascherare la surrettizia imposizione di una verità ufficiale. È il falso che definisce il vero, e non viceversa. 
Un simile procedimento di argomentazione in negativo potrebbe sembrare una generalizzazione e rovesciamento del « principio di falsificabilità» di Popper, ma questo principio, nel recente passato ossessivamente alla ribalta, è stato, in questi ultimi due anni, messo un po’ da parte. Proviamo ad applicarlo, nel suo campo originale di applicazione, all’affermazione: «chi è vaccinato si ammala in maniera meno grave e non muore» e provate voi a suggerire un esperimento che possa falsificare qualcosa che non è avvenuta. Il rischio è di portar acqua al mulino degli inventori, trafficanti, consumatori di fake news. Meglio, dunque, lasciar da parte Popper. 
Perduto quest’ultimo appiglio per dotarsi di uno statuto ontologico, la verità si afferma solo per decreto, applicato ad ogni singola falsità. Possiamo allora dire che le fake news hanno realizzato un orwelliano «Ministero della Verità» anonimo e indomiciliato (ricercatori indipendenti), la cui vaghezza dovrebbe inquietare. La storia ci dirà se gli impiegati del ministero della verità e quelli del ministero della falsità lavoravano nello stesso ufficio o porta a porta. 
Giuseppe Veronica

1 commento:

Giovanni Pieri ha detto...

come in ogni questione filosofica più la approfondisci e meno sembra chiara. Per quanto sia difficile definirla la verità è una cosa chiara e quando qualcuno non la rispetta lo sa bene (dentro di sé) anche se non lo ammetterebbe mai (fuori si sé). Quindi le leggende metropolitane e le fake news le si distingue a occhio senza alcuna difficoltà, è scriverci sopra un saggio che è difficile. Anche il riconoscerne il carattere di non corrispondenza con i fatti è facile in entrambi casi. Allora perché così tanti ci credono, credono praticamente a tutto, anche all'enunciazione più inverosimile (bella parola su cui riflettere). Perché? centinaia di motivi diversi. Ho conosciuto una persona che diceva chiaramente che secondo lui la verità non esiste, che ognuno è libero di credere quel che vuole ecc. Infatti cacciava balle da mane a sera, certe volte per un suo evidente interesse, in altri casi così, quasi per sport. Peccato che erano balle evidenti, ma lui l'evidenza la negava impunemente. Gli ascoltatori gli ridevano dietro, ma poi godeva comunque di un certo credito. Bella storia no? No. Se ora aggiungessi che era un mio dipendente e che con il suo modo di agire mi faceva uscire pazzo, la cosa cambierebbe. Un analista accorte individuerebbe nel rapporto asimmetrico capo-dipendente l'origine del mio racconto così negativo della persona, e arriverebbe a sospettare che la "verità" sia tutto il contrario. Quanto a fondo si spingerebbe questa revisione dipende dalla cultura di base del revisore. Già, ma che cosa saprebbe lui per supportare (qualunque essa sia) la sua conclusione? Niente. Perché i fatti sono ormai lontani nel tempo e lui conosce solo quello che scrivo. Nella sua situazione la cosa più ovvia sarebbe sospendere ogni giudizio, perché se ci appelliamo alla logica il vero è il contrario del falso, ma in mezzo ci sta un mare di "non lo so".