In quanto uomo, m'impegno ad affrontare il rischio dell'annientamento perché due o tre verità gettino sul mondo
la loro luce essenziale (Frantz Fanon)

giovedì 25 aprile 2013

falsari e asini. perché bisogna chiudere la Bocconi

Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, geni dell'economia di Harvard, in un celebre studio del 2010, indicavano, sulla base di un'ampia comparazione storica, l'esistenza di uno stretto rapporto fra livello del debito pubblico e crescita. Più esattamente giungevano alla conclusione che, quando il rapporto fra debito e Pil supera il 90 per cento si apre la recessione.
La loro formula ha fatto rapidamente scuola in tutto il mondo e ha determinato le scelte politiche dei governi.
Disgraziatamente, è sbagliata.
Un gruppo di economisti dell'Università del Massachusetts-Amherst ha rifatto i conti e, sulla base della stessa serie storica di Reinhart e Rogoff, arriva ad una conclusione opposta: in media, storicamente, i Paesi con un debito superiore al 90 per cento non vanno in recessione. Anzi, hanno, in media una, sia pur debole, crescita del 2,2%; un tasso che in Italia ci sogniamo. 
Ben pochi si azzardano a dire che  due economisti del livello di Reinhart e Rogoff abbiano deliberatamente manipolato i dati, benché questa sia l'ipotesi più probabile e anche ben comprensibile per chiunque sappia come è organizzata la ricerca scientifica. 
Avrebbero, però, commesso errori grossolani, anche per ricercatori assai più modesti. Uno è puramente materiale, e derivato dall'eccesso di fiducia nei computer: un errore di codificazione ha escluso completamente dai calcoli Paesi come Australia, Austria, Belgio, Canada e Danimarca.
L'altro, troppo idiota per non essere deliberato, di aver escluso alcuni dati che contraddicevano la loro tesi.
Alle critiche, Reinhart e Rogoff hanno replicato con qualche imbarazzo, ammettendo l'errore di tabulazione e attribuendo l'esclusione dal calcolo di alcuni anni, per certi Paesi, alla mancanza dei relativi dati, al momento della stesura del loro saggio.
In Italia i due falsari avevano trovato pronta sponda in  Alberto Alesina e Silvia Ardagna che, con una serie di conti sbagliati, erano arrivati addirittura alla conclusione che che l'austerità porta alla crescita.
A smentirli, infine, gli stessi padroni che volevano compiacere, il Fondo monetario internazionale, che ha pubblicato uno studio in cui si liquida, come solenne cazzata, l'ipotesi dell'austerità espansiva.
Di queste, e altre, bufale accademiche è lastricata la nostra quotidiana via al Calvario.
Il pensiero corre al destino di duri lavori manuali a cui Pol Pot avrebbe condannato simili studiosi, e indulge alla rivalutazione del dittatore cambogiano.
Ma non occorre eccedere, limitiamoci a chiedere con forza l'immediata chiusura dell'università Bocconi, succursale della più nera e truffaldina massoneria mondiale.

martedì 23 aprile 2013

non solo banche. cronache del capitalismo italiano. due

nel blu dipinto di blu
Giuseppe Gentile, ad di Meridiana, amava i modi bruschi alla Marchionne e pensava che il pugno duro con i sindacati fosse la strategia vincente per governare un'azienda. 

Amministratore delegato dall'ottobre 2011, ha rapidamente conseguito invidiabili risultati:
- 190 milioni di euro di debiti;
- 1.350 dipendenti in cassa integrazione;
- 800 cause di lavoro aperte.
Alla fine, l'Aga Kahn, che risulta il padrone, lo ha spedito via con un sostanzioso calcio in culo:
- 500 mila euro di premio,
che vanno a sommarsi ai precedenti emolumenti:
- 83.000 euro mensili di stipendio nel 2011,
- 54.000 euro mensili nel 2012.
Dovendo arrangiarsi con questi quattro soldi, il povero Gentile aveva pensato di mettere su una piccola azienda famigliare, promuovendo sul campo la moglie, Cristina Ceolin, già assistente di volo, che ha dimostrato subito di essere all'altezza delle nuove mansioni manageriali, tentando di imporre a tutte le hostess la taglia 40-42.
Adesso il Gentile è disoccupato, e sopravvive grazie  all'assegno di cassa integrazione della moglie.
Amministratore

domenica 21 aprile 2013

un nuovo cimitero delle macchine



Il Partito Democratico – quello, per intenderci, che voleva fare il progresso scientifico con la Binetti, quello che a momenti, per dirla con Fassino, aveva una banca, quello che, per dirla con Mussari, una banca ce l'aveva già e noi ne pagheremo i debiti – si è apparentemente suicidato nella notte dei lunghi coltelli delle elezioni presidenziali.
Nella torbida e cinica operazione di killeraggio di Marini, prima e di Prodi, poi, non si è consumata una lotta tra diversi visioni del mondo – quelle si fanno nobilmente a viso aperto – ma una guerra disperata su interessi ben concreti.
Bisogna partire da qui, dal fatto che la parte preponderante dei dirigenti di quel partito è in realtà costituita da commessi di grandi interessi economico-finanziari, per capire l'immonda farsa che ha travolto, in 48 ore, la storia e la cultura politica di un partito e ha, al tempo stesso, umiliato e deluso le residue speranze di un popolo maltrattato e stanco.
Da qui bisogna partire per capire, anche, che il pd, comunque, non morirà, giacchè non muoiono gli interessi, spesso inconfessabili, di cui si è fatto lobby.
Assisteremo perciò a un rimescolamento di carte e una parte del partito per cui hanno ancora votato lavoratori e pensionati, capitanato da un giovane sindaco finanziato da capitali esodati, si associerà agli impiegati di Goldman Sachs che commissariano il Paese, su mandato dei loro padroni, con unanime approvazione dei media, ma scarso consenso popolare. A loro si aggiungerà quella parte di straccioni del pdl che incomincia a pensare che l'osannato benefattore di un tempo cominci a puzzare troppo.
Ma gli altri, cosa faranno?
Fortunatamente i padroni programmano e prevedono per tempo, e per i rimasugli di sinistra di un partito che ha comunque fatto loro degli ottimi favori, hanno provveduto, prima ancora che ce ne fosse bisogno, a fabbricare un leader: Fabrizio Barca.
Al nuovo leader prefabbricato, si aggiungerà Vendola e il suo partitino liberal, più preoccupato del riconoscimento delle differenze, che della lotta alle disuguaglianze.
Alla disperata ricerca di un reddito per i residui del loro apparato, si infileranno nel nuovo contenitore anche Ferrero e Diliberto, magari portandosi dietro Ingroia, e può anche darsi che pure Di Pietro voglia dare il suo contributo.
Sulla carta, l'operazione potrebbe riuscire, ci sono abbastanza coglioni che, avendo votato pd fino a ieri, sono disponibili, per qualche anno, a votare il nuovo intruglio.
Ma per chi aspira a vivere dignitosamente di un salario o di uno stipendio, non ne verrà fuori niente di buono.

sabato 20 aprile 2013

effetto flou



Spunta la candidatura di Annamaria Cancellieri. La proposta viene, ovviamente, da Mario Monti, il commissario europeo che commissaria l'Italia.
Bisogna ammirare la tattica con cui le élites deputate dai poteri economici transnazionali stanno occupando, passo dopo passo, tutti i gangli vitali della politica.
Monti fu senatore senza elezione ed è tuttora capo del governo senza la fiducia del parlamento, gli adempimenti costituzionali, da atti fondanti la legittimità, si sono trasformati in noiose pratiche burocratiche per cui, alla bisogna, si troverà una soluzione a posteriori.
Chi è Annamaria Cancellieri? Un prefetto, cioè un rappresentante periferico dello stato centrale.
Se il Presidente della Repubblica è l'immagine della Nazione, il prefetto è, in un certo modo l'immagine di questa immagine.
Non occorre aver studiato Platone, basta avere qualche pratica col fotocopiatore per rendersi conto che porre a immagine dello stato l'immagine di tale immagine sbiadisce inevitabilmente il risultato finale.
A ciò si aggiunga che mentre il presidente dovrebbe essere l'immagine dell'unità dello Stato, il prefetto, come rappresentante dell'esecutivo è immagine di una sola parte, quella che gestisce il potere. In tempi ordinari questa parte, che pur dovrebbe essere l'espressione di almeno del 51% del corpo elettorale è controllata dal restante 49%, oggi, invece l'esecutivo riflette il consenso di meno del 10% degli elettori ed è legittimato in forme sostanzialmente extraparlamentari.
Deciso fuori dai confini nazionali, il governo trova faticosa legittimazione in un atto di investitura del Presidente della Repubblica, di cui ci si dovrebbe fidare, in quanto simbolo dell'unità nazionale. Ma se questo governo minoritario decide oggi di esprimere dal suo seno il garante della propria legittimità, il cerchio si chiude e la democrazia impallidisce nell'effetto flou finale: ombra di un'ombra.
Il prossimo passo è che il presidente Cancellieri affidi il governo al Ragioniere Generale dello Stato e completi il processo di tecnicizzazione.
L'antipolitica ha vinto e solo Grillo continua a fare politica.

martedì 16 aprile 2013

a cameri


se ci sei, batti un colpo

Il 3 aprile 1978, nel corso di una seduta spiritica a cui partecipa il futuro presidente dell’Iri, Romano Prodi, una “entità” [nella fattispecie, e come risulterà dal verbale, gli spiriti di Don Sturzo e La Pira, n.d.r] avrebbe indicato “Gradoli” come luogo in cui era tenuto prigioniero Aldo Moro.
Sulla base della segnalazione dall’aldilà, il 6 aprile viene organizzata una perlustrazione a Gradoli, un paesino in provincia di Viterbo. Al ministero dell’Interno, che aveva in precedenza ricevuto la segnalazione su via Gradoli, nessuno mette in collegamento le due cose. E’ la moglie di Moro, Eleonora, a chiedere se non potrebbe trattarsi di una via di Roma. Cossiga in persona, secondo la testimonianza resa in commissione da Agnese Moro, risponde di no. In realtà via Gradoli esiste, e sta sulle pagine gialle.
Se Romano Prodi era il capo delle Brigate Rosse, l'opportunità di una sua elezione a Presidente della Repubblica è discutibile.
Se è un coglione che fa per davvero le sedute spiritiche, l'elezione è assolutamente improponibile.