In quanto uomo, m'impegno ad affrontare il rischio dell'annientamento perché due o tre verità gettino sul mondo
la loro luce essenziale (Frantz Fanon)

venerdì 2 settembre 2022

FAKE NEWS

Sembrano un fenomeno recente. Invece esistono da sempre, almeno dalla mia infanzia. Quando ero bambino, su una delle alette di piegatura delle sigarette Mercedes, era stampato un numero, doveva essere, probabilmente, quello della macchina confezionatrice e serviva per il controllo qualità. Ebbene, quei numeri divennero, per l’immaginazione di qualcuno, “punti” e si diffuse la notizia che con mille punti inviati alla società produttrice, si sarebbe avuto in dono un accendisigari. Molti fumatori cambiarono marca per seguire l’inutile collezione. 
Ne ricordo a decine, in un certo periodo della storia recente furono chiamate leggende metropolitane e Cesare Bermani ci scrisse un bel libro («Il bambino è servito»). La dizione “leggende metropolitane” rendeva più giustizia sia all’anonima fonte della loro diffusione, sia alla loro natura di rielaborazione mitopoietica della realtà. L’analogia è evidente, nessuno chiamerebbe fake new il racconto della cacciata dall’Eden. 
Si potrebbe pensare all’abituale pessima abitudine che abbiamo di sostituire termini della nostra lingua con corrispondenti anglofoni, ma non è così, la nozione di Urban legends esiste anche nella cultura anglosassone. Devono essere, quindi, qualcosa di diverso. 
Wikipedia dà questa definizione: « An urban legend, myth, or tale is a modern genre of folklore. It often consists of fictional stories associated with the macabre, superstitions, ghosts, demons, cryptids, extraterrestrials, creepypasta, and other fear generating narrative elements». La conclusione, «altri elementi narrativi che incutono timore» estende il campo alla fantascienza. La leggenda delle “scie chimiche” dovrebbe entrare, dunque, di diritto, nell’ambito delle leggende metropolitane, invece è considerata una fake new. Al termine del ragionamento, apparirà chiaro trattarsi di una leggenda metropolitana che è diventata una fake new. 
Il termine fake, falso, si contrappone ovviamente a true, vero. Ci deve dunque essere stata, in sordina, una restaurazione della nozione di verità, che un decennio abbondante di relativismo aveva messo in ombra («non ci sono fatti, ma solo interpretazioni»). Dico in sordina, perché la lunga contesa tra relativismo e realismo, dipanatasi tra le colonne di «MicroMega» e de «Il Manifesto» si era conclusa senza vincitori né vinti. 
Bisogna tener conto di questo fatto, che cioè qualcuno, da qualche parte abbia, clandestinamente e dogmaticamente riaffermato il valore della verità, messo in dubbio sul piano filosofico, per contrapporlo alla menzogna. Un’operazione ardita, che procede sul filo del rasoio, perché culturalmente omogenea alla teoria del politically correct, con cui non può entrare in contraddizione. 
Il politicamente corretto ha, infatti, sconvolto la percezione comune di «naturale» e ha quindi fatto ricorso proprio a quel relativismo, che ora bisogna negare per riaffermare il verum, pulchrum et bonum di una nuova Scolastica. 
Ma questa operazione complicata e di notevole valenza epistemologica, è passata inosservata per il semplice fatto di non esserci stata. Con molto coraggio si tenta di definire il falso senza avere definito il vero. Paradossalmente, il falso è diventato l’unica nozione certa che rientra nel principio di contraddizione della logica classica, ¬(A ∧ ¬A) (A non è non A), mentre il vero resta avvolto nella nebulosità relativista: cosa sia quell’A non lo sappiamo. 
La natura asimmetrica e discrezionale di una tale procedura ne rivela il carattere squisitamente politico: la nozione di fake new è stata introdotta per mascherare la surrettizia imposizione di una verità ufficiale. È il falso che definisce il vero, e non viceversa. 
Un simile procedimento di argomentazione in negativo potrebbe sembrare una generalizzazione e rovesciamento del « principio di falsificabilità» di Popper, ma questo principio, nel recente passato ossessivamente alla ribalta, è stato, in questi ultimi due anni, messo un po’ da parte. Proviamo ad applicarlo, nel suo campo originale di applicazione, all’affermazione: «chi è vaccinato si ammala in maniera meno grave e non muore» e provate voi a suggerire un esperimento che possa falsificare qualcosa che non è avvenuta. Il rischio è di portar acqua al mulino degli inventori, trafficanti, consumatori di fake news. Meglio, dunque, lasciar da parte Popper. 
Perduto quest’ultimo appiglio per dotarsi di uno statuto ontologico, la verità si afferma solo per decreto, applicato ad ogni singola falsità. Possiamo allora dire che le fake news hanno realizzato un orwelliano «Ministero della Verità» anonimo e indomiciliato (ricercatori indipendenti), la cui vaghezza dovrebbe inquietare. La storia ci dirà se gli impiegati del ministero della verità e quelli del ministero della falsità lavoravano nello stesso ufficio o porta a porta. 
Giuseppe Veronica

lunedì 29 agosto 2022

L'ARROGANZA DEL SUPPOSTO SAPERE

 

La pandemia sembrava aver imposto il ritorno al potere dei chierici. «Non puoi parlare se non sei un microbiologo», si diceva. Il popolo, ritornato ad essere plebe analfabeta – sia pure funzionalmente – e di conseguenza terrapiattista, doveva essere sollevato dall’onere della democrazia e il potere decisionale doveva tornare nelle mani dei sapienti e ricondotto all’autorità di Aristotele.
Questo, in sostanza, il passo indietro su cui si lambiccheranno gli storici del futuro nei loro studi sul XXI secolo.
Lo scenario, drammatico in sé, e opportunamente drammatizzato dai quotidiani “bollettini di guerra”, accelerò e portò finalmente a compimento il tentativo di imporre la “dittatura dei tecnici” (che scienziati non sono), alla base della rivoluzione culturale del terzo millennio.
I primi intellettuali mobilitati erano stati gli economisti, cui era spettato il compito di sfatare l’idea consolidata che «i governi governino». Se i governi governano, infatti, possono governare tutte le attività umane, trovando un limite solo nella natura. Il compito dei nuovi stregoni fu dunque quello di “naturalizzare”, come fossero temporali o maremoti, le scelte del capitale finanziario. Se si decide che Wall Street è un evento cosmologico (o il nuovo Olimpo dove i litigi degli dei determinano l’andamento dell’ecatombe sulla pianura di Troia), ecco che al governo dei governi viene sottratto un oggetto fondamentale, l’economia.
Trasformata in evento naturale, questa caratteristica attività umana realizza la dialettica hegeliana tra servo e padrone, e di conseguenza, dissolto per magia il pur diffuso senso comune secondo cui era lo Stato a governare l’economia, si scopre improvvisamente che è,invece, l’economia a governare lo Stato, al quale resta, tuttalpiù, il compito di amministrare le briciole che cadono dal piatto dei ricchi.
Questo, dopotutto, era sempre stato vero, e Marx lo aveva denunciato da tempo, ma si era ben guardato da considerare questo fenomeno come naturale, ricostruendone l’origine storica nella contraddizione tra capitale e lavoro. Lenin, da parte sua, aveva verificato sperimentalmente che quei rapporti di produzione potevano essere rovesciati. L’esperimento sovietico aveva costretto il capitale occidentale a far cadere dal piatto un’abbondante pioggia di briciole, attendendo, in una quaresima socialdemocratica, la propria pasqua di resurrezione.
Ammirevole e ardita, dunque, l’operazione di mettere apertamente sotto il naso di tutti l’onnipotenza del capitale, confermando ufficialmente l’analisi marxiana. Il trucco stava – come si è detto – nel presentare il capitalismo se non proprio come evento naturale e eterno, quantomeno come unica opzione possibile.
I padroni avevano dovuto stringere ulteriormente la cinghia, onde dimostrare che il capitalismo era la cornucopia di una generale abbondanza. Agivano su due fronti: a ovest, regalando a tutti carte di credito, che si sarebbero rivelate carte di debito di cui erano i creditori; a est diffondendo l’illusione che oltre la cortina di ferro il denaro lo si regalasse.
L’operazione era accompagnata da una straordinaria mobilitazione dei chierici per ecellenza, i filosofi, che partorirono forsennatamente il postmodernismo, il tramonto delle grandi narrazioni, il pensiero debole, il relativismo, la fine della storia, la rivalutazione dell’individualismo e tutto l’apparato ideologico necessario a portare a un punto di non ritorno la visione del mondo occidentale, in preparazione del fallimento dell’esperimento sociale sovietico.
La caduta del muro di Berlino e lo scioglimento dell’URSS dovevano essere una sorta di Cernobyl sociale, che scoraggiasse per molto tempo – rendendone scandoloso e inaudito il semplice volerne parlare – l’ipotesi di nuove centrali di socialismo reale, concedendo spazio, al massimo, a futuribili ipotesi di un socialismo utopistico di nuova generazione, fondato su diritti civili e non più sociali. Chi, compreso chi scrive, sottovalutò la pregnanza revisionista e deviazionista del vocabolo “rifondazione”, cadde nel tranello e contribuì a un rinvio “sine die” della riscossa.
L’Occidente, prediletto dagli dei, si ritrovò, ancora una volta, a essere il migliore dei mondi possibili, il capitalismo fu definito consustanziale alla democrazia, divenuta un bene esportabile, allo stesso modo e con le stesse modalità con cui, in epoca coloniale si era esportata la civilizzazione.
In questo contesto di straordinario sviluppo di pensiero mitico in cui nuovamente si fondevano Apollo e Dioniso, assorbendo ogni contraddizione nella loro indissolubile unità, i movimenti di capitale - lungi dall’esser frutto di volontà umana – potevano essere assimilati ai movimenti celesti e la scienza economica diventava scienza di osservazione, a metà strada tra l’astronomia e l’astrologia, con funzioni esplicative e aleatoriamente predittive, ma inibita, nella capacità di intervento, dal nuovo statuto di oggettività conferito a flussi e cicli finanziari, dai quali era stato espulso ogni margine di soggettività, essendo effetti della volontà di una sorta di motore immobile. Si era in una botte di ferro, ma per essere più sicuri si pensò bene di levar di torno qualche soggetto, gli Stati e i governi, sostituiti dalla governance – ricalcata sul modello delle SpA – di un ente sovrannazionale che ha esso stesso le caratteristiche di un antico loop cosmogonico, legittimandosi attraverso trattati tra Stati i cui governi condiziona, impone, commissaria.
L’altro possibile soggetto, le masse, sonnecchiava nei vapori soporiferi dei nuovi oppiacei che avevano supportato la traballante religione. Ma andava messo alla prova.
Nel frattempo si era consolidata una percezione del mondo in cui artatamente si erano erosi i confini tra naturale e artificiale, genuino e fittizio, vero e falso. Il potere mise scientemente a disposizione non solo i mezzi di diffusione, ma anche le centrali di elaborazione di un nuovo millenarismo nelle cui elaborazioni erano sapientemente collegati elementi di verità a eziologie palesamente fantasiose, facilmente sputtanabili, onde indurre a gettar via il bambino con l’acqua sporca.
Dominante o dominata entrò in scena la natura. Una pandemia, forse curabile con l’aspirina, fece strage.
Abbandonata a se stessa, quella parte del mondo in cui si muore ancora di malaria, morbillo, fame e guerra endemica, avrebbe dovuto estinguersi. Invece, abituata alle disgrazie, se la cavò senza lamentarsi troppo. Fu proprio lì, anzi, che il virus – forse perché lasciato in pace – ebbe una più benevola mutazione.
Nel mondo all’avanguardia, invece, lo scenario fu apocalittico. Per molto tempo non sapremo se fu autentico panico oppure un’occasione presa al volo (se non provocata), fatto sta che il funesto evento propiziò un esperimento sociologico planetario in cui la limitazione delle libertà individuali e sociali si coniugava con l’indiscutibilità del dettato di una determinata categoria di intellettuali. Per rivedere un analogo panorama bisogna tornare al dominio della teologia del XII secolo o alla Controriforma.
L’esperimento riuscì abbastanza bene e si poneva come positiva premessa per governare autoritariamente, forse totalitariamente, una gigantesca ristrutturazione capitalistica camuffata da emergenza ambientalistica.
La campagna era stata per tempo preparata, come una Crociata, dalla predicazione di una piccola Giovanna d’Arco, scelta da esperti hollywoodiani di casting.
Probabilmente, attraverso questa via, si voleva anche andare al confronto definitivo con i centri di resistenza alla globalizzazione monopolare.
L’Occidente riteneva di poter scegliere tempi, modi e livelli dello scontro, di poterlo, cioè, scatenare raggiunto il massimo di efficienza bellica e coesione interna, ma aveva fatto i conti senza l’oste.
Mentre si danno da fare per stringere d’assedio la Russia, con una espansione della NATO, e a moltiplicare i contenziosi nel Mar della Cina, il 15 agosto 2021 i gendarmi del mondo fuggono precipitosamente da Kabul, riconquistata dai talebani. È un segnale di debolezza di cui non si può non tener conto, per cui, persistendo e inasprendosi l’atteggiamento provocatorio ucraino, i Russi decidono di prendere l’iniziativa.
Il grande carnevale della transizione ecologica è rinviato. Si torna a bruciare il carbone.
La casta degli economisti, che ha elevato una sua star a capo del governo, fa ancora in tempo a formulare ridicoli vaticini sull’effetto delle sanzioni. Poi i topi abbandonano la nave.
In tutta questa storia gli intellettuali non ci fanno una gran figura. Economisti, virologi, filosofi e esperti di geopolitica hanno mostrato una debolezza descrittiva e predittiva che mina le basi della validità epistemologica delle loro scienze. Evidente lo stridore tra la mendacità delle loro performance e la pretesa di attribuire loro il dogma dell’infallibilità, da cui far discendere provvedimenti esecutivi, usurpando una prerogativa che risiede altrove.
Abbiamo corso un bel rischio, ma non si deve pensare che la nottata sia passata senza conseguenze. Dall’arroganza di un supposto sapere, il prestigio delle scienze ha ricevuto un duro colpo, gli atteggiamenti antiintellettualistici ne escono, invece, rafforzati e si profila una teorizzazione dell’apologia metodologica dell’analfabetismo.
O si torna tempestivamente all’analisi gramsciana della funzione degli intellettuali e alla disamina – materialista e dialettica – delle acquisizioni scientifiche, o prevarrà il più sbrigativo approccio critico di Pol Pot.

mercoledì 24 agosto 2022

Qualche appunto sulla filosofia di Aleksandr Gelʹevič Dugin

 

Non sono uno studioso della filosofia di Dugin e non mi sono preso la briga di leggere per intero il suo «Философиа войны» (Moskwa, Яуэа, 2004). La parte introduttiva dell’opera basta (e avanza) per farsi un’idea della impostazione del suo pensiero.

1. Труд и Капитал. Quella che di norma viene chiamata lotta di classe, in Dugin assume l’aspetto di una lotta teogonica tra Lavoro e Capitale, scritti così, con la maiuscola, come se fossero forze naturali personificate alla maniera di Esiodo. Che Dugin ragioni per coppie di opposti che sembrano possedere una propria soggettività, verrà confermato più avanti, quando il filosofo scenderà sul campo della geopolitica.

Pur mitologizzata, la lotta tra capitale e lavoro è ricondotta, metodologicamente, e più o meno correttamente, alle corrispondenti categorie marxiane. L’apparente ortodossia è finalizzata alla conclusione che, per l’insufficiente sviluppo delle forze produttive – così come predetto da Marx – la Rivoluzione in Russia non sarebbe mai potuta accadere.

Se dunque la rivoluzione c’è stata, deve essere stata determinata da fattori diversi dal meccanicismo della lotta di classe, e più precisamente sotto la spinta di una serie di elementi volontaristici e spirituali (messianesimo nazionale – diffuso tra gli Ebrei russi e dell’Europa orientale, tendenze al settarismo millenaristico – comuni al popolo e a settori intellettuali, stile cospirativo – incarnato nel leninismo e poi nello stalinismo).

Messe a nudo le radici medievali della Rivoluzione d’Ottobre, diventa facile l’analogia con l’analogo (ma meno radicale ) cocktail di ingredienti alla base «della vittoria di un'altra forza anticapitalista, che è riuscita a realizzare in pratica una rivoluzione quasi socialista , ovvero il Fascismo italiano e il nazionalsocialismo tedesco».

Qui si comprende in tutta la sua portata l’occasione perduta: «il rifiuto dello stesso sistema sovietico di trarre le conclusioni ideologiche più importanti – con la necessaria correzione delle visioni culturali e filosofiche di Marx – dal proprio successo, che avrebbe potuto, a sua volta, facilitare un dialogo produttivo con il fascismo, soprattutto nella sue versioni di sinistra».

Per Dugin resta questione di poco conto il fatto che questo benedetto capitale (c minuscola) rimanga, o no, nelle tasche di chi lo detiene, l’importante è averne parlato male. Infatti, accanto a fascismo e nazismo, come partner sventatamente perduto del fronte unito del Lavoro (L maiuscola) aggiunge la socialdemocrazia in tutte le sue varianti.

Per noi Italiani, tutto ciò non dovrebbe costituire una novità. Teorie politiche analoghe (compresa qualche mistica nebulosità) furono sostenute sia da Bombacci che dalla sinistra corporativa, per tutto il ventennio e particolarmente durante la RSI. Nel dopoguerra, Stanis Ruinas, dalle colonne del suo periodico «Il Pensiero Nazionale», si adoperò per traghettare a sinistra gli elementi più coerenti di questa tendenza di pensiero, e così il PCI, accanto a tanti deputati provenienti dalle fila partigiane, ne ebbe uno che aveva combattuto nella X MAS.

Ma il meccanismo del processo era esattamente l’opposto di quello teorizzato da Dugin: depurare il nucleo di pensiero sociale concreto dalla sovrastruttura spiritualistica di vent’anni di educazione fascista (separare il fascismo aggettivo dal fascismo sostantivo, avrebbe detto Vittorini).

2. Море и Суше. Sul piano geopolitico, Mare e Terra sono assunti esplicitamente come coppia teleologica, soggetti, dunque, di un finalismo (forse già insito nella Creazione che provvede tempestivamente a separarne le masse).

«Sono sinonimi di un'altra coppia: Ovest - Est, dove si considerano Ovest e Est non solo come concetti geografici, ma come blocchi di civiltà».

Il mare incarna il concetto di perenne movimento, agitazione (ажитацию), mentre la terra incarna il principio di costanza, fissità, conservatorismo (консерватизма). Qui la contemporanea filosofia di Dugin flirta con un linguaggio (e forse con una Weltanschauung) presocratica.

Questa riedizione della querelle tra essere e divenire sottende ulteriori coppie oppositive:

                                   Terra (est) – gerarchia / Mare (ovest) – caos

                                   Terra (est) – ordine / Mare (ovest) – dissoluzione

                                   Terra (est) – maschile / Mare (ovest) – femminile

                                   Terra (Est) – tradizione / Mare (ovest) – modernità

                                   ...

Evidentemente, nella sua rivisitazione, Dugin ignora Eraclito, perché queste opposizioni devono rimanere inconciliabili e non possono diventare poli dialettici. Che nella polarizzazione sia implicito un giudizio valoriale, è detto esplicitamente: «solo una civiltà terrestre fornisce una base sacra, giuridica, etica che può fissare sistemi di valori».

La penultima incarnazione storica di questa eterna disputa ha visto schierati gli USA, e la NATO, contro l’URSS e il Patto di Varsavia, e quest’ultimo blocco, in barba alle tante pagine sprecate sul materialismo dialettico, era posto a difesa dell’immobilismo, del vecchio, del regressivo e dell’ordine, tanto simbolico quanto costituito.

Tale confronto bipolare era però viziato in partenza dalla precedente avventura delle Potenze dell’Asse, la cui sconfitta aveva dato titolo alle potenze del Mare di spezzare l’unità eurasiatica.

Due rimedi, afferma Dugin sulla scorta di Jean Thiriart (fondatore del movimento eurofascista Jeune Europe), ci sarebbero stati: la conquista dell’intera Europa da parte del blocco socialista o, in alternativa, la dissoluzione della NATO, con una conseguente neutralità dell’Europa Occidentale, che avrebbe permesso all’URSS di far ordine in Asia Centrale. Ma, come sappiamo, le cose non sono andate così.

Il parallelismo (non casuale) tra spiegazione storico-economica e geopolitica della parabola sovietica, suggerisce una nuova serie di termini oppositivi, in cui fa capolino la nozione filosoficamente inquietante di destino:

                        Il destino del Lavoro = il destino della Terra, l'Oriente.

                        Il destino del Capitale = il destino del Mare, l'Occidente

Le uguaglianze sono corroborate da un affascinante apparato analogico: « Il lavoro è fisso, il capitale è liquido. Il Lavoro è creazione di valori, ascesa (=восхождение, etimologicamente «вос-ток» = verso est); il Capitale è sfruttamento, alienazione, caduta (autunno delle cose = грехопадение вещей, etimologicamente «за-пад» = verso ovest ).

L’integrazione delle coppie Lavoro-Capitale e Terra-Mare, permette (forzosamente) una critica anche sul piano economico-politico dell’occidente, critica precedentemente condotta esclusivamente sulla scorta di categorie morali e spirituali: «La civiltà marittima è la civiltà del liberalismo. La civiltà della terra è la civiltà del socialismo. Eurasia, Terra, Oriente, Lavoro, socialismo sono una serie di sinonimi. Atlantismo, Mare, Occidente, Capitale, liberalismo, mercato sono anch’essi sinonimi». Ma, come si vede, questa è una serie di assiomi, indimostrabili per il semplice fatto che mancano i soggetti per tentare una dimostrazione: le classi sociali. Per Dugin Capitale e Lavoro restano valori astratti e non diventano mai capitalisti e lavoratori, soggetti concreti.

 

È naturale che la teoria di sviluppo storico delineata da Dugin si completi con l’argomento etnico-razziale. Confesso di aver letto distrattamente questa parte, e di non poter dar conto dei ragionamenti sulle etnie forti, che credono nel proprio destino e su quelle deboli e rinunciatarie. Considero obsoleta la categoria analitica proposta e non più fondata scientificamente come criterio di ragionamento. Il suo utilizzo non serve che a confermare l’inattualità filosofica di Dugin, fenomeno forse più assimilabile a quello dei predicatori della tanto disprezzata “civiltà del mare”, che non legittimo rappresentante dello sviluppo della filosofia postsovietica.

Giuseppe Veronica

sabato 25 giugno 2022

Cercasi Trizio disperatamente

(«Science», Vol 376, Issue 6600) Nel 2020, i Canadian Nuclear Laboratories hanno consegnato cinque fusti d'acciaio, rivestiti di sughero per assorbire gli urti, al Joint European Torus (JET), un grande reattore a fusione nel Regno Unito. All'interno di ogni fusto c'era un cilindro d'acciaio delle dimensioni di una lattina di Coca-Cola, che conteneva un filo di idrogeno gassoso di solo 10 grammi, il peso di un paio di fogli di carta. Questo non era idrogeno ordinario ma il suo raro isotopo radioattivo trizio, in cui due neutroni e un protone si aggrappano nel nucleo. A $ 30.000 al grammo, è prezioso quasi quanto un diamante, ma per i ricercatori sulla fusione vale la pena pagare il prezzo. Quando il trizio viene combinato ad alte temperature con il suo fratello deuterio, i due gas possono bruciare come il Sole. La reazione potrebbe fornire abbondante energia pulita, non appena gli scienziati della fusione capiranno come accenderla in modo efficiente. L'anno scorso, il trizio canadese ha alimentato un esperimento al JET dimostrando che la ricerca sulla fusione si sta avvicinando a una soglia importante: produrre più energia di quella che va sprecata nelle reazioni. Raggiungendo un terzo del punto di pareggio, JET ha assicurato che ITER, un reattore simile al JET, ma dalle dimensioni doppie, in costruzione in Francia, supererà il pareggio quando inizierà a bruciare deuterio e trizio (DT) nel prossimo decennio. "Quello che abbiamo trovato corrisponde alle previsioni", afferma Fernanda Rimini, esperta di operazioni plasma di JET. Ma quel risultato potrebbe essere una vittoria di Pirro. Si prevede che ITER consumerà la maggior parte del trizio del mondo, lasciando poco per i reattori successivi. I sostenitori della fusione spesso si vantano che il carburante per i loro reattori sarà economico e abbondante. Questo è certamente vero per il deuterio: circa uno su 5000 atomi di idrogeno degli oceani è deuterio e si vende a circa $ 13 al grammo. Ma il trizio, con un'emivita di 12,3 anni, esiste in natura solo in tracce nell'atmosfera superiore, come prodotto del bombardamento dei raggi cosmici. Anche i reattori nucleari ne producono piccole quantità, ma pochi le raccolgono. La maggior parte degli scienziati della fusione ignora il problema, sostenendo che i futuri reattori possono generare il trizio di cui hanno bisogno. I neutroni ad alta energia rilasciati nelle reazioni di fusione possono dividere il litio in elio e trizio se la parete del reattore è rivestita di metallo. Nonostante la richiesta per le batterie delle auto elettriche, il litio è relativamente abbondante. Ma c'è un problema: per generare il trizio è necessario un reattore a fusione funzionante e potrebbe non esserci abbastanza trizio per far ripartire la prima generazione di centrali elettriche. Le uniche fonti commerciali al mondo sono i 19 reattori nucleari Canada Deuterium Uranium (CANDU), che ne producono ciascuno circa 0,5 chilogrammi all'anno come prodotto di scarto, ma la metà di questi reattori dovrebbe andare in pensione questo decennio. Secondo le proiezioni del piano di ricerca 2018 di ITER, le scorte di trizio disponibili, che oggi si ritiene ammontino a circa 25 chilogrammi, raggiungeranno il picco prima della fine del decennio e poi inizieranno un declino costante man mano che verranno vendute (e destinate, quindi, a decadere). I primi esperimenti di ITER utilizzeranno idrogeno e deuterio e non produrranno energia netta. Ma una volta che inizieranno a produrre energia con la coppia deuterio-trizio, secondo Alberto Loarte, capo della divisione scientifica di ITER, ci si aspetta che il reattore consumi fino a 1 chilogrammo di trizio all'anno. "Consumerà una quantità significativa di ciò che è disponibile", ha affermato. Gli scienziati della fusione che desidereranno accendere i reattori in seguito, potrebbero scoprire che ITER si è già bevuto la loro parte. Ad aggravare il problema, alcuni credono che la generazione del trizio, mai testata in un reattore a fusione, potrebbe non essere per nulla sufficiente. In una recente simulazione a Los Angeles, l'ingegnere nucleare Mohamed Abdou dell'Università della California, e i suoi colleghi hanno scoperto che nel migliore dei casi un reattore per la produzione di energia potrebbe produrre solo poco più del trizio di cui ha bisogno per alimentarsi. Perdite di trizio o arresti prolungati per manutenzione intaccheranno ulteriormente quel margine già ristretto. La scarsità di trizio non è l'unica sfida che la fusione deve affrontare; bisogna anche imparare a gestire operazioni instabili, esplosioni turbolente di plasma e danni da neutroni Ma per Daniel Jassby, fisico del plasma in pensione dal Princeton Plasma Physics Laboratory (PPPL) e noto critico dell'energia della fusione deuterio-trizio, la questione del trizio è primaria. Potrebbe essere fatale per l'intera impresa, dice. "Questo rende impossibili i reattori a fusione di deuterio-trizio". Se non fosse per i reattori CANDU, la fusione deuterio-trizio sarebbe un sogno irraggiungibile. "Il colpo di fortuna per la fusione è che i reattori CANDU producono trizio come sottoprodotto", afferma Abdou. Molti reattori nucleari utilizzano acqua normale per raffreddare il nucleo e "moderare" la reazione a catena, rallentando i neutroni in modo che abbiano maggiori probabilità di innescare la fissione. I reattori CANDU utilizzano, invece, acqua pesante, in cui il deuterio prende il posto dell'idrogeno, perché assorbe meno neutroni, lasciandone di più per la fissione. Occasionalmente, un nucleo di deuterio cattura un neutrone e si trasforma in trizio. Se si accumula troppo trizio nell'acqua pesante, ci può essere rischio di radiazioni, quindi periodicamente gli operatori inviano la loro acqua pesante alla società di servizi pubblici Ontario Power Generation (OPG) per essere "de-trizizzata". OPG filtra il trizio e ne vende circa 100 grammi all'anno, principalmente come radioisotopo medico, per quadranti che si illuminano al buio e per segnaletica di emergenza. "È davvero una bella storia di prodotto di scarto", afferma Ian Castillo dei Canadian Nuclear Laboratories, che funge da distributore di OPG. I reattori a fusione aumenteranno significativamente la domanda. Il vicepresidente di OPG Jason Van Wart prevede di spedire fino a 2 chilogrammi all'anno a partire dagli anni '30 del 2000, quando ITER e altre startup di fusione hanno pianificato di iniziare a bruciare trizio. "Il nostro proposito è estrarre tutto ciò che possiamo", ha dichiarato. Una volta che ITER avrà terminato i lavori, a metà del secolo, rimarranno, secondo le proiezioni di ITER, 5 chilogrammi o meno di trizio. Nella peggiore delle ipotesi, "sembrerebbe che non ci sia trizio sufficiente per soddisfare la domanda di fusione dopo ITER", ammette Gianfranco Federici, responsabile della tecnologia di fusione presso l'agenzia di ricerca EuroFusion. Alcune società private stanno progettando reattori a fusione più piccoli che sarebbero più economici da costruire e, almeno inizialmente, utilizzeranno meno trizio. Commonwealth Fusion Systems, una startup del Massachusetts, afferma di aver già assicurato forniture di trizio per il suo prototipo compatto e i primi reattori dimostrativi, che dovrebbero richiedere meno di 1 chilogrammo di isotopo durante lo sviluppo. Ma i reattori di prova più grandi e finanziati con fondi pubblici pianificati da Cina, Corea del Sud e Stati Uniti potrebbero aver bisogno di diversi chilogrammi ciascuno. Ne sarà necessario ancora di più per avviare il successore pianificato di EuroFusion di ITER, un enorme impianto chiamato DEMO. Pensato come centrale elettrica funzionante, dovrebbe essere fino al 50% più grande di ITER, per fornire 500 megawatt di elettricità alla rete. I reattori a fusione generalmente necessitano di una grande fornitura di trizio all'avvio perché le giuste condizioni per la fusione si verificano solo nella parte più calda del plasma dei gas ionizzati. Ciò significa che molto poco del trizio nel recipiente del reattore a forma di ciambella, o toroidale, viene bruciato. I ricercatori si aspettano che ITER bruci meno dell'1% del trizio iniettato; il resto si diffonderà fino al bordo della ciambella e sarà spazzato via in un sistema di riciclaggio, che rimuove l'elio e altre impurità dai gas di scarico, come miscela di deuterio-trizio. Gli isotopi vengono quindi separati e reimmessi nel reattore. Questo processo può richiedere alcune ore o, forse, giorni. I progettisti di DEMO stanno lavorando su modi per ridurre le esigenze di avvio. "Dobbiamo arrivare a un basso quantitativo di trizio [di partenza]", afferma Christian Day del Karlsruhe Institute of Technology, leader del progetto nella progettazione del ciclo del carburante di DEMO: "Se, per cominciare, hai bisogno di 20 chilogrammi, diventa un bel problema". Un modo per tenere a freno la domanda è sparare pellet di combustibile congelato più in profondità nella zona di combustione del reattore, dove bruceranno in modo più efficiente. Un altro è ridurre il tempo di riciclaggio a soli 20 minuti, utilizzando fogli di metallo come filtri per eliminare rapidamente le impurità o anche reimmettere gli isotopi di idrogeno nella macchina senza separarli. Potrebbe non essere un perfetto mix 50-50 di deuterio-trizio , ma per un reattore funzionante sarà quasi lo stesso, dice Day. Ma Abdou dice che è probabile che l'appetito di DEMO sia ancora grande. Lui e i suoi colleghi hanno modellato il ciclo del combustibile deuterio-trizio per i reattori di produzione di energia, inclusi DEMO e i suoi successori. Hanno stimato diversi fattori, tra cui l'efficienza della combustione del carburante deuterio-trizio, il tempo necessario per riciclare il carburante incombusto e la frazione di tempo in cui il reattore funzionerà. In un articolo pubblicato nel 2021 su Nuclear Fusion, il team conclude che la sola DEMO richiederà tra 5 chilogrammi e 14 chilogrammi di trizio per iniziare, più di quanto sarà probabilmente disponibile quando si prevede che il reattore entrerà in funzione alla metà del secolo. Anche se il team DEMO e altri progettisti di reattori post-ITER possono ridurre il loro fabbisogno di trizio, la fusione non avrà futuro se la coltivazione del trizio non funziona. Secondo Abdou, un impianto di fusione commerciale che produce 3 gigawatt di elettricità brucerà 167 chilogrammi di trizio all'anno, cioè la produzione di centinaia di reattori CANDU. La sfida per la coltivabilità sta nel fatto che la fusione non produce abbastanza neutroni, a differenza della fissione, dove la reazione a catena ne rilascia un numero esponenzialmente crescente. Con la fusione, ogni reazione deuterio-trizio produce solo un singolo neutrone, che può generare un singolo nucleo di trizio. Poiché i sistemi di riproduzione non possono catturare tutti questi neutroni, hanno bisogno dell'aiuto di un moltiplicatore di neutroni, cioè di un materiale che, quando è colpito da un neutrone, ne restituisce due in cambio. Gli ingegneri hanno in programma di mescolare il litio con materiali moltiplicatori come il berillio o il piombo nelle coperte che rivestono le pareti dei reattori. ITER sarà il primo reattore a fusione a sperimentare le coperte di riproduzione. I test includeranno coperte liquide (miscele fuse di litio e piombo) e solidi "letti di ciottoli" (sfere di ceramica contenenti litio mescolate con sfere di berillio). A causa dei tagli ai costi, i sistemi autofertilizzanti di ITER rivestiranno solo 4 metri quadrati dei 600 metri quadrati interni del reattore. I reattori a fusione dopo ITER dovranno coprire quanta più superficie possibile per avere qualche possibilità di soddisfare i loro bisogni di trizio. Il trizio può essere estratto continuativamente o durante le fermate programmate, a seconda che il litio sia in forma liquida o solida, ma la generazione deve essere incessante. Le coperte riproduttive hanno anche un secondo lavoro: assorbire gigawatt di potenza dai neutroni e trasformarla in calore. I tubi che trasportano acqua o elio pressurizzato attraverso le coperte calde raccolgono il calore e producono vapore che aziona le turbine che producono elettricità. "Tutto questo all'interno dell'ambiente di un reattore a fusione, con il suo supervuoto, il bombardamento di neutroni e l'alto campo magnetico, – afferma Mario Merola, responsabile della progettazione ingegneristica di ITER – è una sfida ingegneristica". Per Abdou e i suoi colleghi, è più di una sfida: potrebbe anche essere un'impossibilità. La loro analisi ha rilevato che con la tecnologia attuale, ampiamente definita da ITER, le coperte da riproduzione potrebbero, nella migliore delle ipotesi, produrre il 15% in più di trizio di quanto ne consuma il reattore. Ma lo studio ha concluso che è più probabile che la cifra sia addirittura del 5%, un margine preoccupantemente piccolo. Un fattore critico identificato è il tempo di fermata del reattore, quando la riproduzione del trizio si interrompe ma l'isotopo continua a decadere. La sostenibilità può essere garantita solo se il reattore funziona per più del 50% del tempo, un'impossibilità virtuale per un reattore sperimentale come ITER e difficile per prototipi come DEMO che richiedono tempi di fermata per ritocchi per ottimizzare le prestazioni. Se le ciambelle toroidali esistenti sono una guida, dice Abdou, è probabile che il tempo tra i guasti sia di ore o giorni e che le riparazioni possano richiedere mesi, ne conclude che i futuri reattori potrebbero avere difficoltà a funzionare più del 5% delle volte. Per rendere sostenibile l’autofertilizzazione gli operatori dovranno anche controllare le perdite di trizio. Per Jassby, questo è il vero killer. Il trizio è noto per permeare le pareti metalliche di un reattore, per poi sfuggire attraverso minuscole fessure. L'analisi di Abdou ha ipotizzato un tasso di perdita dello 0,1%. "Non credo che sia realistico – dice Jassby – pensa a tutti i posti dove può ficcarsi il trizio, mentre si muove attraverso il complesso reattore e il sistema di ritrattamento. Non possiamo permetterci di perdere trizio." Due enti privati che si occupano di fusione hanno deciso di rinunciaredel tutto al carburante al trizio. TAE Technologies, una startup californiana, prevede di utilizzare idrogeno e boro semplici, mentre una startup dello stato di Washington, Helion, fonderà deuterio ed elio-3, un raro isotopo dell'elio. Queste reazioni richiedono temperature più elevate rispetto a deuterio-trizio, ma le aziende pensano che sia un prezzo che vale la pena pagare per evitare i problemi del trizio. "L'esistenza della nostra azienda è dovuta al fatto che il trizio è scarso e fonte di problemi", afferma il CEO di TAE Michl Binderbauer. Le reazioni alternative di fusione hanno l'ulteriore attrattiva di produrre un numero inferiore o addirittura nullo di neutroni, il che evita il danno materiale e la radioattività minacciati dall'approccio deuterio-trizio. Binderbauer afferma che l'assenza di neutroni dovrebbe consentire ai reattori di TAE, che stabilizzano gli anelli rotanti di plasma con fasci di particelle, di durare 40 anni. La sfida è la temperatura: mentre deuterio-trizio si fonde a 150 milioni di gradi Celsius, idrogeno e boro richiedono 1 miliardo di gradi. Il carburante di deuterio ed elio-3 di Helion brucia a soli 200 milioni di gradi, utilizzando anelli di plasma simili a quelli di TAE ma compressi con campi magnetici. Ma l'elio-3, sebbene stabile, è raro e difficile da acquisire quanto il trizio. La maggior parte delle sue fonti commerciali dipendono dal decadimento del trizio, tipicamente da scorte militari. Il CEO di Helion, David Kirtley, afferma, tuttavia, che aggiungendo deuterio extra nella miscela di carburante, il suo team può generare reazioni di fusione deuterio- deuterio che generano elio-3. "È un sistema a costi molto più bassi, più facile da rifornire, più facile da usare", afferma. Tuttavia, i sostenitori della fusione deuterio-trizio convenzionale ritengono che le forniture di trizio potrebbero essere ampliate costruendo più reattori a fissione. I militari di tutto il mondo usano il trizio per aumentare la resa delle armi nucleari e hanno accumulato le proprie scorte di trizio utilizzando reattori nucleari commerciali appositamente costruiti o adattati. Il Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti (DOE), ad esempio, fa affidamento su reattori commerciali - Watts Bar Units 1 e 2, gestiti dalla Tennessee Valley Authority - in cui le barre di controllo del litio hanno sostituito alcune di quelle al boro. Le bacchette vengono occasionalmente rimosse e lavorate per estrarre il trizio. Il DOE ha fornito PPPL con trizio negli anni '80 e '90, quando il laboratorio aveva un reattore a combustione deuterio-trizio. Ma Federici non pensa che l'agenzia, o le forze armate di tutto il mondo, si occuperanno della vendita dell'isotopo. "È improbabile che le scorte di trizio per la difesa vengano mai condivise", afferma. Forse il mondo potrebbe vedere una rinascita della tecnologia CANDU. La Corea del Sud ha quattro reattori CANDU e un impianto per l'estrazione del trizio ma non lo vende commercialmente. La Romania ne ha due e sta lavorando a una struttura al trizio. La Cina ha un paio di CANDU e l'India ha costruito una manciata di derivati CANDU. La loro produzione di trizio potrebbe essere turbocompressa aggiungendo barre di litio ai loro nuclei o dopando il moderatore di acqua pesante con il litio. Ma un articolo del 2018 su Nuclear Fusion di Michael Kovari del Culham Center for Fusion Energy e colleghi sostiene che tali modifiche probabilmente incontrerebbero barriere normative perché potrebbero compromettere la sicurezza del reattore e a causa dei pericoli del trizio stesso. Alcuni affermano che i reattori a fusione potrebbero creare il proprio trizio di avvio funzionando solo con deuterio. Ma le reazioni deuterio-deuterio sono estremamente inefficienti alle temperature delle ciambelle e invece di produrre energia consumerebbero enormi quantità di elettricità. Secondo lo studio di Kovari, l'allevamento di trizio deuterio-deuterio potrebbe costare 2 miliardi di dollari per chilogrammo prodotto. Tutte queste soluzioni "pongono notevoli difficoltà economiche e normative", afferma Kovari. Nel corso dei decenni di ricerca sulla fusione, i fisici del plasma si sono centrati sul raggiungimento del punto di pareggio e la produzione di energia in eccesso. Hanno sottovalutato altri problemi, come quello di acquisire abbastanza trizio, considerandoli solo di ingegneria "banale", dice Jassby. Ma mentre i reattori si avvicinano al pareggio, ingegneri nucleari come Abdou affermano che è ora di iniziare a preoccuparsi di dettagli ingegneristici tutt'altro che banali. "Lasciarli [li] fino all’ultimo momento sarebbe un enorme errore". Daniel Cary