In quanto uomo, m'impegno ad affrontare il rischio dell'annientamento perché due o tre verità gettino sul mondo
la loro luce essenziale (Frantz Fanon)

martedì 25 dicembre 2012

spending review



Il Centro Frantz Fanon cessa la propria attività presso l’ASL TO 1 a partire dal 15 gennaio 2013



Il Centro Frantz Fanon, da oltre dieci anni ospite dell’ASL TO 1 (ex  ASL 2) grazie a una convenzione per l’uso dei suoi locali, e dal settembre 2009 operante all’interno degli accordi stabiliti da una gara d’appalto per le attività cliniche e di mediazione culturale rivolte alla popolazione immigrata, ha appreso che dal 15 gennaio 2013 cessa il contratto d’affitto fra l’ASL e il proprietario dei locali dove attualmente il Centro opera.
Se per gli altri Servizi ubicati nella stessa sede – Centro diurno e Gruppo Residenze del Dipartimento di Salute Mentale – sono state previste, a fatica, soluzione alternative, nessuna indicazione è stata invece proposta per spostare in altra sede ASL le attività del Centro Frantz Fanon (Servizio di counselling, psicoterapia e supporto psicosociale per gli immigrati, i rifugiati e le vittime di tortura). Ciò significa che entro quella data dovremmo traslocare ‘senza destinazione’, non potendo più continuare le nostre attività all’interno dell’ASL TO1.
Alle ripetute richieste di poter continuare a svolgere il nostro lavoro presso altri locali di quest’ultima, alle sollecitazioni inoltrate dal Direttore del Dipartimento di Salute Mentale ai Dirigenti aziendali,nessuna risposta è pervenuta sino ad oggi dai vertici dell’Azienda, a meno di qualche settimana dall’obbligo di abbandonare i locali. L’unica comunicazione che indirettamente concerne anche il Centro Fanon è pervenuta via e-mail ad operatori le cui attività sono realizzate nello stesso stabile:

«Dottoressa,
Le rammento che la disdetta del contratto di via Vassalli Eandi 18 è già operativa pertanto l'immobile dovrà essere completamente libero dal 15 gennaio 2013 per procedere alla consegna
Cordialmente»

250 pazienti (adulti, minori, nuclei famigliari seguiti nel corso del 2012 e al momento in carico presso il Centro Fanon), molti dei quali affetti da gravi patologie, non potranno più essere seguiti dal nostro gruppo di lavoro, la cui esperienza, prima ed unica in Italia, è stata oggetto in questi anni di apprezzamenti e riconoscimenti nazionali e internazionali. Lo ricordiamo senza alcuna presunzione, ma solo per dire dell’indifferenza e della miopia delle istituzioni al cospetto delle risorse esistenti e dei bisogni di cura dei cittadini stranieri: un’altra espressione della violenza delle istituzioni e dei loro dispositivi burocratici.

L’ASL si è mostrata sorda alle nostre richieste: la “continuità terapeutica”, valore sbandierato in tanti documenti e discorsi sino alla nausea, sembra improvvisamente diventare un concetto superfluo quando i Signori dell’Azienda devono operare i loro tagli, e quando i pazienti sono semplici immigrati.
Tutto, ancora una volta, sembra essere fatto in nome del nuovo dogma politico-economico di cui un capitalismo perverso e criminale non smette di invocare l’esigenza: ridurre i costi della spesa pubblica.
In un vortice che si abbatte indifferentemente e ciecamente su rami secchi (molti dei quali, per altro, continueranno a riprodursi grazie a privilegi intoccabili) e centri d’eccellenza, a pagare il prezzo più alto saranno ancora una volta i più vulnerabili: coloro che meno di altri hanno accesso alle risorse pubbliche, coloro la cui sofferenza rimane spesso invisibile.
È il momento, tuttavia, di dire (di ripetere) qualcosa intorno alla logica di questi tagli, una logica che non è mai oggettiva né, come ipocritamente si sostiene, efficace nel ridurre sprechi e distorsioni.
Il costo dell’attuale convenzione fra l’ASL TO1 e l’Associazione Frantz Fanon è, per anno, meno di 65.000 euro. Il gruppo di lavoro è composto di circa 15 operatori (psicoterapeuti, medici, psichiatri, psicologi, mediatori culturali, educatori).
Si tratta di un costo irrisorio se si considera il lavoro realizzato dal Centro Frantz Fanon: nel corso di questi anni abbiamo potuto seguire oltre 1600 pazienti anche perché buona parte del lavoro svolto è stato realizzato in modo volontario o ricorrendo ad altre sorgenti di finanziamento. Si tratta però di un costo, quello del Centro Fanon, irrilevante in particolare se lo si confronta con altre tipologie di spesa: quella, ad esempio, relativa ai costi per il ricovero annuo di un solo paziente (!) presso una comunità psichiatrica, e certo irrilevante anche se misurato con quello di altre spese di un’Azienda Sanitaria.
È tuttavia evidente che questi dati non bastano a sostenere la nostra esperienza né l’urgenza di un intervento specialistico rivolto a vittime di tortura, rifugiati, richiedenti asilo, a coloro che non troverebbero al momento in altri servizi dell’ASL analoghe risorse terapeutiche.
Non ne siamo affatto sorpresi, tutt’altro, e ciò per almeno due motivi, il primo inesorabilmente contingente e miserabile, il secondo più complesso.
Il primo: non c’è da stupirsi che un’azienda sanitaria operante in una Regione il cui Governatore appartiene a un partito come la Lega Nord sia del tutto indifferente ai problemi posti dalla sofferenza della popolazione immigrata. Garantire un lavoro clinico complesso all’altezza della loro domanda di cura non è certo una preoccupazione per un gruppo politico che ha offeso ripetutamente la condizione degli immigrati, approvando nel precedente governo una legge che infrange i più elementari diritti umani (l’istituzione dei CIE), giungendo a privare per un periodo che può durare sino a diciotto mesi della propria libertà donne e uomini che hanno commesso la sola colpa di sognare un destino migliore o che, più drammaticamente, hanno voluto sottrarsi alla morte e alla violenza.
Coloro che sono interessati a riprodurre il proprio potere nei meandri di un potere cieco e indifferente ai bisogni reali, coloro che rappresentano l’Altro solo nei termini di un disprezzo sistematico se non razzista, non possono essere certo interlocutori di un simile progetto.
Ma c’è un altro motivo, si è detto, che rende tutto sommato prevedibile il silenzio di un’ASL.
Ogni qualvolta si chiede conto delle loro scelte, si risponde sempre che queste sono motivate, oggettive, “nell’interesse di…”.
Tuttavia l’oggettività, scriveva Fanon ne I dannati della terra, invocata dai giornalisti occidentali quando chiamati a dar conto dei loro giudizi sui comportamenti dei colonizzati, si rovescia sempre implacabilmente e inesorabilmente contro questi ultimi. Possiamo oggi riprendere questo stesso argomento, avendo solo cura di scrivere: contro i dominati, gli immigrati, i marginali. Una classe politica ubriaca del suo potere, sostenuta da un ceto di burocrati pronto a offrire servile il suo arsenale di leggi, circolari e commi, prolifica all’ombra di un’oggettività che finisce per colpire, ormai lo sappiamo, sempre e solo i più deboli.
«L’uomo parla troppo. Occorre insegnargli a riflettere. E per questo occorre fargli paura. Molta paura. Per questo io ho parole-archi, parole-proiettili, parole-coltello». Questo scriveva Fanon in una celebre lettera indirizzata al fratello, testimone delle sue esperienze e dell’ipocrisia e delle contraddizioni che andava scoprendo nell’Europa dei diritti...
Da Fanon abbiamo tratto una lezione di impegno e di coerenza, di coraggio e di indocilità, che non sarà certo messa in discussione dall’indifferenza delle istituzioni né dal razzismo che le abita, spesso mascherato dalla retorica della sicurezza o da quella della razionalità economica.
L’obbedienza non è più una virtù: è questo un altro principio che ha guidato sempre la nostra pratica, sussurrato con forza da don Milani anni addietro quando un altro razzismo si abbatteva contro altri «stranieri», un principio che continua a indicare un percorso che alcuni di noi testardamente continueranno a seguire nel tentativo di realizzare un lavoro rigoroso, al servizio di chi soffre, quale che sia la sua condizione, la sua appartenenza, il suo statuto giuridico. Senza differenze di sorta.
Per fare tutto questo abbiamo però urgentemente bisogno del vostro sostegno. Sì: questa volta si tratta anche di un sostegno materiale, utilizzando le modalità che riterrete più opportune.
Vogliano continuare altrove, già a partire dal mese di gennaio 2013, la nostra esperienza. Vogliano mantenere il Centro Frantz Fanon aperto. I soci dell’Associazione hanno deciso all’unanimità, nell’Assemblea del 17 dicembre 2012, di contribuire a questo progetto donando parte del loro contributo annuo per le attività svolte. Ma questo non sarà sufficiente, nel primo anno, per pagare l’affitto di una sede che possa disporre di un numero minimo di locali e, facilmente accessibile, costituire uno spazio dignitoso per l’accoglienza e la cura degli immigrati.
Stiamo già presentando progetti che prevedano il contributo per l’affitto della sede, ma le risposte – se positive – saranno utilizzabili solo a partire dai prossimi anni. E a noi servono risorse ora.
Per questo, per tutto questo, chiediamo ai numerosi amici e compagni di viaggio che – in Italia e altrove – hanno seguito con interesse la nostra esperienza, chiesto suggerimenti per riprodurla in altri contesti, condiviso con noi riflessioni, iniziative e pratiche innovative, di aiutarci perché il lavoro del Centro Frantz Fanon possa proseguire il proprio cammino come sempre: senza compromessi.

Non siamo mai stati bravi per quanto riguarda la “ricerca fondi”. Non saremo bravi neanche questa volta nel predisporre strategie di marketing e sponsorizzazioni.
Abbiamo pensato a due formule di donazione: ‘amici’ (10 euro) e ‘sostenitori’ (50 euro), ma qualunque altra formula sarà ben accolta!
La donazione può essere fatta sul conto corrente bancario intestato all’Associazione Frantz Fanon:

UNICREDIT, Via Principi d’Acaja 55F, 10138 Torino
IBAN: IT23L0200801118000003061841

Sul sito dell’Associazione (www.associazionefanon.org) vi terremo informati sugli sviluppi.
Grazie sin d’ora, e Buon Anno!


Torino, 24 dicembre 2012

Roberto Beneduce
Responsabile del Centro Frantz Fanon





Tutti i soci dell’Associazione Frantz Fanon:

Lahcen Aalla
Roberto Bertolino
Michela Borile
Nicola De Martini
Walter Dell’Uomini
Ambra Formenti
Stefania Gavin
Simona Gioia
Sara Goria
Simona Imazio
Irene Morra
Anna Chiara Satta
Simone Spensieri
Simona Taliani
Luigi Tavolaccini
Francesco Vacchiano
Alice Visintin
Eleonora Voli

venerdì 21 dicembre 2012

BUON NATALE

L'Alta Corte di Kerala ha concesso ai militari italiani accusati di omicidio due settimane di permesso per le feste di Natale.
Un gesto di sensibilità verso degli stranieri.
In Italia, invece, molti stranieri che non sono accusati di omicidio, passeranno le feste nei CIE, così:

domenica 16 dicembre 2012

memorial pinelli

Mark Adin intervista  Claudia Pinelli 
dal blog di daniele barbieri

Al citofono suonare Pinelli – di Mark Adin

Ci sono dolori che vanno tenuti stretti come madri, e ricordi che diventano nel tempo tatuaggi. Sono identità, giuramento, prima pietra, sguardo nel buio.
Mi stupisce sempre constatare quanto sia viva quella indissolubilità di fatti: la bomba e il volo di Pino. Immaginare, quasi percepire il rumore dello schianto del corpo, il suono, sordo e spaventoso, della violenza di Stato. Opprime dopo quarantatrè anni esattamente come quei giorni.
Per questo, arrivare davanti a un condominio di Milano, scendere dalla macchina nel vuoto di persone del dopocena metropolitano e cercare sulla pulsantiera del citofono quel nome, Pinelli, attiva un flashback che mi emoziona.
Evito l’ascensore, Claudia è sulla porta ad accogliermi.
Ci siamo scritti alla svelta, ci siamo sentiti telefonicamente una volta soltanto, mai incontrati prima. Quella di Claudia, una delle due figlie di Giuseppe Pinelli, è l’abitazione di una famiglia di impiegati quietamente milanese, così apparentemente simile ad altre. Così simile alla mia.
Rinuncio subito alla scaletta delle domande che mi ero preparato e cerco di seguire, per l’intervista, solo reciproche sensazioni.

<<Durante il fermo di mio padre, che si protrasse ben oltre i limiti di legge – e quindi in stato di palese illegalità che tengo a sottolineare – giunsero a casa nostra alcuni funzionari di polizia per  una perquisizione domiciliare. Frugarono dovunque, aprendo persino i pacchi dei nostri regali, già confezionati in occasione di un Natale che sarebbe arrivato in una decina di giorni. Io e mia sorella Silvia avevamo nove e otto anni. Mia madre tentava di rassicurarci per l’assenza di Pino, che sapevamo essere in questura: “Massì, lo tengono lì per un po’e poi ce lo rimandano a casa… Gli faranno prendere un bello spaghetto, ma poi…” Ma poi non l’avremmo più rivisto>>

Claudia, durante tutto il tempo dell’intervista, chiamerà i suoi genitori Pino e Licia, e mai mamma e papà. A una mia precisa domanda, risponde con la fatica e l’intensità di chi cerca di dominare un proprio fatto emotivo, dice che usa fare così per “proteggersi” dalla sopraffazione affettiva.

<<Li chiamo in questo modo – accenna un sorriso tenerissimo – per… “tenerli a bada”…
Tre notti dopo, era la notte tra il 15 e il 16, Licia ci ha svegliato, a me e mia sorella, e affidato ad amici di famiglia coi quali saremmo poi state per qualche giorno. Non abbiamo neppure partecipato ai funerali. Licia ci ha sempre protetto, sempre.
Cambiammo casa, cambiammo scuola. Frequentavamo la Casa del Sole, un istituto scolastico milanese che garantiva il “tempo pieno”. Ricordo un fotografo che si era intrufolato per fotografarci, noi le figlie di Pino, per rubare una foto. Ma fu l’unico episodio spiacevole. La nostra, in fondo, fu una infanzia relativamente normale. Licia ha sempre fatto da scudo.>>

Siamo seduti entrambi sullo stesso divano: io ad un capo  e lei all’altro. E’ rannicchiata nell’angolo, le braccia conserte e le gambe accavallate. Il compagno e la figlia, una ragazzina bella della sua incontenibile energia, appaiono e scompaiono discretamente, più volte, nella stanza.
Il tema dell’incontro con la famiglia del commissario  Calabresi, voluto da Napolitano, è inevitabile.

<<Perché abbiamo accettato l’invito?>>

Compare Millo, gattone sontuoso e nero.

<<Perché si riparlasse di Pino. E’ stata una scelta di cui sono stata e resto convinta. Qualcuno parlò di riappacificazione – a sproposito – e altri di riabilitazione, ma non sono d’accordo. Pino non aveva bisogno di essere riabilitato per il semplice fatto che non ha mai commesso nulla di illegale, è stato subito scagionato da ogni accusa dagli stessi accusatori. Come si può parlare di riabilitazione? Da che cosa? Può un innocente essere riabilitato? Con quella cerimonia voluta dal Presidente, se mai, è stato sdoganata la sua figura di uomo innocente e “due volte vittima”, come lo stesso Napolitano ha ricordato con parole per noi importanti. Eravamo lì, io e Licia, per avere quel minimo di giustizia possibile, soprattutto per mia madre, per tutto quello che ha passato. E’ stato un vero e proprio atto di giustizia reso a Licia vivente, l’unico!, che certo non risarcisce, ma è stato sicuramente importante. Molti hanno parlato dell’incontro tra noi e i Calabresi come un atto di riappacificazione, ma anche questo è un errore: non c’è mai stata guerra, perché le famiglie non c’entrano, ma non c’è stata nemmeno vicinanza, per lo stesso motivo. Non esiste una sorta di comunanza nello status di vittime, non siamo assimilabili in nulla, non abbiamo costruito alcun rapporto reciproco. Il trattamento riservato a Pino non è certo lo stesso riservato a Calabresi, Pino non lo faranno santo. Diciamo che quel giorno al Quirinale ci è stata restituita, dopo anni, la sensazione di quello che potrebbe essere vivere in uno stato di diritto. >>

Il gatto Millo salta in braccio alla padrona, le si mette al collo e mi guarda. Noto qualche somiglianza tra i due: forse è un senso di naturale indipendenza, forse l’atteggiamento pronto alla difensiva, se mai occorresse.

<<Quel giorno è stato importante anche perché, per la prima volta dopo quarant’anni, abbiamo incontrato i famigliari e alcuni sopravvissuti della strage alla Banca dell’Agricoltura. E con loro  abbiamo iniziato un percorso di testimonianza e di memoria. Si sa: chi ha vissuto quei tempi man mano non ci sarà più, e questo non deve lasciare un vuoto >>

Il compagno di Claudia ha un bel viso giovanile, impreziosito dai capelli bianchi, se ne sta in disparte e la osserva parlare, esprimendo con gli occhi affettuoso sostegno, senza mai intervenire. 

<<Siamo sempre state orgogliose, io e Silvia, forti della forza di Licia. Dovemmo capire tutto, alcune volte solo intuendo. In una situazione del genere, con ciò che per noi comportò, perdi il padre e in un certo senso anche la madre, impegnata a far fronte a ogni tipo di pressione. Non so dire dove Licia abbia trovato la forza, ma ne ha avuta tanta, anche per noi.

La nostra conversazione non segue un percorso, lasciamo che la guidino le emozioni, a ruota libera.

Casa nostra era, da che mi ricordi, un porto di mare. Pino accoglieva, la casa era sempre aperta,  faceva da mangiare lui per tutti. Pino era “ponte” tra i vecchi anarchici e i giovani delle nuove generazioni. Riusciva a tenere insieme due mondi perché li capiva entrambi. Il suo primo incontro con l’anarchismo lo ebbe, ancora bambino, quando per dare una mano in casa trovò un lavoro presso un anarchico che gli diede da leggere i primi libri. Poi fu come una malattia, quella dei libri, casa nostra era piena di libri. Prese a militare nel movimento anarchico: dibattiti, antimilitarismo, non-violenza, il Circolo del Ponte della Ghisolfa, la Croce Nera Anarchica, l’USI e l’anarcosindacalismo…, in una visione del mondo che lo portò in contatto con persone di ambienti e ideologie diverse soprattutto sui temi comuni della non violenza e dell’obiezione di coscienza. Giuseppe Gozzini, primo obiettore di coscienza cattolico in Italia, che per questo finì i galera, in una lettera ai giornali subito dopo la morte di Pino scrive “… lui, ateo, aiutava i cristiani a credere; lui, operaio, insegnava agli intellettuali a pensare, finalmente liberi da schemi asfittici…” Tanta passione politica di un uomo pacifico, alla luce del sole.
Dopo la tragedia, la violenza ulteriore delle calunnie su Pino, poi qualcosa pian piano cominciò a cambiare, qualcosa di inedito stava prendendo forma. Ricordo che, nel tragitto da casa nostra alla scuola, in pullman, guardando dai finestrini, iniziai a leggere scritte sui muri che dicevano: “Pinelli assassinato, la strage è di stato”. Era la coscienza civile, l’inchiesta, la solidarietà. Era tutto lì da vedere, da leggere sui muri parlanti di Milano. >>

Penso ai miei figli, penso a loro e a come potrebbero affrontare un simile dramma. Come si può spiegare a dei ragazzi un fatto del genere? Come glielo si dice? Claudia sorride:

<<Mia figlia, quella più grande, a sei anni, un giorno ha chiesto a Licia, senza troppi preamboli, in modo diretto come fanno i bambini, senza complessi, come fosse morto il nonno. Licia le disse: “Chiedilo alla mamma” e con lei ho fatto un percorso, anche doloroso, di ricostruzione e di restituzione di quel nonno che non ha potuto conoscere. La più piccola delle mie figlie, per sua stessa iniziativa, elaborò invece una soluzione personalissima, di fantasia: “Mio nonno era partigiano. E’ morto perché c’era la guerra”. Non aveva, in fondo, tutti i torti.>>

E’ difficile, porco demonio, è davvero difficile ascoltare Claudia senza emozionarsi. Ma io devo essere la grondaia e non la pioggia, essere solo il vettore, anche se non è semplice esercitare il distacco.

<<Mi chiedi del film di Giordana (“Romanzo di una strage”, Ndr), immaginavo che l’avresti fatto. L’ho visto e rivisto e man mano le mie perplessità sono aumentate, per come rappresenta gli anarchici, per come emerge la figura di Calabresi, per l’ipotesi finale della doppia bomba…. Avrebbe dovuto essere un film su piazza Fontana ma è risultato un film di difficile comprensione che non mi ha coinvolto emotivamente e per alcune ricostruzioni mi ha fatto arrabbiare…
Devo dire che Giordana si è comportato bene con noi, nei rapporti intercorsi è stato corretto.
Ma il film l’ho trovato troppo incentrato sulla figura di Calabresi, in una lettura che non riesco a condividere.
Oggi leggo che un attore, omonimo del figlio del commissario, Paolo Calabresi, starebbe per interpretare Pino in una fiction televisiva in preparazione. Un Calabresi che interpreta Pinelli…>>

Anch’io non so se questo sia uno sberleffo del destino, e guardo Claudia col suo gatto nero: si è fatto tardi e dobbiamo lasciarci.
Sulla via del ritorno penso che la Storia dovrebbe rifiutare da se stessa le menzogne, ma so che non è così. La verità è fatica, volontà, coraggio, ostinazione, abbiamo la responsabilità e il dovere di testimoniarla per un semplice fatto di necessità: siamo esseri umani, non possiamo certo essere da meno di quei  muri parlanti di Milano.

Mark Adin





Note accessorie.
L’intervista, svoltasi il 10 dicembre 2012 a Milano, è disponibile a chiunque desideri pubblicarla su stampa o web, a condizione che ne conservi forma e interezza e indichi chiaramente il link di questa pagina  e il nome dell’autore.

sabato 15 dicembre 2012

Si, ma prima ...

di Giuseppe Aragno


E vero, i tagli del governo tecnico producono infine i danni che ci fanno greci, ma questo è vietato raccontarlo. Non si deve sapere. Siamo al punto che a Napoli da giorni si gela, ma a scuola non c'è riscaldamento. Fai fatica a dirlo perché lo sai, non ci vuole molto ad avviare l'inaccettabile scaricabarile: «E i genitori non protestano? Magari gli insegnanti sono contenti»! E tu prova a dire che quelli gelano con gli alunni. «È il sindaco-Masaniello, sono i soliti napoletani!»
Il governo no. Il governo non c'entra.
Ciò che più colpisce è che la brutta faccenda passa sotto silenzio. La stampa, sempre pronta a lottare contro i bavagli, s'è zittita da sola, fa da "filtro" e il santino di Monti, costruito apposta per abbagliarci, continua a brillare. C'è un dire e non dire che fa paura. Si ammette e si sopporta, perché, divisi in due squadre per vent'anni, tutto ciò che ci resta è tornare a tifare. E si sa, al tifoso non importa nulla di come hai giocato. Conta che vinci. Il meccanismo è semplice e collaudato.
 È vero, si dice, in tredici mesi la disoccupazione è cresciuta e ai giovani s'è negata la speranza. Prima, però... E si tace. Altro non serve e ci si capisce. Prima, quando c'era lui, all'estero ci prendevano in giro! Come se oggi ci portassero ad esempio.
È verissimo, in pensione si va ormai dopo morti e chi sopravvive alla Fornero farà i conti con la fame. È stata una manna dal cielo per gli assicuratori. Sì, però prima... E per quel prima che avremmo voluto, ora accettiamo il poi che ipoteca il futuro quanto e più del passato.
D'accordo, sì, con gli esodati l'errore è stato veramente tragico e sarebbe stupido negarlo, qualcuno s'è ammazzato... È vero, sì, lavoro non ce n'è e di tutto si sentiva il bisogno, tranne che d'un legge per licenziare... Certo che è vero, s'erano promesse due regole fisse, il rigore e l'equità, poi, strada facendo, il rigore è diventato macelleria sociale, l'equità è sparita, i ricchi hanno scialato e i poveri hanno pagato. Sì, però prima...
Non c'è dubbio, è così: la violenza delle forze dell'ordine ha toccato punte cilene e in piazza non c'è stato un giorno senza manganellate, lacrimogeni e onesti cittadini trattati come malfattori. Ed è vero, sì, in tredici mesi la scuola è stata rasa al suolo e nessuno ha trovato la cosa contraria ai principi della Costituzione. Le scuole dei preti hanno fatto fortuna e quelle statali sono ridotte in miseria. Per un mistero glorioso, Gelmini, travestita da professore universitario, s'è fatta una e trina e ha potuto governare la scuola passando per Profumo, Rossi-Doria e la dott.ssa Ugolini. II Paese, confuso, ha taciuto e non si è scosso nemmeno quando Napolitano, sorpreso a telefono con un inquisito, ha denunciato i giudici per lesa maestà.
Abbiamo ministri indagati per frode fiscale e sottosegretari rinviati a giudizio per truffa, ma ci siamo detti che però prima... In quanto ai giornali e alle televisioni, c'è mancato solo che il Papa rivendicasse il suo diritto a nominare i santi. Tutto il governo Monti, persino un sospetto ateo come Polillo, è stato levato alla gloria degli altari. 
È vero, sì, per tredici mesi non s'è parlato di Berlusconi
e dei suoi processi, non s'è avuta notizia di escort, scandali e malgoverno. Era un pilastro del paradiso e bisognava tacere. Ci siamo raccontati di un male necessario per una colpa da espiare: con mille euro al mese, vivevamo sopra le righe e lo sapevamo. Napolitano, Bersani, Casini e Fini sono serviti: non s'è votato quando Berlusconi era davvero finito e si sarebbe potuto ripulire il Paese e questo è il risultato. Si è mentito e si continua a mentire: Berlusconi era d' un tratto diventato uno statista, tutto prudenza, saggezza e senso di responsabilità e i tecnici, che hanno saputo solo scodinzolare ai mercati, son diventati d'un tratto comunisti, pronti a far pagare la crisi a chi l'ha prodotta: un ceffone mai visto è pronto per gli evasori, si farà guerra a mafia e corruzione e via di corsa con la patrimoniale. I fatti, però, parlano chiaro: uniti e concordi, Berlusconi e Monti hanno consentito le spese più inutili e vergognose, ci hanno addossato i miliardi per lo sporco affare Tav, per gli F
35 e per le banche degli usurai.
Per tredici mesi è stato il trionfo del buongoverno. Ora che il Paese affonda e il dubbio si fa strada nelle menti ottenebrate, ora che un accenno di polo delle sinistre si va costituendo, ecco il colpo di teatro: c'è il diavolo che torna. E fa paura. Come un gregge impaurito dal lupo che minaccia, ci gettiamo imploranti davanti all'altare dei nuovi santi. Va bene tutto e ci facciano a pezzi governi di brava gente e di incorrotti professori. Sulla stampa torna il baccanale: Ruby è sparita ma ricompare, i fari si accendono sui tribunali, non c'è scandalo su cui non si torni. Avremo tre mesi di fuoco incrociato: da un lato l'inferno, che però sosteneva il paradiso, dall'altro l'incontaminata purezza tecnica affiancata da tutto il nuovo della politica: Casini, Bersani, Vendola e Napolitano. Accadrà di tutto e sembreremo persino liberi: voteremo. Poi ci risveglieremo. La prima immagine che vedremo sarà di una chiarezza olimpica: Monti, beato e santo, nella gloria degli angeli Fornero, Profumo, Catricalà e Polillo e un governo di larghe intese. Forse allora qualcuno si ricorderà che San Polillo, quando era solo beato di mestiere, faceva il consulente economico del gruppo parlamentare del Popolo della Libertà...
il manifesto 15 dicembre 2012




venerdì 14 dicembre 2012

14 dicembre

 Circolo ARCI di Suno

in collaborazione con:
Comune di Suno
Sezione ANPI Fontaneto
presentano



lunedì 10 dicembre 2012

venerdì 7 dicembre 2012

Thomas Sankara

non possiamo essere la classe dirigente ricca di un paese povero
così la pensava Thomas Sankara , il presidente del Burkina Faso assassinato nel 1987.
la sua era, evidentemente, una posizione che non poteva piacere al Fondo Monetario Internazionale o alla Banca Mondiale, che preferiscono leader africani disponibili a diventar miliardari, ma decisi a far tirare la cinghia al proprio popolo.
invece Sankara coltivava la folle idea di assicurare alla sua gente dieci litri di acqua e due pasti al giorno. insomma, era deciso a farli vivere, come si dice oggi, al di sopra delle loro possibilità.
la cosa era poco sopportabile, anche perché Sankara aveva idee precise sul meccanismo del debito, e non ne faceva mistero: le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo. quelli che ci hanno prestato denaro sono gli stessi che ci hanno colonizzato. sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie. sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa con i finanziatori internazionali.
ma su questo, i banchieri, avrebbero potuto anche far spallucce, più difficile da digerire era, invece, la sua posizione riguardo al pagamento del debito: il debito non può essere rimborsato perché, prima di tutto se noi non paghiamo, i nostri finanziatori non moriranno, siamone sicuri. invece se noi paghiamo, noi moriremo, siamone ugualmente sicuri.
il ragionamento era sacrosanto, ma le banche non possono rinunciare ai loro profitti per lasciar campare un po' di negri.
insomma, quando finalmente il presidente fu assassinato, il fior fiore dell'educata borghesia occidentale tirò un sospiro di sollievo.
ma chi decise di uccidere Sankara? recentemente è stato lanciato un appello internazionale che chiede che sia fatta giustizia.
tempo fa un periodico russo pubblicò un'intervista (di cui esiste una traduzione italiana a un banchiere svizzero in cui si raccontava di un omicidio -  identificabile con quello di Sankara - commissionato dal raffinato club Bilderberg.
è, codesto Bilderberg, una specie di mafia, ma invano cercheresti, nella lista dei suoi capi, il nome di Totò Riina. quello di Mario Monti, invece, ce lo trovate.
e ciò ci lascia allibiti. non certo per gli omicidi, siamo uomini di mondo, ma per il fatto che il killer fu pagato in contanti. questo, da Monti, non ce l'aspettavamo.

venerdì 30 novembre 2012

quarto polo o astensione


Sinistra ornamentale o Quarto polo


di Giovanni Russo Spena, Dino Greco

Lo stupefacente battage mediatico che ha preceduto, accompagnato e seguito le primarie del centrosinistra, indicate con molta generosità come aria pura, anzi purissima, nel cielo torbido della politica, ha persuaso molti commentatori, taluni di pensiero fine, che proprio lì, in quell'area politica dall'incerto profilo sociale, risiedano le chance residue della democrazia minacciata di dissolvimento; e che in quei 3 milioni accorsi alle urne per scegliere (o credendo di scegliere) il conducator del futuro governo "progressista" si trovi la massa critica a supporto di un progetto riformatore.
Asor Rosa, ad esempio, ne è totalmente convinto, al punto di assegnare alla coalizione a trazione Democrat il compito (e l'intenzione) di battere il «nemico alle porte», cioè quel Monti che in un anno di esercizio del potere ha distrutto le pensioni, raso al suolo il diritto del lavoro e messo fuori legge la Costituzione, inserendo nella Carta medesima il pareggio di bilancio e, per sovrappiù, il fiscal compact.
Tutto il ragionamento di Asor Rosa si regge sull'equivoco, invero clamoroso, che il Pd abbia subito - e non condiviso - la svolta mercatista e monetarista pretesa dalla Bce. Questa credenza, non si sa bene da cosa suffragata, resiste persino alle chiarissime parole scritte nella Lettera di intenti dei democratici e dei progressisti, la cornice programmatica che vincola i partner del centrosinistra: osservanza dei patti internazionali sottoscritti dall'Italia, liberalizzazioni e alleanza di legislatura con il centro liberale. Insomma: la sostanziale continuità con la svolta liberista che ha reso l'Italia succube del capitalismo finanziario e che sta precipitando il paese in una recessione senza via di scampo non è in alcun modo in discussione.
Bene, l'esito delle primarie non fa che rafforzare questa evidenza. Matteo Renzi incassa il 36 per cento dei consensi, ipotecando una deriva centrista che già scorre forte nelle stesse file del suo segretario. Mentre Vendola coglie un risultato che, a meno di una fuga dal principio di realtà, lo consegna ad un ruolo, diciamo così, ornamentale. La presunta alleanza Bersani-Vendola ha dunque la consistenza di una bolla di sapone destinata a scoppiare al primo impatto con la politica reale, con le concrete opzioni economiche e sociali manifestamente collocate sulla scia del governo in carica.
Se ne è accorto, alla buon'ora, anche Claudio Tito (la Repubblica di martedì) che ha scoperto come il Pd «abbia cambiato pelle e non sia più lo stesso partito che eravamo abituati a conoscere e a descrivere». In verità, di metamorfosi in metamorfosi, la «fuga nell'opposto» di una parte degli epigoni del Pci, ben oltre ogni revisione socialdemocratica, è datata nel tempo ed ora raggiunge il suo epilogo estremo.
Se oggi - come suggerisce Asor Rosa - anche quanto di vitale rimane della sinistra e del conflitto sociale dei nostri giorni si rassegnasse a portare acqua a quel mulino, la crisi della democrazia e la definitiva abdicazione ad un progetto di trasformazione dei rapporti sociali sarebbero cosa fatta.
Lavoriamo invece, sin da queste ore, perché possa decollare quel quarto polo (e quella lista che lo incarni elettoralmente) senza il quale l'omologazione al pensiero e alla politica dominanti non avrebbero più alcun argine.
Il Manifesto - 29.11.12

lunedì 26 novembre 2012

ETA

Zapruder

29settembre – dicembre 2012
il nome della cosa
classificare, schedare, discriminare


Paolo Perri
ADDIO ALLE ARMI?
BREVE STORIA DI ESKADI TA ASKATASUNA








storie in movimento


lunedì 19 novembre 2012

non rompete i coglioni con la storia della violenza















comunicato del partito comunista israeliano


La coalizione Hadash chiede la fine della criminale operazione su Gaza

Manifestazioni contro l'operazione su Gaza si sono svolte ad Haifa, Tel Aviv e Gerusalemme, per iniziativa dell'Hadash (Fronte democratico per la pace e l'uguaglianza - Partito comunista israeliano). Studenti arabi ed ebrei dell'Hadash hanno dato vita anche a mobilitazioni alle università di Haifa, Tel Aviv e Gerusalemme.
In tutto il paese i militanti hanno lanciato  i loro slogan: 
Arabi ed ebrei rifiutano di essere nemici. 
A Gaza e Sderot le bambine vogliono vivere
Bibi e Barak, la guerra non è un gioco
Hadash ha fatto appello a tutta la popolazione di unirsi alle manifestazioni per opporsi all'operazione su Gaza.
Il deputato di Hadash Dov Khenin ha partecipato alla manifestazione di Tel Aviv, sotto la sede del Likoud, dove a dichiarato: , A ogni bombardamento ne risponde un altro e continuano ad aumentare i feriti a Gaza e a Israele. Il rispondere colpo su colpo non è la soluzione, ma il problema.
Khenin ha invitato il governo a dichiarare un immediato cessate il fuoco, a intavolare credibili trattative e a giungere ad un accordo con i palestinesi. 

giovedì 15 novembre 2012

quello che non ci dice



che piange continuamente miseria.
Non ci dice che alle banche, dei cui interessi è il garante, dall' inizio della crisi sono state trasferite risorse pari all'intero PIL di Germania e Spagna messe insieme.
Non ci dice che nei paradisi fiscali, i "risparmiatori"  per cui ha lavorato e lavora hanno trasferito esentasse capitali pari alla somma dei PIL di USA e Giappone.
Cerca i soldi nelle tasche degli operai e dei pensionati, mentre sa benissimo dove dovrebbe andare a cercarli.
VIA MONTI TECNOCRATE FASCISTA AL SOLDO DEL POTERE FINANZIARIO !

lunedì 12 novembre 2012

il primo della classe


antipatico, supponente e petulante, il pomodoro datterino canzona i suoi simili più grandi.
è un prodotto ben confezionato, ma che sa di poco.
la somiglianza con matteo renzi è impressionante.

venerdì 2 novembre 2012

miopia da ingordigia












La sinistra borghese sceglie Grillo  


Per molto tempo, Antonio Di Pietro non è dispiaciuto ai vertici del Partito Democratico.
Incarnava, il suo partito, lo spirito di quella parte di piccola borghesia, che pur essendo securitaria e giustizialista, non ha rinnegato del tutto le istanze solidaristiche e democratiche che dovrebbero essere nel dna della nostra repubblica.
Esprime, insomma, lo stato d'animo, talvolta contraddittorio, di ceti sociali in bilico tra essenza borghese ed esistenza proletaria, non sempre pronti a identificare correttamente le ragioni del progressivo deterioramento delle loro condizioni di vita.
Lo stesso di Pietro non è stato immune da strafalcioni, ogni volta che, reagendo a caldo su qualche questione, si è affidato, invece che alla riflessione logica, all'intuizione sentimentale.
Ma essendo uno scaltro contadino del sud, Antonio Di Pietro non ci ha messo molto a dotarsi di una bussola che gli permette di tracciare una rotta sicura, al riparo da brusche inversioni.
Questa bussola è la Costituzione.
Di Pietro se l'è studiata bene, e si è lasciato guidare, ancorandosi così, magari malgré lui, a una fondamentale ispirazione democratica.
Sembrava, quindi, l'alleato ideale del pd, estendendone le proposte a ceti tradizionalmente impenetrabili sul piano elettorale.
In questo contesto, veniva giustamente considerato secondario il fatto che l'idv, proprio per la sua natura di partito d'opinione interclassista, fosse facile preda degli immancabili opportunisti del palcoscenico politico.
Ma, aihmé, com'era prevedibile, una volta assunti i valori costituzionali, per spiriti semplici e poco avvezzi ai bizantinismi, diventava pressoché naturale riconoscere lo statuto dei lavoratori – ad esempio come figlio legittimo della Carta fondamentale.
E si son messi a difenderlo.
Il lavoro salariato, marginale per carenza di ispirazione classista all'interno dell'idv, diventava centrale come soggetto di civiltà giuridica.
Questo diventava imbarazzante per il pd che, convinto di aver acceso un'ipoteca forte sul voto del lavoro dipendente (siamo, pur sempre, il meno peggio), aveva concesso, sulla via della conquista elettorale di altri ceti e della legittimazione da parte dei poteri forti, la propria firma a una serie vergognosa di cambiali in bianco su questo punto.
C'è, allora, il rischio di invertire il trend, con l'idv portatrice di voti piccolo-borghesi che si mette a risucchiare un voto operaio su cui Bersani pensava di aver messo il cappello.
Instaurando rapporti organici con la fiom – che al pd ha tolto il saluto – Di Pietro ha ulteriormente peggiorato la situazione.
Impegnati a tenere a bada gli effetti non più collaterali di quell'idiozia che chiamano primarie, i vertici del pd non hanno badato tanto per il sottile e sono passati direttamente al metodo Boffo.
La missione è stata affidata alla Gabanelli, ottima giornalista, ma incline a confondere il senso comune, scientificamente costruito dai padroni del vapore, con le verità evangeliche.
Ecco quindi Di Pietro messo alla berlina per aver considerato come personale un lascito testamentario che evidentemente era destinato ad un partito che ancora non c'era.
E qui siamo tutti avvertiti, ove ci occorresse la fortuna di un'inaspettata eredità, non dobbiamo azzardarci a toccarla, ma lasciarla lì, per utilizzarla, negli anni a venire, se ci venisse in mente di fondare un partito. Così si fa.
Contando l'aiola dell'orto condominiale, la cantina, un diciottesimo di ascensore e il pianerottolo, a Di Pietro e famiglia è stata contestata la proprietà di 56 appartamenti.
Ora, Antonio Di Pietro, con quel suo inveterato animo da questurino meridionale – ma mì, ma mì, ma mì, quaranta dì, quaranta nott ... – non a tutti piace, neppure a me, ma ci sono questurini che fanno egregiamente il proprio dovere.
Arcitaliano e familista, dota i suoi figli di più case di quante ne abbisognino davvero, e forse di più di quante non meritino, ma lo fa, fino a prova contraria, con i suoi soldi.
Si tratta dunque di un attacco assolutamente infondato che serve però a lasciar tracce indelebili sullo strato più superficiale – e vagamente analfabeta – dell'opinione pubblica e ad aguzzare i denti ad un'opposizione interna sedotta dal fascino dell'embrassons-nous centrista.
Di Pietro e il suo partito vengono buttati a mare perché non sono più abbastanza qualunquisti, non sono più la docile massa di dilettanti allo sbaraglio, da condurre con mano paterna sui sentieri ambiti dal pd.
Il risultato positivo alle elezioni siciliane, dove l'idv, malgrado l'astensione passa da meno di 50 mila voti a quasi 70 mila, mentre il pd dimezza i propri, rende urgente l'operazione e stende un velo sull'eleganza dei modi.
All'orizzonte si profila, infatti, un altro movimento che alle prossime elezioni politiche avrà più voti che intelligenze disponibili.
A molte di queste matricole, che arriveranno con i criteri di una lotteria a Montecitorio o Palazzo Madama, potrebbe sembrare appetibile trasformare l'avventura momentanea in un ben remunerato lavoro stabile, e cercare in più collaudate compagini, i mentori per districarsi nella selva oscura della sopravvivenza politica.
L'idea di una massa di manovra pronta, per calcolo o insipienza, a subire la propria egemonia, alletta gli strateghi del pd.
È una tentazione ricorrente, che li ha portati, di volta in volta, ad incoraggiare tra le righe il voto di protesta, financo alla Lega, nella speranza di poterlo fagogitare almeno in parte.
Stavolta puntano su Grillo, ma gli esiti di queste tattiche raffinate sono sotto gli occhi di tutti.

passato e presente

Lo scandalo della Banca Romana
su: PIAZZALE LORETO

mercoledì 31 ottobre 2012

Perché si raccontano le bugie? Analisi del voto siciliano

In occasione delle recentissime elezioni regionali siciliane, il segretario PD Bersani ha parlato di "risultato storico".
Vediamolo nei dettagli:
il PARTITO DEMOCRATICO passa dal 18,8% del 2008, al 13,4. Perde dunque ben 5,4 punti di percentuale.
Ma il calo è ancora più vistoso in termini assoluti, in queste elezioni, infatti il PD ha ricevuto 257.274 voti. Nel 2008 i voti erano 505.420. Il partito democratico, dunque, ha perso per strada il 50% del suo elettorato.
I nostalgici della DC in seno al PD si sono affrettati a precisare che il risultato è da definirsi storico, perché dimostra che il PD, solo alleandosi con il centro di Casini, vince.
Naturalmente anche questa è una panzana, infatti l'attuale alleanza PD-UDC, registra un risultato complessivo del 30,5%, cioè la stessa percentuale raggiunta nel 2008 dall'alleanza di sinistra che sosteneva Anna Finocchiaro, ma le cifre cambiano in termini assoluti.
Infatti i sostenitori di Crocetta collezionano in tutto 583.547 voti, mentre i partiti che sostenevano la Finocchiaro, ne avevano ricevuti 770.059. Gli alleati di allora del PD, avevano dunque portato alla coalizione 264.639 voti, contributo comunque superiore, seppur di poco, a quello attuale dell'UDC (207.827).
I dati dimostrano comunque un'evidenza: è il PD che perde vistosamente voti e li fa perdere a chi si allea con lui (l'UDC perde 128.999 voti, un terzo circa del suo elettorato).
Ma se i voti persi dall'UDC possono passare al centro-destra (non dimentichiamo che le due maggiori formazioni di questo schieramento raccolgono un complessivo 41%), quelli negati alla svolta moderata del PD finiscono a Grillo o nell'astensione.
Questa sirena, in un clima di generale scoraggiamento, seduce certo anche una parte dell'elettorato di estrema sinistra, ma in misura minore. Infatti, malgrado il balzo astensionista e il boom di Grillo, la coalizione dell'estrema sinistra e l'Italia dei Valori, raggranellano insieme 126.491 voti, contro i 180.939 del 2008, mantenendosi stabile sul piano percentuale (6,6, il risultato è comunque dovuto sostanzialmente al balzo in avanti dell'IDV, trascinata dal recente successo di Leoluca Orlando).
Queste le cifre, a fronte delle quali, ovunque, si sostiene:
- che il PD vince, mentre arretra sia in termini assoluti che in percentuale;
- che tale supposta vittoria sia determinata dall'alleanza con l'UDC, che in realtà non aggiunge un voto, rispetto ai risultati precedenti, e perde del suo;
- che il centro-destra sia ormai residuale, mentre ha ancora risultati globalmente migliori del centro+centro-sinistra;
- che la sinistra sia ormai fuori gioco, mentre in realtà è stabile e la sua residua forza elettorale non smotta sul versante protestatario di Grillo, a differenza di quanto accadde a una parte dell'elettorato PCI, ai tempi dell'esordio della Lega.
Perché mai il sistema dei partiti (centro-destra compreso, che - pesce in barile - fa finta di dare per scontata la propria fine) e la grande stampa, da sempre asservita ai poteri forti della finanza e dell'industria, raccontino balle è facile da spiegarsi:
- i centri di decisione politica non risiedono più nelle istituzioni della democrazia, surrogate dalle tecnocrazie UE, a loro volta subalterne ai luoghi transnazionali di elaborazione strategica (Bildenberg & Co.);
- in questo contesto il governo dei tecnici non è stata un'eccezione dettata da emergenze, ma un momento pedagogico, funzionale alla trasformazione di tutta la politica in tecnica;
- ne consegue la trasformazione dei politici in grand commis del potere finanziario, cioè di funzionari la cui appartenenza a questo o a quello schieramento, poco importa, mentre conta, invece, la loro affidabilità, cioè la loro docilità alla volontà davvero sovrana. Essi sono pertanto perfettamente intercambiabili e pronti a reciproca collaborazione.
- in questa prospettiva sono auspicabili schieramenti anodini, che si ammassino al centro, ed altrettanto ambigui risultati elettorali;
- resta debolmente preferibile - nell'eventualità di una militarizzazione del conflitto sociale - l'affermazione di uno schieramento anche solo virtualmente ricollegabile alla sinistra, che renderebbe più difficile un'immediata catalizzazione della reazione popolare;
- a tal fine le organizzazioni più opportuniste della sinistra sono incentivate a presentarsi, come utili idioti, in coalizione col PD, e la lettura capziosa dei risultati elettorali serve a fornir loro un accettabile alibi.
Questa, la lettura corretta di un risultato che storico non è, ma che può essere foriero di svolte per davvero, e tragicamente, storiche.